Bradbury Ray
Bradbury Ray

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Fra le ricorrenze letterarie del 2021, spicca certamente quella del settimo anniversario della morte di Dante Alighieri; fra quelle di tono minore, ma di più stretta attualità, come vedremo, si può ricordare quella della pubblicazione del breve racconto The Fireman (Il pompiere) sulla rivista specializzata Galaxy (febbraio 1951) da parte dell’americano Ray Bradbury (1920-2012).  

Credo sia importante ricordare Bradbury per il suo stile inconfondibile e la rilevanza che ancora hanno le sue storie, oniriche e al contempo ammonitrici dei pericoli del futuro. Per questo motivo, la maggior parte dei suoi libri e racconti sono tuttora stampati in tutto il mondo dato che, nonostante i radicali cambiamenti avvenuti nel modo di fare e concepire la fantascienza, Bradbury rimane uno dei più visionari indagatori di altri mondi e un autore centrale in quanto convinto sostenitore della libertà di immaginazione.

Rispetto ai suoi colleghi, Bradbury, infatti, è sempre stato più interessato ad esplorare il cuore umano e le sue contraddizioni, a cercare, in fondo a ogni storia, le emozioni che spingono gli esseri umani a compiere determinate scelte, osservandoli davanti a situazioni insolite o impreviste. Questa sua sensibilità, insieme ad un’analisi approfondita degli animi e dei suoi recessi più profondi, gli ha consentito di conoscere l’uomo molto meglio di quanto potessero fare la scienza e la tecnologia. Attraverso la fantascienza, Bradbury ha potuto raccontare i drammi dell’umanità e i suoi sogni, la possibilità del viaggio spaziale, le sfide dello spazio-tempo, la prospettiva di vivere in altri mondi. I suoi amici Isaac Asimov e Arthur C. Clarke, di cui ho parlato in una precedente occasione, invece, sono stati soliti scrivere da una prospettiva diversa, più scientifica, contribuendo a definire più nettamente ciò che oggi chiamiamo abitualmente «fantascienza». Per questo motivo, alcuni critici hanno ritenuto che Bradbury non sia stato, in realtà, uno scrittore di fantascienza vero e proprio, anche se, a ben vedere, la popolarità delle sue storie ha fatto sì che la fantascienza come genere letterario si sia diffusa anche al di fuori della sua cerchia più ristretta, aprendo di fatto la strada al successo del genere e al suo riconoscimento nell’ambito della cultura mainstream. Come diceva Bradbury: «La fantascienza finge di guardare dentro il futuro ma, in realtà, guarda il riflesso della verità che è davanti a noi».

Bradbury allora riscrisse ed espanse The Fireman, fino a fargli raggiungere la lunghezza di un romanzo breve, ripubblicandolo con il più noto titolo di Fahreneit 451, in cui lo scrittore ci ha regalato alcune anticipazioni nette e perfettamente in linea con i nostri tempi, che fanno venire i brividi se si pensa all’anno di stampa (il 1953). Bradbury ha definito Fahreneit 451 un «mito» o una «metafora», negando qualsiasi intenzione politica nel descrivere la società di un futuro non troppo lontano in cui i libri non solo sono banditi in quanto illegali ma, se trovati, addirittura dati alle fiamme dai pompieri alla temperatura, appunto, indicata nel titolo, spesso insieme ai loro lettori.

A seguito di un faccia a faccia con il capitano dei pompieri Beatty, Montag, il pompiere protagonista, si rende conto, infatti, che se, si bruciano i libri e perfino la gente che li legge, non è per via di uno stato repressivo. La legge, come sempre accade, è venuta dopo: gli uomini hanno semplicemente abbandonato la parola scritta un po’ alla volta con il sopraggiungere dell’era tecnologica («Ecco la situazione, Montag: non è stata un’imposizione del governo, non c’è stato nessun editto, nessuna dichiarazione o censura, almeno all’inizio. Tecnologia, sfruttamento economico delle masse e pressione delle minoranze, ecco le vere cause, vivaddio»), per l’unico motivo che ormai ossessiona l’uomo moderno: la ricerca della felicità a tutti i costi, da raggiungere con ogni mezzo, perfino fuggendo davanti alla realtà grazie all’uso di droghe e denunciando chi rifiuta di omologarsi. Il sistema in cui si muovono i protagonisti di Fahreneit 451 appare solido, ben organizzato, omologato forse ma, alla fine, funzionale; in realtà, nasconde una gravissima fragilità: è un mondo che vive solo di apparenze, dove i suicidi sono all’ordine del giorno e i figli picchiano i genitori o si divertono a travolgere i passanti su macchine simili a insetti scagliati ad altissima velocità.

Nel 1951, Bradbury scrisse pure un altro, brevissimo racconto per la rivista The Reporter, The Pedestrian (Il pedone), da molti considerato una vera e propria ouverture per Fahreneit 451. È da ricordare che Bradbury non si è mai considerato un profeta, capace cioè di predire il futuro; credeva, tutt’al più, di poter prefigurare alcuni scenari possibili, e ha rappresentato tali intuizioni, nella finzione narrativa, attraverso l’inversione delle normali convenzioni sociali. In Fahreneit 451, i pompieri, come abbiamo visto, appiccano gli incendi, per bruciare i libri e spesso i loro lettori, anziché spegnerli e salvare vite umane dalle fiamme; in The Pedestrian, invece, la gioia di una passeggiata serale diviene sinonimo di libertà di pensiero e, in quanto tale, stigmatizzata come comportamento deviante. Nel corso del racconto, i pedoni vengono a mano a mano sgomberati «per il bene comune» dalle macchine dei robot della polizia («La delinquenza era quasi completamente scomparsa; non c’era più bisogno della polizia, quest’ultima auto solitaria che errava senza posa per le vie deserte era più che sufficiente»), cosicché tutti possano restare serenamente a casa a fare quello in cui riescono meglio: fissare lo schermo della propria TV: «Tutto ormai si svolgeva di sera, dentro quei sepolcri di case appena illuminati dal tenue riflesso dello schermo televisivo, in cui gli uomini, simili a defunti, sedevano davanti alle luci grige o multicolori che sfioravano i loro volti ma senza mai toccarli dentro»). A quel punto, però, la struttura della città inizia a sfaldarsi, tanto da arrivare a sembrare un deserto senz’acqua: «La via era silenziosa e lunga e deserta, la sua ombra era l’unica cosa che si muovesse, come l’ombra di un falco sulla pianura. Se chiudeva gli occhi tenendosi perfettamente immobile, impietrito, riusciva a immaginarsi al centro di un’immensa distesa piatta, un arido deserto senza vento e senza una casa nel raggio di mille miglia, con l’unica compagnia di tortuosi fiumi disseccati: le strade».

Un evento come la persecuzione dei pedoni diviene allora per Bradbury un modo per metterci in guardia dalle false promesse della politica, essere la spia di un deterioramento delle dinamiche sociali e addirittura segnalare l’avvento di una specie totalitarismo, sempre per via apparentemente democratica («Già da un anno ormai, dal 2052, l’anno delle elezioni…»).

The pedestrian - Ray Bradbury

The pedestrian – Ray Bradbury

Seppur a distanza di tanti anni, la breve parabola distopica di The Pedestrian non ha perso affatto il suo smalto: dietro la critica all’alienazione dell’anonima città del racconto (in realtà, la Los Angeles dove Bradbury visse), in cui la supremazia dell’automobile aveva reso difficile essere un semplice pedone, si cela, in verità, la sincera preoccupazione dello scrittore per la profonda alterazione dello stile di vita domestica dell’America nel secondo dopo guerra. Bradbury, infatti, assisté non solo al drammatico aumento del numero delle automobili, ma anche al passaggio del numero degli apparecchi televisivi dai settemila del 1946 ai quasi cinquanta milioni del 1950: la sua vera fonte d’ispirazione del sogno dispotico di una società oppressiva che adopera i mezzi di comunicazione di massa per controllare una popolazione resa docile e imbelle, assimilabile, per certi versi, ad una delle prime critiche della società di massa, quella del filosofo tedesco Theodor Adorno, durante la sua permanenza prima a New York (1938) e poi all’università di Berkeley (1941-1948). Come ebbe modo di scrivere nel suo famoso saggio su come guardare la televisione (1945): «La ripetitività, l’autoidentificazione e l’ubiquità della cultura di massa, tende a determinare reazioni da automi e ad indebolire le forze della resistenza individuale».

The Pedestrian è anche un’affermazione del carattere eterodosso della vita notturna, da sempre l’ora di chi si ribella alla luce del giorno perché vuole percorrere sentieri alternativi, se non contrarî, a quelli della legge, i cui passi, risuonando su strade vuote e rese buie, interrompono l’inquietante silenzio del totalitarismo della città: «Il suo passo, sulle lastre di cemento incrinate e sconnesse, era perfettamente silenzioso; perché saggiamente, già da molto tempo, s’era deciso a portare scarpe con la suola di gomma, per le sue passeggiate notturne: altrimenti i cani avrebbero abbaiato parallelamente a tutto il suo viaggio, e luci si sarebbero accese di colpo, facce sarebbero apparse alle finestre, finché tutta la strada si sarebbe ridestata al passaggio di una figura solitaria, lui, in una sera di novembre».  

Si può tentare però anche una lettura di The Pedestrian diversa, oserei dire «tomista», benché Bradbury non fu né cattolico né, tanto meno, un seguace di San Tommaso d’Aquino; tuttavia, il suo elogio della passeggiata riflette un po’ del sano realismo di San Tommaso e della sua metafisica dell’essere. In un suo singolare saggio sulla «metafisica della passeggiata» (The Metaphysics of Walking), padre James V. Schall SJ (1928-2019), professore di filosofia politica alla Georgetwon University a Washington, ripete, pagina dopo pagina, la necessità metafisica di camminare, di andare cioè fuori e visitare soprattutto luoghi mai visti prima, per il semplice desiderio di volerli vedere, di assaporarne gli odori e goderne i colori, assicurando con ciò la reale esistenza di questi posti, che non sono cioè frutto della nostra immaginazione, per apprezzarne quindi la bellezza. All’indomani dei filosofi razionalisti, infatti, secondo padre Schall, siamo vittime di una epistemologia che, spesso, non ci permette di fidarci dei nostri stessi occhi, con il risultato che vediamo sì, ma non crediamo che ciò che vediamo esista di per sé: un dubbio metodico, ma necessario, secondo quei filosofi, per provare con certezza che io esisto, che pone tuttavia un cuneo profondo tra la nostra mente e la realtà oggettiva.

Per uscire da questo soggettivismo che sta minando il pensiero occidentale, sempre secondo padre Schall, è importante ritornare ai maestri della tradizione intellettuale cattolica come, appunto, San Tommaso, che sostenevano che ciascuno di noi è reale e che il mondo al di fuori della nostra individualità è, come noi, reale e anche conoscibile: quale attività migliore allora per iniziare a mettere la nostra soggettività in contatto con esso che quella di una passeggiata? così facendo, compiamo un’attività per sé stessa, non per tenersi in forma, ad esempio, per quanto ciò possa essere importante, ma semplicemente per il piacere umano di camminare e vedere ciò che ci circonda, scoprendone la realtà e, se mai, tentando di capirne il significato.

Chiede infatti il robot poliziotto di The Pedestrian: «Perché è uscito di casa?» «Per camminare» «Camminare!» «Solo camminare» «Camminare, solo camminare, camminare?» «Sissignore» «Camminare dove? A che scopo?» «Camminare per prendere aria. Camminare per vedere» «Ma non ci ha detto per quale scopo». «Ve l’ho detto: per prendere aria, per vedere, e per il piacere di camminare». Dal punto di vista della macchina, si tratta di un comportamento regressivo e irrazionale («Dove mi portate?» «Al Centro di Ricerca Psichiatrica sulle Tendenze Regressive»): perché uscire tutte le sere, quando in casa si hanno tutti i comfort? («E lei ha dell’aria in casa sua? Ha un condizionatore d’aria?» «E ha uno schermo televisivo in casa? Uno schermo da guardare?»). Invece, ancora decenni dopo la pubblicazione di The Pedestrian, non c’è quasi nemico più grande del vedere le cose per quelle che sono che l’evasione della realtà attraverso la televisione, lo schermo del computer e il cellulare, dimenticando la meraviglia, lo stupore che qualcosa realmente esiste e può essere conosciuta dall’uomo. Com’è testimoniato da semplici foglie cadute e incontrate sul selciato, deboli residui di un’esistenza non ancora automatizzata in cui ci si può ancora imbattere nella città alienata, che sempre ricordano all’uomo che è vivo: «Rallegrato dai tonfi lievi delle scarpe sulle foglie d’autunno, prese a fischiettare tra i denti un motivo sommesso, liscio, curvandosi ogni tanto a raccogliere una foglia, esaminando, ripresa la marcia, la sua trama scheletrica alla luce degli infrequenti lampioni, fiutandone l’odore rugginoso».

Viene subito da chiedersi che cosa avrebbe pensato della epidemia che da quasi due anni sconvolge le nostre vite Bradbury, la cui infanzia fu segnata dall’influenza spagnola, che uccise suo fratello maggiore, suo zio, per poco sua madre, immediatamente prima della sua nascita e, infine, sua sorella minore, quando lui aveva solamente sette anni. Vicende che segnarono il futuro scrittore profondamente, tanto che una volta ebbe a raccontare che la maggior parte delle uscite che faceva con i propri genitori nel fine settimana, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, erano visite al cimitero. I suoi colleghi, che avevano un approccio scientifico alla scrittura, avrebbero sicuramente affrontato la faccenda con sguardo più empirico, tentando di risolvere artisticamente la questione con una indagine più approfondita sui misteri della vita biologica nel mondo. Bradbury invece, molto probabilmente, ci ricorderebbe ancora una volta il terrificante potere dell’invisibile, elemento imprescindibile nei suoi scritti e motore primo della nostra realtà.     

 

 

 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email