Concilio Vaticano II
Concilio Vaticano II

 

 

di Giuseppe Russo



C’è un modo piuttosto semplice per liquidare la questione del Concilio Vaticano II: schierarsi. Da una parte coloro che lo considerano l’inizio di una nuova epoca della Chiesa, quasi una sorta di «anno zero» ecclesiale; dall’altra coloro che, proprio a partire dalle trasformazioni avvenute nel post-concilio, finiscono per guardare al Concilio con sospetto, come se l’origine di ogni problema fosse necessariamente da ricercare nei suoi testi.

Joseph Ratzinger non appartiene pienamente né all’uno né all’altro campo. Ed è proprio per questo che vale la pena rileggerlo.

Un testo del giovane professor Ratzinger, riproposto recentemente da Rorate Cæli, richiama alcune sue riflessioni sugli effetti del Vaticano II a pochi anni dalla sua conclusione. Sono pagine severe, nelle quali il teologo bavarese non nasconde le difficoltà, le tensioni e le conseguenze dolorose che avevano accompagnato la ricezione del Concilio.

Ma sarebbe un errore trasformare queste pagine nella prova che «Ratzinger era contro il Concilio». La questione è molto più interessante.

Ratzinger non mette semplicemente sotto accusa il Vaticano II. Mette sotto esame la sua ricezione. E, soprattutto, mette in discussione l’idea che per essere fedeli al Concilio sia necessario identificare il Concilio con una determinata interpretazione del suo «spirito».

È una distinzione decisiva.

Un realismo che non ha paura dei fatti

Nel testo ricordato da Rorate Cæli, Ratzinger osservava con realismo gli effetti che si erano manifestati nella Chiesa dopo il Concilio: chiese, seminari e monasteri svuotati, tensioni interne, contrapposizioni, perdita di entusiasmo e un clima ecclesiale che in alcuni ambienti era diventato aspro.

La sua osservazione merita attenzione proprio perché non nasceva da una posizione estranea al Vaticano II. Ratzinger vi aveva partecipato come giovane teologo e ne aveva condiviso molte speranze.

Il suo atteggiamento, dunque, non era quello di chi guarda dall’esterno e giudica un evento che non conosce. Era quello di chi aveva creduto in una grande stagione di rinnovamento e, proprio per questo, non era disposto a chiudere gli occhi davanti a ciò che stava accadendo.

È una lezione metodologica importante.

Nella Chiesa non dovrebbe esistere l’obbligo di chiamare «frutti» tutti gli effetti prodotti in nome di un Concilio. Ma, allo stesso tempo, non dovrebbe esistere neppure la tentazione opposta di attribuire automaticamente al Concilio tutto ciò che è accaduto dopo di esso.

Occorre distinguere.

Una cosa è il Concilio. Un’altra è la sua interpretazione. Un’altra ancora è la sua applicazione.

Ed è proprio questa distinzione che consente di affrontare la questione senza ideologie.

Il problema dell’«anno zero»

Uno dei passaggi più interessanti delle riflessioni di Ratzinger riguarda l’idea di una rottura con il passato.

Il clima culturale degli anni Sessanta era fortemente segnato dalla convinzione che fosse possibile ricominciare da capo. Il passato appariva spesso come un peso; la novità, invece, sembrava possedere quasi automaticamente un valore positivo.

Ma la Chiesa non è una realtà che possa ricominciare da zero.

Non perché tutto ciò che appartiene al passato sia necessariamente buono. La Tradizione non è la conservazione indiscriminata di tutto ciò che è antico. Ma perché la Chiesa riceve la propria identità da Cristo e dagli Apostoli e vive nella storia senza cessare di essere se stessa.

Questa convinzione sarà centrale anche nella riflessione successiva di Ratzinger.

Molti anni dopo, ormai Benedetto XVI, egli avrebbe spiegato che il problema della ricezione del Concilio dipendeva in larga misura dalla sua corretta interpretazione. Avrebbe così contrapposto l’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» all’«ermeneutica della riforma», cioè del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.

Non è dunque necessario sostenere che il Ratzinger degli anni Settanta avesse già formulato nella stessa forma la riflessione del 2005. È sufficiente riconoscere una linea di fondo: il rinnovamento della Chiesa non può essere pensato come una cancellazione della sua storia.

Quando lo «spirito del Concilio» diventa più importante dei testi

È forse qui che la critica di Ratzinger diventa particolarmente attuale.

Che cosa significa davvero «spirito del Concilio»?

Se con questa espressione si intendono le intenzioni profonde che hanno guidato i Padri conciliari, la questione è seria e merita studio.

Ma se lo «spirito del Concilio» viene separato dai testi del Concilio, può diventare praticamente qualsiasi cosa.

Ed è precisamente questo il rischio denunciato da Benedetto XVI nel 2005. Egli criticava un’interpretazione secondo la quale i testi conciliari sarebbero ancora condizionati da elementi del passato, mentre il vero Concilio si troverebbe negli «slanci verso il nuovo» che si sarebbero sviluppati oltre i testi stessi. In questo modo si apriva uno spazio enorme per stabilire successivamente che cosa fosse quello spirito e, di conseguenza, per legittimare quasi ogni innovazione in suo nome.

È una critica che colpisce al cuore una certa mentalità post-conciliare.

Perché se il testo non è più il criterio, ma diventa soltanto il punto di partenza per andare «oltre» il testo, allora il Concilio rischia di diventare ciò che qualcuno dice che sia stato.

E a quel punto non si interpreta più il Concilio: lo si reinventa.

La communio non è un’organizzazione

Un’altra osservazione del giovane Ratzinger riguarda il concetto di communio e la collegialità.

Anche qui il problema non è il principio, ma la sua riduzione.

La communio ecclesiale non coincide con la moltiplicazione degli organismi di partecipazione. Non diventa più profonda semplicemente perché aumentano commissioni, consigli, gruppi di lavoro, assemblee e strutture consultive.

Una Chiesa può essere piena di riunioni e povera di comunione.

La comunione ecclesiale, invece, nasce dalla comune appartenenza a Cristo, dall’Eucaristia, dalla fede apostolica e dalla comunione con il ministero ecclesiale.

Questo punto acquista oggi una particolare rilevanza nel dibattito sulla sinodalità.

Non è sufficiente tradurre una categoria teologica in una categoria sociologica. Non basta trasformare la communio in partecipazione, la partecipazione in consultazione e la consultazione in un procedimento decisionale.

La domanda fondamentale rimane un’altra: che cosa significa essere Chiesa?

Se questa domanda viene dimenticata, anche una struttura nata con le migliori intenzioni può finire per produrre soltanto altra struttura.

La Tradizione non è né il passato né il presente

Qui emerge forse il Ratzinger più autentico.

La contrapposizione tra «progressisti» e «conservatori» è insufficiente perché entrambi possono cadere nello stesso errore: trasformare una categoria storica in criterio della verità.

Per uno, sarebbe vero ciò che è nuovo.

Per l’altro, sarebbe vero ciò che è antico.

Ma la Tradizione cattolica non coincide né con il nuovo né con l’antico.

È la permanenza della Chiesa nella verità ricevuta, attraverso il mutare delle vicende storiche.

Per questo non si tratta di scegliere tra «prima» e «dopo» il Concilio.

Si tratta di comprendere come la stessa Chiesa possa rinnovarsi senza cessare di essere se stessa.

È precisamente questa la prospettiva che Benedetto XVI formulerà nel 2005 parlando dell’«unico soggetto-Chiesa», che cresce nel tempo e si sviluppa rimanendo tuttavia se stesso.

Ratzinger non era contro il Concilio

A questo punto diventa necessario evitare una seconda semplificazione.

Leggere queste pagine di Ratzinger come una critica radicale al Vaticano II sarebbe tanto scorretto quanto ignorare la durezza delle sue osservazioni.

Ratzinger non fu un oppositore del Concilio. Vi partecipò direttamente e per tutta la sua vita ne difese l’appartenenza alla storia della Chiesa.

Anche il successivo confronto con il movimento di Marcel Lefebvre mostra quanto sia lontana da Ratzinger l’idea di una Chiesa costretta a scegliere tra il Vaticano II e la Tradizione.

Giovanni Paolo II, nel Motu proprio Ecclesia Dei del 1988, richiamò infatti la fedeltà alla Tradizione della Chiesa «autenticamente interpretata dal Magistero ecclesiastico», includendo esplicitamente i Concili ecumenici «da Nicea al Vaticano II».

E Benedetto XVI, molti anni dopo, sarebbe stato ancora più esplicito: a chi si presentava come grande difensore del Concilio ricordò che il Vaticano II «abbraccia l’intera storia dottrinale della Chiesa» e che non si possono recidere le radici dalle quali l’albero riceve la propria linfa.

La posizione cattolica, dunque, non consiste nel scegliere tra Concilio e Tradizione.

Il Concilio va compreso dentro la Tradizione.

E la Tradizione non può essere utilizzata come pretesto per rifiutare ciò che la Chiesa ha autenticamente insegnato attraverso il Concilio.

È precisamente questa la posizione che impedisce tanto la «rivoluzione permanente» quanto la nostalgia trasformata in criterio teologico.

Un Concilio può essere valido e la sua ricezione può essere problematica

Qui si trova probabilmente il punto più importante.

L’esistenza di problemi nel post-concilio non dimostra automaticamente che il Concilio sia stato un errore.

Ma, allo stesso modo, la validità ecclesiale del Concilio non permette di dichiarare buono tutto ciò che è stato compiuto successivamente in suo nome.

Sono due proposizioni diverse.

Un Concilio può essere autenticamente ecclesiale e la sua ricezione può essere parziale, deformata, ideologizzata o semplicemente incompleta.

È per questo che la storia della Chiesa non può essere letta attraverso formule semplicistiche.

La Chiesa vive di testi, ma anche di interpretazioni; di documenti, ma anche di persone; di norme, ma anche di vita cristiana.

Ed è qui che acquista particolare forza l’immagine ricordata da Ratzinger: la grande quantità di documenti prodotti da un Concilio non garantisce automaticamente la nascita di una nuova vita cristiana.

La carta, da sola, non evangelizza.

Una commissione, da sola, non converte.

Una struttura, da sola, non genera santità.

Ci vogliono uomini e donne capaci di vivere ciò che la Chiesa insegna.

La misura ultima non è la novità, ma la fecondità nella verità

Questa prospettiva permette di comprendere meglio una delle preoccupazioni più profonde di Ratzinger: il rischio che il rinnovamento ecclesiale venga misurato soltanto dalla sua capacità di rompere con il passato.

Ma il cristianesimo non conosce il culto della novità.

Il Vangelo è sempre nuovo, ma non perché cancelli ciò che lo ha preceduto. È nuovo perché rende presente Cristo.

La vera riforma, allora, non consiste nel sostituire una Chiesa con un’altra.

Non consiste nel passare dalla Chiesa «preconciliare» alla Chiesa «postconciliare», come se si trattasse di due soggetti storici differenti.

Benedetto XVI lo avrebbe detto con una formula decisiva: è sempre l’unico soggetto-Chiesa che cresce nel tempo e si sviluppa rimanendo se stesso.

Questo è probabilmente il punto nel quale Ratzinger rimane più distante sia da una certa lettura progressista sia da una certa lettura tradizionalista.

La prima rischia di vedere nel Concilio una rottura.

La seconda rischia di vedere nella Tradizione una realtà congelata in una determinata fase storica.

Ratzinger propone invece una terza via: la continuità dinamica della Tradizione.

La vera domanda rimane ancora aperta

Per questo oggi non abbiamo bisogno né di un «Concilio contro la Tradizione» né di una «Tradizione contro il Concilio».

Abbiamo bisogno di tornare ai testi, studiarli seriamente, confrontarli con la Tradizione precedente, distinguere ciò che appartiene all’insegnamento conciliare da ciò che è stato prodotto successivamente nella sua interpretazione e nella sua applicazione.

E soprattutto dobbiamo smettere di utilizzare l’espressione «spirito del Concilio» come una formula magica capace di risolvere ogni discussione.

Lo spirito di un Concilio non può essere invocato contro il Concilio stesso.

Se un’interpretazione entra in contrasto con il testo, con la Tradizione viva e con la struttura sacramentale della Chiesa, non basta chiamarla «spirito del Concilio» per renderla autenticamente conciliare.

Forse la lezione più preziosa del giovane Ratzinger, riletta alla luce del Benedetto XVI del 2005, è proprio questa: il Vaticano II non ha bisogno di essere difeso trasformandolo in un super-dogma; ha bisogno di essere studiato, interpretato e recepito nella continuità della Chiesa che lo ha celebrato.

Ed è una differenza tutt’altro che accademica.

Perché quando il Concilio diventa un’ideologia, cessa di essere un evento della Chiesa e diventa uno strumento nelle mani delle diverse fazioni ecclesiali.

Quando invece viene restituito alla sua natura autentica, il Concilio torna ad essere ciò che deve essere: un momento della vita della Chiesa, non l’inizio di una nuova Chiesa.

E forse è proprio qui che Ratzinger continua ancora oggi a porci la domanda più scomoda: non se siamo «pro» o «contro» il Concilio, ma se abbiamo davvero imparato a leggerlo nella Chiesa e con la Chiesa.

 

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