L’ultimo, accorato appello di Benedetto XVI affinché l’Europa riscopra e riaffermi la sua vera origine e identità che l’hanno resa grande e un modello di bellezza e di umanità. Non si tratta di imporre a fondamento dell’Europa le verità di fede, quanto, piuttosto, di fare una scelta ragionevole, che riconosca che è più naturale e giusto vivere “come se Dio ci fosse” piuttosto che “come se Dio non esistesse”. Come in un tempo non troppo lontano papa Giovanni XXIII si appellò alle grandi nazioni dell’Europa e dell’Occidente per scongiurare una devastante Guerra nucleare, così oggi il Papa emerito Benedetto XVI si rivolge un’ultima volta all’Europa intera e all’Occidente perché, solo riscoprendo la propria anima, possano salvare se stessa e il mondo dall’autodistruzione. Un appello a trecentosessanta gradi che riguarda l’uomo, la natura, l’universo tutto, un invito all’uomo occidentale a riprendere un percorso che è stato interrotto bruscamente con il miraggio di una unione, quella europea, che si è ritenuto fosse possibile, prescindendo da una cultura che è stata la fonte principale della civiltà occidentale, un appello che, nello stile di Ratzinger è rivolto a tutti, indipendentemente dal fatto che si creda o non si creda in Dio.

Afferma Benedetto XVI:

«Il movimento ecologico ha scoperto il limite di quello che si può fare e ha riconosciuto che la “natura” stabilisce per noi una misura che non possiamo impunemente ignorare. Purtroppo non si è ancora concretizzata “l’ecologia dell’uomo”. Anche l’uomo possiede una “natura” che gli è stata data, e il violentarla o il negarla conduce all’autodistruzione».

Sua santità Papa Francesco, condividendo l’appello del papa emerito Benedetto XVI, nella sua introduzione dice:

«Con la limpidezza, l’immediata accessibilità e insieme la profondità che gli sono proprie, il Papa emerito delinea qui magnificamente quella “idea d’Europa” che ha indubbiamente ispirato i suoi Padri fondatori e che sta alla base della sua grandezza ed il cui definitivo offuscamento sancirebbe il suo complessivo e irreversibile declino»

 

Cantagalli 2021 | pp. 264 | euro 19,00

In libreria dal 16 settembre 2021

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Ufficio Stampa Edizioni Cantagalli

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Riportiano i brani del libro ripresi dalle pagg.36-39

La quintessenza dell’epoca moderna appare, in ultima analisi ingiustamente, quella ragione completamente autoregolantesi che conosce ormai solo se stessa, ma che così è diventata cieca e nella distruzione del suo fondamento diventa inumana e ostile al creato. Questo tipo di autonomia della ragione è di certo un prodotto dello spirito europeo, ma nel contempo è per sua natura da considerare post-europea, anzi, anti-europea, come distruzione interiore di ciò che non solo è costitutivo per l’Europa, ma è presupposto di ogni società umana. Allora dall’epoca moderna si devono riprendere, come dimensione essenziale e irrinunciabile dell’elemento europeo, la relativa separazione di Stato e Chiesa, la libertà di coscienza, i diritti umani e la responsabilità individuale della ragione. Ma di fronte alla radicalizzazione di questi valori deve allo stesso tempo essere fissato il radicamento della ragione nel timore di Dio e nei valori etici fondamentali, che derivano dalla fede cristiana.

 

Tesi per un’Europa del futuro

 

In base a ciò che è stato spiegato sin qui diventa chiaro che non tutta l’unificazione politica ed economica che si realizza in Europa può già significare, in quanto tale, il futuro dell’Europa. Una mera centralizzazione delle competenze economiche o legislative potrebbe

anche portare a un rapido declino dell’Europa se, per esempio, sfociasse in una tecnocrazia il cui unico criterio fosse la crescita dei consumi. Al contrario, tali istituzioni hanno valore in un più ampio contesto in quanto superamento del culto della nazione e come parti di un ordine pacifico nella partecipazione collettiva ai beni di questo mondo. La loro legge fondamentale non può certamente essere un egoismo di gruppo, esteso ai popoli ricchi che difendono i propri privilegi. La ricchezza collettiva deve essere intesa come responsabilità collettiva per il mondo nel suo complesso e in questo senso l’Europa deve essere, anche nei suoi meccanismi economici, un sistema aperto. Al posto dell’idea del dominio del mondo e dell’annessione coloniale delle restanti parti del mondo deve subentrare l’idea di una società

aperta e di una responsabilità reciproca. Questo orientamento di fondo, che si ricava dal concetto di Europa che è stato sin qui elaborato, può essere sviluppato in quattro tesi, parallele alle quattro dimensioni dell’essenza dell’Europa appena delineate.

 

Tesi numero 1. Sin dal suo sorgere nell’Ellade, elemento costitutivo dell’Europa è l’intima correlazione di democrazia e di eunomia, di un diritto che non si lascia manipolare. Di fronte alla supremazia dei partiti e alla dittatura come dominio dell’arbitrio, l’Europa ha scelto il dominio della ragione e della libertà, che può durare solo come supremazia del diritto. La limitazione, il controllo e la trasparenza del potere sono elementi costitutivi della

comunità europea. Il loro presupposto è l’impossibilità di manipolare il diritto, l’inviolabilità del suo spazio. A sua volta, il presupposto di un simile diritto è di nuovo quello che i greci chiamavano eunomia, ovvero il suo poggiare su criteri morali. Considero quindi antidemocratico fare di «law and order» un insulto: ogni dittatura comincia con la messa

sotto accusa del diritto. Bisogna essere d’accordo con Platone anche sul fatto che ciò non dipende tanto da un determinato tipo di meccanismi di formazione della maggioranza, quanto piuttosto dalla realizzazione del valore intrinseco dei meccanismi democratici ciascuno nel modo più sicuro a seconda delle possibilità date, cioè il controllo del potere da

parte del diritto, e l’inviolabilità del diritto da parte del potere e della normazione del diritto in base all’etica. Chi combatte per l’Europa combatte quindi per la democrazia, ma nel vincolo indissolubile con l’eunomia, secondo il contenuto del concetto appena delineato.

 

Tesi numero 2. Se l’eunomia è il presupposto della stabilità della democrazia come opposizione alla tirannide e alla oclocrazia, d’altra parte il presupposto dell’eunomia è il timore dei valori morali e il timor di Dio, collettivo e vincolante per il diritto pubblico.

Ricordo ancora una volta l’importante affermazione di Bultmann: «Uno Stato non cristiano è fondamentalmente possibile, ma non uno Stato ateo». In ogni caso alla lunga quest’ultimo non resterebbe uno Stato di diritto. Dio non può essere spostato del tutto nel privato, ma

deve essere riconosciuto anche pubblicamente come il valore supremo. Questo senz’altro non esclude – e vorrei sottolinearlo in maniera molto decisa – la tolleranza e lo spazio per l’uomo ateo e non può avere nulla a che fare con la costrizione in materia di fede. Ma la situazione dovrebbe essere sotto certi aspetti contraria rispetto ai suoi sviluppi attuali: l’ateismo comincia a essere il dogma pubblico fondamentale e la fede viene tollerata come opinione privata, ma così in ultima istanza non è tollerata nella sua essenza. Una simile tolleranza privata alla fede l’aveva accordata anche l’antica Roma; l’apologia dell’imperatore doveva solo rappresentare l’ammissione che la fede non avanzava alcuna pretesa pubblica, in ogni caso non una fondamentale. Sono convinto che, alla lunga, non vi sia alcuna possibilità di sopravvivenza per lo Stato di diritto sotto un dogma ateo che si radicalizzi e che su questo punto sia necessaria una riflessione fondamentale – come questione di sopravvivenza. Nello stesso modo oso sostenere che la democrazia è in grado di funzionare solo se la coscienza funziona e che essa resta priva di contenuti se non si orienta verso i valori morali fondamentali del cristianesimo, che sono realizzabili anche senza una confessione cristiana, anzi, anche nel contesto di una religione non cristiana.

 

Tesi numero 3. Il rifiuto del dogma dell’ateismo come presupposto del diritto pubblico e del dogma della fondazione dello Stato, e un timore di Dio riconosciuto anche pubblicamente come il fondamento dell’etica e del diritto, significa rifiutare sia la nazione, sia anche la

rivoluzione mondiale come summum bonum. Di fatto, il nazionalismo non ha solo portato storicamente l’Europa sull’orlo della distruzione; anche se ha dominato gli ultimi decenni della storia europea, esso contraddice quello che l’Europa è, per sua natura, sia spiritualmente sia politicamente. Perciò sono necessarie istituzioni politiche, economiche e giuridiche sovranazionali, che tuttavia non devono avere il senso di costruire una super-nazione, ma al contrario dovrebbero restituire alle singole regioni dell’Europa una fisionomia e un peso rafforzati. Le istituzioni regionali, nazionali e sovranazionali dovrebbero intrecciarsi in modo tale da escludere in egual misura sia il centralismo che il particolarismo. Soprattutto, il libero scambio e l’unità nella molteplicità dovrebbero essere nuovamente

ravvivati in grande misura da istituzioni e forze culturali e religiose non statuali. Il Medioevo conobbe nelle università, negli ordini monastici e nei concili altrettante istituzioni europee che si ponevano come una realtà concreta, non statuale, e proprio per questo efficace. Ricordo, per fare solo qualche esempio, che Anselmo di Canterbury proveniva da Aosta, fu abate in Bretagna e arcivescovo in Inghilterra, che Alberto Magno veniva dalla Germania, insegnò altrettanto bene a Parigi come a Colonia e poté essere vescovo a Ratisbona, mentre Tommaso d’Aquino ha insegnato a Napoli, ma anche a Parigi e a Colonia, e Duns

Scoto a sua volta insegnò tanto in Inghilterra quanto a Parigi e a Colonia. A un simile sistema si dovrebbe ridare vigore; se queste coesioni culturali non si rafforzano in modo determinante, come realtà dinamiche non statuali, a mio avviso i meccanismi meramente statuali ed economici non potranno portare in ultima istanza ad alcunché di positivo. L’ecumene cristiana ha proprio in questo senso un’importanza anche europea. Come il nazionalismo è contro il futuro dell’Europa, nello stesso modo anche il marxismo contraddice, perlomeno nella sua forma pura, l’essenza europea. Il suo rifiuto della storia, che viene degradata integralmente a mera preistoria di un mondo che deve ancora essere creato, i suoi metodi e i suoi scopi portano a una società tirannica nella quale il diritto e l’etica sono manipolabili e di conseguenza la libertà viene trasformata nel suo opposto.

 

Tesi numero 4. L’Europa si deve fondare sul riconoscimento e la tutela della libertà di coscienza, dei diritti umani, della libertà della scienza e quindi su una società umana liberale. Queste conquiste dell’epoca moderna vanno tutelate e sviluppate, senza cadere nell’inconsistenza di una ragione senza trascendenza, che neutralizza dall’interno la propria libertà. La politica europea dei cristiani deve misurarsi su questi criteri, in base ai quali completerà il proprio compito politico.

 

 

 

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