Sergio Mattarella

 

 

di Antonio Caragliu

 

Anche questo 2 giugno, dedicato come ogni anno alla celebrazione della Repubblica Italiana, volge all’imbrunire. Il Presidente della Repubblica ha ricordato l'”incubo globale” del coronavirus e si è appellato alla “volontà di un nuovo inizio”. Ha riconosciuto i diritti della dialettica politica e del confronto tra posizioni diverse, ma, allo stesso tempo, ha affermato il valore di «qualcosa che viene prima della politica e segna il suo limite. Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo».

Non credo che la religione civile dell’unità morale e dell’unico destino sia in grado di animare la Repubblica italiana. Credo cioè che la crisi che stiamo vivendo non sia determinata dalla cattiva realizzazione del progetto civile predicato dal nostro Presidente. La crisi mette in discussione la stessa concezione di quel progetto.

Nel suo capolavoro “La libertà e la legge” (1961) Bruno Leoni rileva che “la mitologia del nostro tempo non è religiosa, ma politica; e i miti principali sembrano essere, da una parte, la “rappresentanza” del popolo, e dall’altra la pretesa carismatica dei leader politici di possedere la verità e di agire di conseguenza”.

Nei nostri tempi postmoderni la pretesa di possedere la verità è per lo più venuta meno: troppo  impegnativa e troppo facilmente soggetta a smentita. Ma l’orizzonte mitologico denunciato da Leoni, ovvero l’orizzonte di una socialità assorbita dallo stato e dai suoi “rappresentanti democratici” in nome del bene comune, continua a costituire l’orizzonte nel quale pensiamo la politica.

È un orizzonte distorcente, che all’atto pratico dimostra di non avere più presa sui problemi e sulla realtà. È un orizzonte deludente ed opprimente, perché totalizzante

L’unica forza spirituale in grado di liberarci da questa pretesa totalizzante è il cristianesimo, non una generica religione civile giacobina (e quindi non un cristianesimo ridotto a religione civile giacobina). L’emancipazione da questa pretesa totalizzante è il prerequisito spirituale per dare spazio alla concretezza, al realismo e ad una solidarietà libera da ipoteche ideologiche.

E, forse, alla luce di quella stessa concretezza e di quello stesso realismo, se la Repubblica italiana non funziona possiamo anche giungere alla conclusione che il problema non sono i suoi cittadini, non sufficientemente dediti al sacrificio e all’ascetismo civico, ma è la Repubblica italiana e la sua unità. Un’unità tutta statale e ben poco morale. 

 

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