di Giuseppe Russo
C’è un modo piuttosto semplice per liquidare la questione del Concilio Vaticano II: schierarsi. Da una parte coloro che lo considerano l’inizio di una nuova epoca della Chiesa, quasi una sorta di «anno zero» ecclesiale; dall’altra coloro che, proprio a partire dalle trasformazioni avvenute nel post-concilio, finiscono per guardare al Concilio con sospetto, come se l’origine di ogni problema fosse necessariamente da ricercare nei suoi testi.
Joseph Ratzinger non appartiene pienamente né all’uno né all’altro campo. Ed è proprio per questo che vale la pena rileggerlo.
Un testo del giovane professor Ratzinger, riproposto recentemente da Rorate Cæli, richiama alcune sue riflessioni sugli effetti del Vaticano II a pochi anni dalla sua conclusione. Sono pagine severe, nelle quali il teologo bavarese non nasconde le difficoltà, le tensioni e le conseguenze dolorose che avevano accompagnato la ricezione del Concilio.
Ma sarebbe un errore trasformare queste pagine nella prova che «Ratzinger era contro il Concilio». La questione è molto più interessante.
Ratzinger non mette semplicemente sotto accusa il Vaticano II. Mette sotto esame la sua ricezione. E, soprattutto, mette in discussione l’idea che per essere fedeli al Concilio sia necessario identificare il Concilio con una determinata interpretazione del suo «spirito».
È una distinzione decisiva.
Un realismo che non ha paura dei fatti
Nel testo ricordato da Rorate Cæli, Ratzinger osservava con realismo gli effetti che si erano manifestati nella Chiesa dopo il Concilio: chiese, seminari e monasteri svuotati, tensioni interne, contrapposizioni, perdita di entusiasmo e un clima ecclesiale che in alcuni ambienti era diventato aspro.
La sua osservazione merita attenzione proprio perché non nasceva da una posizione estranea al Vaticano II. Ratzinger vi aveva partecipato come giovane teologo e ne aveva condiviso molte speranze.
Il suo atteggiamento, dunque, non era quello di chi guarda dall’esterno e giudica un evento che non conosce. Era quello di chi aveva creduto in una grande stagione di rinnovamento e, proprio per questo, non era disposto a chiudere gli occhi davanti a ciò che stava accadendo.
È una lezione metodologica importante.
Nella Chiesa non dovrebbe esistere l’obbligo di chiamare «frutti» tutti gli effetti prodotti in nome di un Concilio. Ma, allo stesso tempo, non dovrebbe esistere neppure la tentazione opposta di attribuire automaticamente al Concilio tutto ciò che è accaduto dopo di esso.
Occorre distinguere.
Una cosa è il Concilio. Un’altra è la sua interpretazione. Un’altra ancora è la sua applicazione.
Ed è proprio questa distinzione che consente di affrontare la questione senza ideologie.
Il problema dell’«anno zero»
Uno dei passaggi più interessanti delle riflessioni di Ratzinger riguarda l’idea di una rottura con il passato.
Il clima culturale degli anni Sessanta era fortemente segnato dalla convinzione che fosse possibile ricominciare da capo. Il passato appariva spesso come un peso; la novità, invece, sembrava possedere quasi automaticamente un valore positivo.
Ma la Chiesa non è una realtà che possa ricominciare da zero.
Non perché tutto ciò che appartiene al passato sia necessariamente buono. La Tradizione non è la conservazione indiscriminata di tutto ciò che è antico. Ma perché la Chiesa riceve la propria identità da Cristo e dagli Apostoli e vive nella storia senza cessare di essere se stessa.
Questa convinzione sarà centrale anche nella riflessione successiva di Ratzinger.
Molti anni dopo, ormai Benedetto XVI, egli avrebbe spiegato che il problema della ricezione del Concilio dipendeva in larga misura dalla sua corretta interpretazione. Avrebbe così contrapposto l’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» all’«ermeneutica della riforma», cioè del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.
Non è dunque necessario sostenere che il Ratzinger degli anni Settanta avesse già formulato nella stessa forma la riflessione del 2005. È sufficiente riconoscere una linea di fondo: il rinnovamento della Chiesa non può essere pensato come una cancellazione della sua storia.
Quando lo «spirito del Concilio» diventa più importante dei testi
È forse qui che la critica di Ratzinger diventa particolarmente attuale.
Che cosa significa davvero «spirito del Concilio»?
Se con questa espressione si intendono le intenzioni profonde che hanno guidato i Padri conciliari, la questione è seria e merita studio.
Ma se lo «spirito del Concilio» viene separato dai testi del Concilio, può diventare praticamente qualsiasi cosa.
Ed è precisamente questo il rischio denunciato da Benedetto XVI nel 2005. Egli criticava un’interpretazione secondo la quale i testi conciliari sarebbero ancora condizionati da elementi del passato, mentre il vero Concilio si troverebbe negli «slanci verso il nuovo» che si sarebbero sviluppati oltre i testi stessi. In questo modo si apriva uno spazio enorme per stabilire successivamente che cosa fosse quello spirito e, di conseguenza, per legittimare quasi ogni innovazione in suo nome.
È una critica che colpisce al cuore una certa mentalità post-conciliare.
Perché se il testo non è più il criterio, ma diventa soltanto il punto di partenza per andare «oltre» il testo, allora il Concilio rischia di diventare ciò che qualcuno dice che sia stato.
E a quel punto non si interpreta più il Concilio: lo si reinventa.
La communio non è un’organizzazione
Un’altra osservazione del giovane Ratzinger riguarda il concetto di communio e la collegialità.
Anche qui il problema non è il principio, ma la sua riduzione.
La communio ecclesiale non coincide con la moltiplicazione degli organismi di partecipazione. Non diventa più profonda semplicemente perché aumentano commissioni, consigli, gruppi di lavoro, assemblee e strutture consultive.
Una Chiesa può essere piena di riunioni e povera di comunione.
La comunione ecclesiale, invece, nasce dalla comune appartenenza a Cristo, dall’Eucaristia, dalla fede apostolica e dalla comunione con il ministero ecclesiale.
Questo punto acquista oggi una particolare rilevanza nel dibattito sulla sinodalità.
Non è sufficiente tradurre una categoria teologica in una categoria sociologica. Non basta trasformare la communio in partecipazione, la partecipazione in consultazione e la consultazione in un procedimento decisionale.
La domanda fondamentale rimane un’altra: che cosa significa essere Chiesa?
Se questa domanda viene dimenticata, anche una struttura nata con le migliori intenzioni può finire per produrre soltanto altra struttura.
La Tradizione non è né il passato né il presente
Qui emerge forse il Ratzinger più autentico.
La contrapposizione tra «progressisti» e «conservatori» è insufficiente perché entrambi possono cadere nello stesso errore: trasformare una categoria storica in criterio della verità.
Per uno, sarebbe vero ciò che è nuovo.
Per l’altro, sarebbe vero ciò che è antico.
Ma la Tradizione cattolica non coincide né con il nuovo né con l’antico.
È la permanenza della Chiesa nella verità ricevuta, attraverso il mutare delle vicende storiche.
Per questo non si tratta di scegliere tra «prima» e «dopo» il Concilio.
Si tratta di comprendere come la stessa Chiesa possa rinnovarsi senza cessare di essere se stessa.
È precisamente questa la prospettiva che Benedetto XVI formulerà nel 2005 parlando dell’«unico soggetto-Chiesa», che cresce nel tempo e si sviluppa rimanendo tuttavia se stesso.
Ratzinger non era contro il Concilio
A questo punto diventa necessario evitare una seconda semplificazione.
Leggere queste pagine di Ratzinger come una critica radicale al Vaticano II sarebbe tanto scorretto quanto ignorare la durezza delle sue osservazioni.
Ratzinger non fu un oppositore del Concilio. Vi partecipò direttamente e per tutta la sua vita ne difese l’appartenenza alla storia della Chiesa.
Anche il successivo confronto con il movimento di Marcel Lefebvre mostra quanto sia lontana da Ratzinger l’idea di una Chiesa costretta a scegliere tra il Vaticano II e la Tradizione.
Giovanni Paolo II, nel Motu proprio Ecclesia Dei del 1988, richiamò infatti la fedeltà alla Tradizione della Chiesa «autenticamente interpretata dal Magistero ecclesiastico», includendo esplicitamente i Concili ecumenici «da Nicea al Vaticano II».
E Benedetto XVI, molti anni dopo, sarebbe stato ancora più esplicito: a chi si presentava come grande difensore del Concilio ricordò che il Vaticano II «abbraccia l’intera storia dottrinale della Chiesa» e che non si possono recidere le radici dalle quali l’albero riceve la propria linfa.
La posizione cattolica, dunque, non consiste nel scegliere tra Concilio e Tradizione.
Il Concilio va compreso dentro la Tradizione.
E la Tradizione non può essere utilizzata come pretesto per rifiutare ciò che la Chiesa ha autenticamente insegnato attraverso il Concilio.
È precisamente questa la posizione che impedisce tanto la «rivoluzione permanente» quanto la nostalgia trasformata in criterio teologico.
Un Concilio può essere valido e la sua ricezione può essere problematica
Qui si trova probabilmente il punto più importante.
L’esistenza di problemi nel post-concilio non dimostra automaticamente che il Concilio sia stato un errore.
Ma, allo stesso modo, la validità ecclesiale del Concilio non permette di dichiarare buono tutto ciò che è stato compiuto successivamente in suo nome.
Sono due proposizioni diverse.
Un Concilio può essere autenticamente ecclesiale e la sua ricezione può essere parziale, deformata, ideologizzata o semplicemente incompleta.
È per questo che la storia della Chiesa non può essere letta attraverso formule semplicistiche.
La Chiesa vive di testi, ma anche di interpretazioni; di documenti, ma anche di persone; di norme, ma anche di vita cristiana.
Ed è qui che acquista particolare forza l’immagine ricordata da Ratzinger: la grande quantità di documenti prodotti da un Concilio non garantisce automaticamente la nascita di una nuova vita cristiana.
La carta, da sola, non evangelizza.
Una commissione, da sola, non converte.
Una struttura, da sola, non genera santità.
Ci vogliono uomini e donne capaci di vivere ciò che la Chiesa insegna.
La misura ultima non è la novità, ma la fecondità nella verità
Questa prospettiva permette di comprendere meglio una delle preoccupazioni più profonde di Ratzinger: il rischio che il rinnovamento ecclesiale venga misurato soltanto dalla sua capacità di rompere con il passato.
Ma il cristianesimo non conosce il culto della novità.
Il Vangelo è sempre nuovo, ma non perché cancelli ciò che lo ha preceduto. È nuovo perché rende presente Cristo.
La vera riforma, allora, non consiste nel sostituire una Chiesa con un’altra.
Non consiste nel passare dalla Chiesa «preconciliare» alla Chiesa «postconciliare», come se si trattasse di due soggetti storici differenti.
Benedetto XVI lo avrebbe detto con una formula decisiva: è sempre l’unico soggetto-Chiesa che cresce nel tempo e si sviluppa rimanendo se stesso.
Questo è probabilmente il punto nel quale Ratzinger rimane più distante sia da una certa lettura progressista sia da una certa lettura tradizionalista.
La prima rischia di vedere nel Concilio una rottura.
La seconda rischia di vedere nella Tradizione una realtà congelata in una determinata fase storica.
Ratzinger propone invece una terza via: la continuità dinamica della Tradizione.
La vera domanda rimane ancora aperta
Per questo oggi non abbiamo bisogno né di un «Concilio contro la Tradizione» né di una «Tradizione contro il Concilio».
Abbiamo bisogno di tornare ai testi, studiarli seriamente, confrontarli con la Tradizione precedente, distinguere ciò che appartiene all’insegnamento conciliare da ciò che è stato prodotto successivamente nella sua interpretazione e nella sua applicazione.
E soprattutto dobbiamo smettere di utilizzare l’espressione «spirito del Concilio» come una formula magica capace di risolvere ogni discussione.
Lo spirito di un Concilio non può essere invocato contro il Concilio stesso.
Se un’interpretazione entra in contrasto con il testo, con la Tradizione viva e con la struttura sacramentale della Chiesa, non basta chiamarla «spirito del Concilio» per renderla autenticamente conciliare.
Forse la lezione più preziosa del giovane Ratzinger, riletta alla luce del Benedetto XVI del 2005, è proprio questa: il Vaticano II non ha bisogno di essere difeso trasformandolo in un super-dogma; ha bisogno di essere studiato, interpretato e recepito nella continuità della Chiesa che lo ha celebrato.
Ed è una differenza tutt’altro che accademica.
Perché quando il Concilio diventa un’ideologia, cessa di essere un evento della Chiesa e diventa uno strumento nelle mani delle diverse fazioni ecclesiali.
Quando invece viene restituito alla sua natura autentica, il Concilio torna ad essere ciò che deve essere: un momento della vita della Chiesa, non l’inizio di una nuova Chiesa.
E forse è proprio qui che Ratzinger continua ancora oggi a porci la domanda più scomoda: non se siamo «pro» o «contro» il Concilio, ma se abbiamo davvero imparato a leggerlo nella Chiesa e con la Chiesa.





















Rev.mo Don Giuseppe,
Sembra che questo Suo ciclo di scritti stia sempre più avvicinandosi al cuore del problema e stia svelando come gli interpreti più autorevoli che Dio ha voluto donarci siano stati, ognuno a loro modo, ridotti al silenzio se non additati come eretici.
Jospeph Ratzinger ha partecipato con entusiasmo al Concilio, lo stesso Lefebvre ne ha sottoscritto i documenti. Eppure qualcosa è cambiato, immediatamente dopo: i rischi insiti in quelle formulazioni e nei testi sono si sono materializzati dopo la conclusione del Concilio.
Non possiamo ignorare quel “dopo il 1960” di Maria a Fatima. Ella era evidentemente consapevole di quanto pericoloso fosse praticare certe “aperture” se non supportate da inscalfibile chiarezza e continuità dottrinale.
Anche in questo preciso momento storico – esperienza personale – qualunque momento di riflessione sulla reale e portata e significato dei documenti conciliari, viene bollata come tentativo di scisma – a prescindere dai contenuti – un po’ come qualsiasi critica alla morale sessuale “di grido” viene etichettata come sostanziale “omofobia”.
Il cattivo post-concilio è divenuta una macchina schiacciasassi che stritola tutto ciò che non ne è diretta espressione. Poco importa se non è minimamente espressione dalla Tradizione e/o dalle Costituzioni conciliari. Mi ostino a fare l’esempio del “canto proprio” della Liturgia Romana, il canto Gregoriano: “ma dai, è superato”!
E tutto questo resiste, nonostante il completo fallimento nell’opera di salvezza!!
Si provi, come ho fatto io, ad organizzare conferenze e tavole rotonde: mi sono visto considerato come un estraneo indesiderato. Coloro che, interessati, hanno partecipato sono stati messi ai margini nelle comunità di provenienza ed i sacerdoti – anch’essi – ammoniti, in Diocesi, in merito alla non opportunità di partecipare. Per alcuni di loro ho dovuto filmare – di nascosto – conferenze ed interventi per poi passarli “sottobanco” ai richiedenti.
In queste condizioni, ci pensi: quando mai un sacerdote fedele ai Concili ed al Magistero potrà divenire Vescovo, Cardinale, Papa? Quanti potranno riportare la nave di Pietro sulla rotta giusta se ogni luce di verità è soffocata dalla necessità del preventivo imprimatur dello “spirito” del mondo?
Caro Don Giuseppe manca un’ultima tessera: certificare come dato di fatto la sostanziale ed errata ricezione del Concilio, del suo devastante dilagare e rigettarne le conseguenze; poi bisognerà partire per una caritatevole Crociata contemporanea.
Il bavaglio imposto alla sana Dottrina ci sta portando verso una crisi senza precedenti, uguale in tutto il mondo: le nazioni cattoliche non lo sono più, non ci sono vocazioni e la laicità – in senso lato – viene sponsorizzata dai cattolici stessi come un “valore”.
Con la scienza, la dialettica e con i gesti va combattuta ogni molle compiacenza, ogni ostacolo allo splendore della Luce. Sacra Scrittura, Concili e Magistero devono tornare a parlare la stessa lingua e diffondere le stesse immutabili verità.
Questa è un’azione che – non illudiamoci – non potrà mai partire dall’alto verso il basso come è stato per i “fermenti post-conciliari” che strizzavano l’occhio al mondo sessantottino.
Sarà il frutto, invece, del cammino di ritorno, come avvenne per il Figliol Prodigo. Coloro che oggi sono considerati perfettamente “integrati” nelle Chiesa torneranno indietro affamati e stanchi di mangiare il cibo riservato ai porci.
E’ molto nota, del resto, una visione dello stesso Ratzinger che immagina la Chiesa del futuro come Santa, splendente ma nascosta nelle catacombe. E’ facile scorgere, in questa visione, il frutto della necessaria rinuncia alla visibilità ed alla concordia col mondo.
Perdoni la crudezza di quanto sopra; Le auguro ogni bene.
Caro Domenico,
ti ringrazio per la tua riflessione, che tocca proprio il punto verso cui questo ciclo di scritti sta conducendo: distinguere il Concilio da ciò che è avvenuto nella sua ricezione.
Il caso di Ratzinger è emblematico: partecipò al Concilio con entusiasmo, ma pochi anni dopo criticò severamente alcuni sviluppi che si stavano manifestando nella Chiesa. Per questo non possiamo identificare semplicemente «post-concilio» e «Concilio». La questione va posta distinguendo il testo conciliare, la sua interpretazione e la sua applicazione.
Per questo condivido la tua espressione «errata ricezione», ma parlerei più di documentare che di «certificare». Dovremo mostrare, caso per caso, dove ciò che viene presentato come attuazione del Concilio corrisponda realmente ai suoi testi, alla Tradizione e al Magistero. È questa, credo, la strada più rigorosa e anche più difficile da liquidare come «anti-conciliare».
Qui diventa decisivo lo «spirito del Concilio»: quando lo si separa dai testi, può diventare una categoria dentro cui far rientrare praticamente qualsiasi cosa. Ed è precisamente il problema che Benedetto XVI affrontò parlando di ermeneutica della rottura e di ermeneutica della riforma nella continuità.
Anche il richiamo alla communio è molto pertinente: se una realtà teologica viene tradotta semplicemente in assemblee, commissioni, consigli e procedure partecipative, si rischia di trasformarla in una categoria sociologica. E questo si collega inevitabilmente anche alla questione della sinodalità.
Su Fatima e sul «dopo il 1960», invece, sarei prudente: il riferimento di suor Lucia al 1960 è documentato, ma attribuirgli con certezza il significato di una profezia sul Concilio e sul post-concilio sarebbe un’interpretazione, non un dato storico. E non abbiamo bisogno di Fatima per sostenere la nostra tesi: i testi conciliari, la Tradizione e le stesse parole di Ratzinger offrono materiale molto più solido.
Analogamente, sull’immagine della Chiesa «nelle catacombe» distinguerei la riflessione di Ratzinger da una vera e propria profezia. La Chiesa può diventare numericamente più piccola e culturalmente più estranea al mondo, ma non per questo perde la sua natura visibile e sacramentale.
Condivido invece pienamente la tua preoccupazione per il fatto che ogni critica alla ricezione dominante del Concilio venga talvolta presentata come critica al Concilio stesso. È qui che il «super-dogma» diventa una categoria utile per comprendere il problema.
E mi pare molto forte ciò che dici alla fine: Scrittura, Concili e Magistero devono tornare a parlare la stessa lingua. Più precisamente, dobbiamo recuperare la loro intrinseca unità, senza contrapporli né usare l’uno contro l’altro.
Per questo non parlerei di una «Crociata», ma di una ricerca paziente, rigorosa e coraggiosa della verità sulla ricezione del Concilio. Il prossimo passo, infatti, dovrebbe essere proprio questo: documentare dove concretamente il post-concilio si sia allontanato dai testi conciliari e dalla Tradizione, distinguendo ciò che il Concilio dice da ciò che gli è stato fatto dire.
Credo che sia questa la questione decisiva: non essere «pro» o «contro» il Vaticano II, ma verificare se lo abbiamo davvero compreso nella continuità della Chiesa oppure se, in alcuni casi, abbiamo finito per sostituire il Concilio con una sua interpretazione.
solo una precisazione, Don Giuseppe: il mio riferimento a Fatima è solo a ciò che ufficialmente sappiamo: con”dopo il 1960″ intendevo riferirmi non al Concilio ma al mutato clima intorno alla Chiesa che avrebbe portato ad identificarla, nella persona del suo capo visibile, con un obiettivo del terrorismo militare. Tutto qui. Un cambiamento epocale vedere la Chiesa al centro oggetto di complotti politico-istituzionali….. Gli anni più vicini a noi, peraltro, ci hanno restituito episodi anche peggiori in campo bancario e finanziario….
Caro Domenico, sì, ora è chiarissimo. Avevo collegato troppo rapidamente il tuo riferimento al «dopo il 1960» alla questione conciliare, mentre tu lo riferivi al mutamento del clima storico e al progressivo emergere di una Chiesa sottoposta anche a dinamiche politico-istituzionali e complottistiche che prima sarebbero state difficili perfino da immaginare.
In questo senso il riferimento a Fatima acquista un significato diverso da quello che avevo inteso io. E concordo che il cambiamento di clima storico e culturale intorno alla Chiesa meriti attenzione, anche perché non riguarda soltanto gli anni immediatamente successivi al Concilio, ma attraversa poi vicende molto più vicine a noi.
Grazie della precisazione: adesso ho perfettamente chiaro ciò che intendevi.
Ricordiamo ai «trad-cons» — o, come qualcuno li chiama, «vedove di BXVI» — una cosa che spesso si tende a dimenticare: il pensiero di Joseph Ratzinger è stato sempre, nella sostanza, quello di un Novatores a marcia lenta.
Per comprendere la portata di questa posizione, occorre partire dal modo in cui Ratzinger interpretò il Vaticano II. Fu lui stesso a definirlo un «Contro-Sillabo», riconoscendo nel Concilio una svolta rispetto all’impostazione precedente. Non si trattava, dunque, di una semplice riproposizione della continuità, ma dell’avvio di un nuovo rapporto con alcune questioni decisive.
Coerentemente con questa lettura, Ratzinger difese e interpretò positivamente, per decenni, molte delle principali novità conciliari: dall’ecumenismo alla libertà religiosa, fino alla nuova impostazione dei rapporti tra Chiesa e mondo moderno. La sua prospettiva mirava a ricomporre queste innovazioni entro una sintesi con la tradizione precedente.
Proprio qui emerge però il problema. Una sintesi può chiarire il rapporto tra elementi diversi soltanto se ne precisa i limiti e il significato. Quando invece diventa il criterio con cui si tenta di conciliare affermazioni difficilmente conciliabili, il risultato può essere non la chiarezza, bensì l’ambiguità. In tal modo, la pretesa continuità rischia di lasciare irrisolte le tensioni che avrebbe dovuto spiegare.
È anche alla luce di questa dinamica che oggi si sente parlare di uno «spirito del Concilio» distinto dal Concilio stesso. Ma occorrerebbe chiedersi se tale distinzione non sia, almeno in parte, il prodotto di un processo già inscritto nelle premesse: prima si introducono formulazioni ambigue, poi si attribuiscono le conseguenze delle loro diverse interpretazioni allo «spirito» che le avrebbe deformate.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto gli sviluppi successivi o le applicazioni più radicali del Concilio. È il vecchio problema dell’inquinamento del pozzo: non basta indicare ciò che è stato aggiunto all’acqua in superficie, quando la contaminazione potrebbe essere già penetrata alla sorgente.
E quando la sorgente è l’«Acqua Viva», la questione non è affatto secondaria.
Caro Sergio, grazie innanzitutto per il tuo feedback. Devo dirti che tocchi un punto serio, ma credo che nella tua tesi ci sia un passaggio che vada contestato con precisione: da Ratzinger «novatore» passi quasi a Ratzinger come autore di una continuità artificiale, mentre i testi mostrano una realtà più complessa.
Il punto decisivo è che Ratzinger non negò affatto la novità del Concilio. Anzi, riconobbe esplicitamente il carattere di svolta di alcune sue acquisizioni. Ma riconoscere una novità non significa necessariamente porla in contraddizione con ciò che l’ha preceduta. Nel 2005, da Benedetto XVI, spiegò proprio che la novità autentica doveva essere compresa come «riforma» nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.
Anche l’espressione «Contro-Sillabo», che Ratzinger effettivamente utilizzò, non significa automaticamente che il Vaticano II rappresenti una rottura con la Tradizione precedente. Significa piuttosto che alcune questioni, soprattutto il rapporto tra Chiesa e modernità, vengono affrontate secondo una prospettiva nuova. Il problema teologico, allora, è stabilire in che senso quella novità costituisca sviluppo, precisazione o eventuale correzione di formulazioni precedenti.
Ed è proprio qui che trovo debole il passaggio sull’«inquinamento del pozzo». Perché in qualche modo presuppone ciò che invece dovrebbe dimostrare: che le formulazioni conciliari siano ambigue o contraddittorie e che le successive interpretazioni divergenti siano già necessariamente contenute nella sorgente. Ma questo non lo si può dimostrare attraverso una metafora. Bisogna prendere i testi, confrontarli con la Tradizione precedente e verificare caso per caso.
Prendiamo Dignitatis humanae: il Concilio afferma il diritto all’immunità dalla coercizione in materia religiosa, ma precisa nello stesso tempo che questa dottrina «lascia intatta» la dottrina tradizionale sul dovere morale degli uomini verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo. Questo dato testuale, almeno, impedisce di liquidare la questione semplicemente come una rottura.
Perciò la domanda vera non è: «Ratzinger era un novatore?». Certamente riconosceva la novità conciliare. La domanda è: come deve essere interpretata quella novità? E qui mi pare che tu attribuisca a Ratzinger una posizione che Ratzinger ha invece dedicato gran parte della sua vita a precisare e difendere.
C’è poi un elemento che entra direttamente in tensione con la tua conclusione: Ratzinger criticò proprio l’idea di uno «spirito del Concilio» autorizzato a oltrepassare i testi. Nel 2005 denunciò l’ermeneutica della discontinuità proprio perché pretendeva di andare oltre i testi per seguire un presunto spirito più profondo del Concilio, lasciando così un margine praticamente illimitato alle interpretazioni.
Per questo, più che difendere genericamente Ratzinger, credo che il punto della discussione sia un altro: se sostieni che il pozzo fosse già inquinato alla sorgente, bisogna mostrarlo. Dove? In quali testi? In quale rapporto con la Tradizione precedente?
È lì, secondo me, che la discussione diventa davvero interessante: non stabilire a priori se il Concilio sia stato una rottura o una continuità, ma verificare, testo alla mano, dove ci sia realmente sviluppo, dove precisazione e dove, eventualmente, una difficoltà di continuità.
Perdoni la chiosa, non è il mio stile: credo che Sergio abbia posto l’accento su quanto bisogno di Tradizione (sana) ci sia oggi nella Chiesa. Senza di Essa la confusione tra la voce dello “Spirito Santo” ed altri “spiriti” è garantita. Basterebbe, forse, far capire a tutti che lo Spirito Santo (“Acqua Viva”) non si contraddice mai?
Caro Domenico, non c’è nulla da perdonare: la tua chiosa centra un punto decisivo. La Tradizione, quando è sana e autenticamente ecclesiale, non è un ostacolo all’azione dello Spirito Santo, ma uno dei luoghi nei quali la Chiesa riconosce e custodisce ciò che dallo Spirito ha ricevuto.
E sì, il criterio fondamentale è proprio quello che indichi: lo Spirito Santo non si contraddice. Per questo, quando vengono proposte come opera dello Spirito interpretazioni che sembrano contraddire la Scrittura, la Tradizione viva della Chiesa o il Magistero precedente, non basta invocare genericamente lo «Spirito»: occorre discernere.
Ed è forse questo uno dei problemi del nostro tempo: si parla molto dello Spirito Santo, ma non sempre si chiarisce secondo quali criteri si possa riconoscere ciò che viene realmente dallo Spirito e ciò che invece è frutto di categorie culturali, ideologiche o semplicemente umane.
In fondo, è anche qui che torna il tema dell’articolo: il vero rinnovamento non può essere contrapposto alla Tradizione, perché lo stesso Spirito che rinnova è lo Spirito che custodisce la verità ricevuta. Grazie
Ratzinger, il pensatore e Teologo della continuità
Il merito più grande di Joseph Ratzinger, davanti alla complessa vicenda del Concilio Vaticano II, è forse quello di non aver mai ceduto alla tentazione degli schieramenti. Non fu l’uomo di un «contro-Concilio», ma neppure il teologo disposto ad accettare che ogni cambiamento avvenuto dopo il Concilio fosse automaticamente giustificato in suo nome.
Ratzinger fu, prima di tutto, un grande pensatore della fede. Un uomo capace di tenere insieme ciò che troppo spesso viene separato: fede e ragione, Tradizione e rinnovamento, verità e libertà, Cristo e storia.
La sua grandezza sta proprio qui: egli non ebbe paura della ragione, perché sapeva che una fede incapace di dialogare con la ragione rischia di trasformarsi in sentimento; ma sapeva anche che una ragione che pretende di fare a meno di Dio finisce per smarrire le domande ultime dell’uomo.
Per Ratzinger, la fede non è fuga dalla ragione, ma il suo compimento. E la ragione, quando è autenticamente aperta alla verità, non è nemica della fede: può diventare una delle strade attraverso cui l’uomo riconosce che la realtà è più grande di ciò che riesce immediatamente a vedere.
MÈ questa impostazione che permette di comprendere anche il suo rapporto con il Vaticano II.
Ratzinger non volle demolire il Concilio: volle liberarlo dalle interpretazioni ideologiche che rischiavano di trasformarlo in qualcosa che il Concilio stesso non era. La sua battaglia non fu contro il rinnovamento, ma contro l’idea che rinnovare significhi necessariamente rompere.
Ed è qui che la sua riflessione assume una forza straordinaria.
Il Concilio Vaticano II non ha bisogno di essere trasformato in un nuovo principio assoluto, quasi fosse nato con esso un cristianesimo completamente diverso. Ma non ha neppure bisogno di essere respinto per difendere la Tradizione. Ratzinger ci mostra una strada più esigente: leggere il Concilio dentro la grande storia della Chiesa, nella continuità della fede apostolica.
La sua famosa distinzione tra l’ermeneutica della rottura e quella della riforma non è una semplice questione terminologica. È una vera chiave di lettura della storia ecclesiale.
La Chiesa può riformarsi profondamente senza rinnegare se stessa.
Può cambiare linguaggio senza cambiare Cristo.
Può rinnovare le proprie forme senza perdere la propria identità.
Può affrontare le domande dell’uomo contemporaneo senza diventare prigioniera dello spirito di ogni epoca.
Questo è il punto nel quale Ratzinger appare particolarmente profondo: non confonde mai la novità con la verità.
Una cosa non diventa vera semplicemente perché è nuova. E una cosa non diventa falsa semplicemente perché è antica.
Il criterio è Cristo.
Il criterio è la verità della fede ricevuta dagli Apostoli e vissuta dalla Chiesa nel corso dei secoli.
Il criterio è quella Tradizione viva che non è un museo del passato, ma la memoria vivente della Chiesa.
Per questo Ratzinger rimane un pensatore straordinariamente attuale. Egli ci insegna che la Chiesa non deve avere paura di pensare. Anzi, deve pensare di più, studiare di più, approfondire di più, perché la fede non teme la verità.
Una fede autentica non ha bisogno di spegnere la ragione per difendersi. Al contrario, può incontrare la ragione e provocarla, proprio perché sa che entrambe, quando sono orientate alla verità, non sono destinate necessariamente a combattersi.
In Ratzinger c’è dunque una convinzione profonda: il cristianesimo non è un’ideologia, ma l’incontro con una Persona, Gesù Cristo. E proprio perché Cristo è la Verità, la fede cristiana non può rinunciare alla ragione, alla ricerca, alla domanda, al confronto serio con la realtà.
Questa è anche la ragione per cui la sua lettura del Vaticano II è così importante. Ratzinger non ci invita a scegliere tra «prima» e «dopo» il Concilio. Ci invita a comprendere come la stessa Chiesa possa rinnovarsi senza cessare di essere la Chiesa di Cristo.
ME forse oggi questa è una delle lezioni più necessarie.
Non abbiamo bisogno di una Chiesa che viva eternamente nella contrapposizione tra «progressisti» e «tradizionalisti». Abbiamo bisogno di una Chiesa capace di custodire la verità e, nello stesso tempo, di annunciarla con un linguaggio comprensibile all’uomo di oggi.
Ratzinger ha avuto il coraggio di ricordare che la fedeltà non è immobilismo e il rinnovamento non è rottura.
È possibile essere pienamente fedeli al Vaticano II senza trasformarlo in un «anno zero». È possibile amare la Tradizione senza congelarla. È possibile accogliere il rinnovamento senza consegnare la Chiesa all’ideologia della novità.
In questo senso, Joseph Ratzinger è stato davvero un grande pensatore cattolico: non perché abbia cercato di costruire una nuova Chiesa, ma perché ha cercato continuamente di riportare la Chiesa al centro della sua identità: Cristo, la verità, la fede, la ragione e la Tradizione viva. La sua eredità più forte potrebbe essere racchiusa proprio in questa convinzione: una Chiesa che pensa non è una Chiesa meno credente; è una Chiesa che prende sul serio la propria fede.
E una fede che non ha paura della ragione è una fede adulta, capace di attraversare le crisi senza perdere la propria anima.
Ratzinger, in fondo, non ci ha insegnato a scegliere tra fede e ragione, tra Concilio e Tradizione, tra passato e futuro. Ci ha insegnato a cercare l’unità nella verità, perché la verità cristiana non appartiene a una stagione della storia: ha il volto di Cristo e, proprio per questo, continua a parlare a ogni generazione.
Caro Vincenzo, grazie per questa bella e interessante riflessione, che coglie molto bene il cuore di ciò che ho cercato di mettere in evidenza. In effetti, la grandezza di Ratzinger sta proprio nel non aver mai accettato la falsa alternativa tra Tradizione e rinnovamento, come se per essere fedeli alla prima fosse necessario rifiutare il secondo, o per accogliere il secondo fosse necessario rompere con la prima.
E trovo particolarmente importante ciò che scrivi sul criterio: Cristo, e dunque la verità della fede ricevuta e vissuta dalla Chiesa. È questo che impedisce sia di trasformare la Tradizione in un museo, sia di fare della novità un criterio di verità.
Forse è proprio qui che Ratzinger può ancora aiutarci: non a scegliere tra «prima» e «dopo» il Concilio, ma a comprendere che la Chiesa può riformarsi senza cessare di essere se stessa. E questo richiede molto più pensiero, molto più studio e molta più attenzione ai testi di quanto non richiedano gli slogan degli schieramenti. Chapeau