“La democrazia può costare un caffè in più a testa (questo è in effetti il risparmio), però è meglio pagare un euro in più per la democrazia che risparmiare un euro per avere un regimetto.“

Un articolo di Antonio Socci dal suo blog.

Parlamento, palazzo Montecitorio


E’ cambiato tutto rispetto a quando è stato votato alle Camere il taglio dei parlamentari
. Il centrodestra dovrebbe capirlo, rifletterci e riconsiderare tutto (anche il suo “sì” al referendum): se non apre gli occhi e non comprende le manovre in corso, rischia di suicidarsi.

Perché diciamo che è cambiato tutto? Per due ragioni. Anzitutto è totalmente cambiato il Paese: se già l’Italia era ferma, collassata da vent’anni, con un quarto della manifattura persa, il Covid ci ha dato il colpo di grazia.

Con un paese allo sfascio e la pandemia che potrebbe ricominciare, con l’economia in coma e milioni di posti di lavoro che salteranno di sicuro in autunno, quindi una crisi sociale senza precedenti, è assurdo e inammissibile che la politica, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, si occupi di taglio dei parlamentari, riforma dei regolamenti parlamentari, ridistribuzione dei collegi e nuova legge elettorale.

Quando c’è un’emergenza sociale di queste dimensioni non si può perdere tempo così. Di tutto questo agli italiani importa meno di zero e potrebbe davvero esplodere la rabbia sociale se – invece di salvare la barca che affonda – i politici si gingillassero con manovre di palazzo come la nuova legge elettorale.

In secondo luogo è cambiato tutto nel quadro politico e il centrodestra non può ignorarlo. Perché? Premetto che io considero fortissime le ragioni del “no” al referendum, perché abbiamo già una rappresentanza simile agli altri paesi europei e con questo dissennato taglio dei parlamentari intere regioni e anche certe aree politiche non sarebbero più rappresentate in Parlamento: si creerebbe uno squilibrio pericoloso nelle istituzioni. Inoltre – dopo la gestione dell’emergenza fatta dal governo Conte, emarginando il Parlamento – si assesterebbe un colpo ulteriore alla democrazia rappresentativa in un momento in cui invece c’è bisogno di difendere le nostre libertà di fronte allo strapotere dell’esecutivo.

La democrazia può costare un caffè in più a testa (questo è in effetti il risparmio), però è meglio pagare un euro in più per la democrazia che risparmiare un euro per avere un regimetto.

Tuttavia, anche se – in via di principio – si considerasse positivo il taglio dei parlamentari e anche se si fosse votato a favore (come hanno fatto i partiti di centrodestra, più o meno di malavoglia) – oggi c’è un nuovo scenario politico che impone di riconsiderare tutto.

Perché l’attuale coalizione giallorossa intende approfittare della vittoria del “sì” per blindare se stessa al potere e per blindare fino al 2023 un governo che non rispecchia la maggioranza del Paese, eleggendo anche, nel 2022, un nuovo Capo dello stato a propria immagine.

Zingaretti – nonostante il voto contrario in tre dei quattro passaggi parlamentari – vuole inchiodare il Pd al “sì” (anche se mezza sinistra considera pericolosa questa mutilazione del Parlamento) proprio perché può approfittarsi della vittoria dei “sì” per allontanare definitivamente il voto anticipato.

Come? Con la scusa della riforma dei collegi e dei regolamenti parlamentari (che s’imporrebbe per la vittoria dei “sì”). E soprattutto con la scusa della nuova legge elettorale che (a loro dire) si renderebbe necessaria.

Tutto questo richiederebbe alcuni mesi, poi, a luglio 2021, si entrerebbe nel semestre bianco (durante il quale non si possono sciogliere le Camere) e a quel punto – nel febbraio 2022 – questa coalizione di governo sceglierebbe il nuovo Capo dello Stato e ormai arriverebbe alla scadenza naturaledella legislatura, nel 2023.

E’ stato già tutto dichiarato e pattuito. Con la scusa di riequilibrare la rappresentanza per l’esito referendario varerebbero una nuova legge elettorale a proprio uso e consumo per impedire domani al centrodestra di governare(sostituendo quella attuale che fu fatta anch’essa dal Pd).

In pratica, con la vittoria del “sì” al referendum non si potrebbe più parlare di elezioni anticipate, neanche se il centrodestra vincesse sette regioni su sette. Se prevale il “sì” al referendum questo governo non andrà più a casa.

Ripeto: è vero che il centrodestra ha votato quel taglio dei parlamentari e capisco che si abbiano remore a cambiare posizione, ma oggi le condizioni sono totalmente cambiate e votare “sì” al referendum significherebbe aiutare la manovra politica in corso per utilizzare il “sì” contro gli italiani e contro le elezioni anticipate.

Il centrodestra ha la possibilità di assestare due colpi che di fatto potrebbero far crollare il governo: uno al Pd con il voto delle elezioni regionali; e uno al M5S con il “no” al referendum.

Infatti il M5S, che nel voto delle regionali si rivelerà ormai inesistente nel Paese, vuole utilizzare la vittoria dei “sì” al referendum per cantare vittoria su una sua battaglia di bandiera. La vittoria dei sì permetterebbe ai grillini di fingersi ancora un partito vitale e forte, proprio mentre le urne delle elezioni regionali li mostrano dissolti nel Paese.

Ma il centrodestra come potrebbe motivare un “no”?

Potrebbe dire ai suoi elettori: qua è cambiato tutto e noi non facciamo il gioco degli avversari, non ci stiamo a blindare un governo che non ha il consenso degli italiani e non sa governare. Il taglio dei parlamentari? Con il “no” taglieremo, alle elezioni, quelli del M5S e sarà salutare. Perché il problema è la qualità non la quantità dei parlamentari.

In pratica il centrodestra, il 20 settembre, ha l’occasione per dare la spallata decisiva al governo. Ma occorrono lungimiranza, strategia e coraggio.

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