di Sabino Paciolla
Si è tenuta mercoledì 28 maggio presso la Libreria San Paolo di Bari la presentazione del volume Rahner oltre Rahner, opera del prof. don Salvatore Vitiello, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Piacenza, presente all’incontro come relatore. La serata, introdotta da mons. Nicola Bux, già consultore dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede sotto i papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ha visto come presentatore del libro il prof. don Antonio Lattanzio, docente presso l’Institut Catholique de Paris e la Facoltà Teologica Pugliese. Ne è emerso un confronto teologico di notevole spessore, capace di gettare nuova luce su una delle figure più dibattute e fraintese della teologia cattolica del Novecento. Il video della registrazione della serata lo potete vedere qui.
Un autore «arcinoto» e divisivo
Ad aprire la serata è stato mons. Nicola Bux, che ha subito inquadrato la figura di Karl Rahner nella sua dimensione controversa. Con una battuta diventata celebre negli ambienti accademici romani, Bux ha ricordato come ai tempi in cui studiava alla Gregoriana si dicesse che «c’erano due fratelli Rahner, uno buono e uno cattivo»: il fratello buono era Hugo Rahner, patrologo apprezzato per la sua linea condivisibile; il fratello «cattivo» era appunto Karl, il gesuita sul quale don Vitiello ha concentrato ben sei anni di ricerca. Al di là delle «tifoserie», ha precisato Bux, il libro rappresenta «un tentativo di comprendere più oggettivamente l’autore, al di là dei riduzionismi che sono stati fatti», e si sofferma in particolare su ciò che nel pensiero rahneriano viene denominato «simbolica».
Il contenuto della serata, molto interessante, è stato un fluire di concetti teologici e filosofici, non sempre di immediata comprensione per un uditore medio. È arrivata però in soccorso la competenza accademica del presentatore, don Lattazione, e dell’autore, don Salvatore Vitiello, quest’ultimo dotato di una simpatia umana non comune e di una capacità comunicativa accattivante.
Il simbolo e il sacramento: la chiave di lettura del libro
Don Antonio Lattanzio ha aperto la propria presentazione sciogliendo un nodo concettuale fondamentale che percorre tutto il volume: la differenza tra segno e simbolo. Il segno — dal greco sēmeîon — interpella l’osservatore e lo orienta verso un referente esterno a sé; il simbolo — dal greco symbállō, «mettere insieme» — coinvolge l’osservatore in un’unità dinamica, mettendolo in contatto con una realtà che esso «non solo significa, bensì in un certo qual modo contiene e porta dentro». Il simbolo, cioè, non rimanda altrove: porta l’altrove dentro di sé.
Questa distinzione non è astratta. Lo stesso Credo che i cattolici recitano ogni domenica — il Simbolo niceno-costantinopolitano — viene chiamato «simbolo» proprio perché non si limita a descrivere la fede, ma coinvolge esistenzialmente chi lo pronuncia. Come osservava negli anni Ottanta il teologo protestante Gabriel Philippe Wittmer, citato da Lattanzio, il linguaggio del Credo non è descrittivo ma performativo e autoimplicativo: «quando io dico “io credo”, significa che tutta la mia persona si impegna a vivere quello che sta dicendo».
Dalla categoria di simbolo si passa, nel libro, a quella di sacramento, che la eccede ma la include. Il sacramento, come insegnò il Concilio di Trento, è «segno efficace della grazia di Dio»: non soltanto la significa, ma la realizza. Ed è significativo che il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum (n. 2), abbia scelto proprio il termine Sacramentum — e non simbolo — per descrivere l’atto della rivelazione di Dio, quell’«autocomunicazione sovranamente libera» sintetizzata nel Placuit Deo in sua bonitate et sapientia Seipsum revelare et notum facere sacramentum voluntatis suae. Una scelta tutt’altro che casuale, che si muove esattamente nella direzione argomentata da don Vitiello nel suo volume.
La «simbolica» di Rahner: grandezza e limiti
Al centro del libro vi è l’analisi della cosiddetta ontologia simbolica rahneriana, che don Vitiello ricostruisce a partire da tre opere fondamentali del teologo gesuita: Geist in Welt (L’uomo come spirito nel mondo), Hörer des Wortes (L’uomo come ascoltatore della parola) e il Grundkurs des Glaubens (Corso fondamentale sulla fede). La finalità di Rahner, come ha spiegato Lattanzio, era «il dialogo con le filosofie del soggetto» — da Kant a Hegel fino a Heidegger — pensatori che avevano cercato di emancipare l’uomo da ogni condizionamento esterno. Proprio per sottolineare questo obiettivo, questi filosofi hanno abbandonato il concetto cristiano di persona a favore di quello moderno di soggetto.
Il concetto cristiano di “persona” affonda le sue radici storiche nella teologia trinitaria dei Padri greci e latini, di Boezio e di Tommaso d’Aquino, per poi trovare pieno compimento nel personalismo novecentesco di Mounier, Wojtyła, Ratzinger e von Balthasar. Su un versante opposto si colloca invece la modernità di Kant, Hegel e della corrente esistenzialista (incluso Heidegger): per questi pensatori, l’alterità e tutto ciò che proviene dall’esterno — sia esso Dio, la tradizione o l’autorità — rappresenta una minaccia alla libertà dell’individuo. L’uomo viene così concepito come un essere radicalmente autonomo (auto-nomos, ovvero legge a se stesso), auto-fondato e auto-costituentesi.
Dunque, Rahner vuole dialogare con questi filosofi, e per farlo utilizza il metodo teologico-trascendentale — il cui perno è il concetto di Vorgriff (anticipazione, pre-afferramento). Tale metodo cerca di partire dall’apertura strutturale dell’uomo al mistero per mostrare come ogni essere umano, anche implicitamente, sia già orientato verso Dio. Un impianto affascinante, ha riconosciuto Lattanzio, ma che «risulta essere a tratti riduttivo. Perché la prospettiva che l’uomo può avere di Dio è sempre limitata. La creatura può conoscere qualcosa del creatore, ma sempre in maniera limitata.».
Ed è qui, osserva Lattanzio, che entra il correttivo proposto da don Vitiello: l’actus essendi di Tommaso d’Aquino (Actus essendi = l’atto di essere o atto di esistere). L’uomo non si dà da sé ma è creato. Non una metafisica scolastica ripetuta meccanicamente, ma una prospettiva ontologica capace di riconoscere il primato dell’iniziativa di Dio sull’apertura del soggetto umano.
Come ha sintetizzato Lattanzio, si tratta di bilanciare la prospettiva trascendentale di Rahner con «quell’asse ontologico-metafisico che fa comprendere la realtà del creatore ineffabile in sé» e che è pienamente coerente con quanto il Concilio lateranense IV (1215) aveva già stabilito circa l’analogia: qualsiasi concetto umano riferito a Dio sarà sempre infinitamente inferiore a ciò che Dio è in sé.
Rahner senza riduzionismi: la parola all’autore
Don Salvatore Vitiello ha esordito con una domanda apparentemente semplice ma densa di implicazioni: i simboli (es. la bandiera d’Italia che ci fa pensare al nostro Paese) esisterebbero senza l’uomo che li interpreta? No, ovviamente. Ma da ciò non si può derivare, come ha fatto «la filosofia contemporanea da Cartesio in poi», che la realtà esista solo perché esiste un soggetto che la conosce. «Nessuno di noi potrebbe mai dire che l’altro non esisteva perché io non lo conoscevo.» Il grande errore della gnoseologia moderna, che ha fatto e che continua a fare, è di aver confuso la condizione di possibilità del simbolo (il soggetto) con la condizione di possibilità della realtà stessa.
«Su questo cardine noi dobbiamo lavorare per comprendere qual è il nostro posto da cristiani che usano l’intelligenza – la ragione illuminata dalla fede – dentro la cultura dominante», dice l’autore. Un passo importante in questa direzione è rappresentato dalla recente pubblicazione dell’enciclica Magnifica Humanitas. Come osserva infatti don Salvatore Vitiello, siamo chiamati a confrontarci con un mondo «in cui la realtà è generata dall’algoritmo e l’uomo deve interfacciarsi con questa dimensione artificiale prodotta dalla macchina». Di fronte a questo scenario, la nostra responsabilità si fa ancora più esigente.
L’autore ha riconosciuto senza riserve la statura di Rahner — «un mostro sacro, nessuno lo mette in dubbio» — e ha confessato con ironia di «aver preso botte da tutti»: dall’estrema sinistra teologica, che vede nel gesuita tedesco un intoccabile, e da chi invece lo vorrebbe demonizzare come responsabile di tutti i mali del postconcilio. Entrambe le posizioni, a suo giudizio, sono «inadeguate».
Il vero problema, ha spiegato Vitiello, è che «data la complessità dell’autore, molti che si sono rifatti a lui hanno preso parti del suo pensiero, le hanno assolutizzate e hanno tratto conclusioni assolutamente insostenibili». Il caso più clamoroso è la teoria dei cristiani anonimi: l’idea rahneriana che ogni uomo abbia un’apertura trascendente al mistero è stata volgarizzata fino a concludere che «non serve più battezzare tutti, tanto tutti siamo anonimamente cristiani». Con la conseguenza pratica — che Vitiello denuncia con forza — di svuotare la pastorale sacramentale. «Oggi tutti sentiamo dire, anche dai pastori, perfino da quelli insigniti di viola o di rosso, dobbiamo superare la pastorale sacramentale. Amici, se superi la pastorale sacramentale non ci resta più niente, perché la Chiesa si realizza nel sacramento, e Rhaner lo dice chiaramente. (…) la Chiesa, presenza divina nel mondo, si realizza nel sacramento, realizza il sacramento attivamente ed è realizzata dal sacramento passivamente.»
Un altro fraintendimento clamoroso della interpretazione parziale di Rahner, denunciato dall’autore, riguarda la missione: «Oggi tutti pensiamo che fare apostolato sia quasi peccato mortale.» Eppure la missionarietà, ha ricordato Vitiello, è costitutiva della Chiesa stessa, inclusa nelle note dell’apostolicità e della cattolicità. «La missione, l’apostolato, l’annunciare il Cristo che noi abbiamo incontrato è uno degli elementi costitutivi del nostro battesimo.» Rahner non ha mai sostenuto l’abbandono della missione, ma una certa lettura parziale del suo pensiero ha contribuito a diffondere questa distorsione.
Se dunque è vero che a Rahner sono state fatte dire cose che effettivamente non ha mai detto, è anche vero che lui ha le sue responsabilità. E qui arriva la “parte correttiva” del lavoro di Vitiello su Rahner. Partendo da «un’assunzione acritica del sistema filosofico trascendentale, nella volontà buona di dialogare con la modernità, cioè di interpretare il perché il simbolo non esiste se non c’è un soggetto che lo conosce, si è lasciato talmente prendere da questo tipo di prospettiva che non ha più tenuto conto del dato reale.» afferma Vitiello. «Sicuramente la teologia dice molto alla ragione, ma le categorie filosofiche previe devono essere autonome dal dato rivelato, non puoi darle come presupposte, altrimenti non stai facendo filosofia.», constata l’autore del libro.
Il «real symbol» e l’incarnazione come unico simbolo reale
Il cuore speculativo del volume — e della relazione di don Vitiello — è la proposta di identificare nell’Incarnazione del Logos eterno l’unico e autentico real symbol della storia. «…probabilmente l’idea che tu hai di simbolo reale», dice Vitiello a Rahner, in una immaginaria conversazione, «si realizza solo in un caso nella storia.» Se il simbolo è quell’unità dinamica in cui il simbolizzato e il simbolizzante coincidono, allora «l’unico autentico simbolo reale in cui il simbolizzato e il simbolizzante vengono a coincidere è il caso dell’incarnazione del Logos eterno». Nell’unione ipostatica — l’unione della natura divina e umana nella persona di Gesù Cristo — il Mistero infinito assume integralmente la natura umana finita, senza confusione né separazione.
Ma attenzione, avverte Vitiello, «questo è un punto cruciale, l’io di Gesù di Nazareth non è un altro io rispetto all’io di Dio e dunque la base d’essere di Gesù Cristo è lo stesso Logos eterno. E in questo Rahner va in crisi».
Da questo punto di vista, ha argomentato Vitiello, si può anche identificare il limite più serio della teologia rahneriana: il suo timore atavico del triteismo lo ha condotto a negare una vera soggettività distinta alle tre Persone della Trinità, riducendo la relazione del Figlio col Padre alla sola relazione storica di Gesù di Nazareth con il Padre. «Qui voglio fare il cristologo, che è la mia vocazione originale», ha detto Vitiello: «Rahner arriva a dire meglio essere modalista che triteista.» Il problema, ha precisato, nasce dall’uso di un concetto moderno di persona — persona come individuo — invece del concetto classico e relazionale: «Se persona vuol dire relazione, non abbiamo alcun problema a riconoscere che nel mistero trinitario le tre persone sono tre relazioni autosussistenti.»
Dopo l’Incarnazione, però, non solo la natura divina ma anche «l’umano entra dentro questa simbolicità trinitaria». Da qui la duplice vocazione della Chiesa: «presentare al mondo il simbolizzato, cioè Gesù di Nazareth, Signore Cristo risorto», e «introdurre i simboli, cioè noi stessi, dentro la dinamica trinitaria» — attraverso il sacramento e la missione.
Il metodo critico: non un attacco frontale, ma una mina più insidiosa
Don Vitiello ha chiarito perché ha scelto un approccio critico-costruttivo, «parlo di integrazione, parlo di correzione», piuttosto che demolitivo. La famosa critica di Cornelio Fabro al pensiero rahneriano — pur avendo una sua ragione d’essere — ha un limite metodologico: «non posso utilizzare uno schema rigidamente scolastico, neoscolastico, per criticare un pensiero che si fonda sulla filosofia trascendentale. Il metodo deve essere adeguato.»
La strategia del libro è diversa e, a giudizio dell’autore, più efficace: dimostrare che «l’ontologia simbolica rahneriana non è sufficientemente fondata filosoficamente» e che essa «regge il sistema rahneriano solo se letta alla luce dell’actus essendi tomista». In altri termini, Rahner ha bisogno anche di Tommaso per stare in piedi, anche se non lo sa o non lo ammette pienamente. «Penso che la mina che ho messo sotto il pensiero rahneriano sia perfino più insidiosa dell’attacco frontale a mo’ di ariete che ha fatto Cornelio Fabro.»
«Quindi, non è Rahner sì o Rahner no, ma è “Rahner oltre Rahner”, cioè Rahner oltre la riduzione di Rahner che si è fatta recuperando tutta la provocazione positiva che questo autore offre all’intelligenza umana, ma anche identificando i grandi limiti.», precisa Vitiello.
Un ulteriore limite individuato nel pensiero rahneriano è la sua distanza dalla realtà pastorale. Richiamando il documento Donum veritatis di Ratzinger sulla vocazione ecclesiale del teologo, Vitiello ha ricordato che «noi teologi non dobbiamo mai essere gli intellettuali della fede»: «Siamo al servizio della verità rivelata, la riceviamo noi innanzitutto, la comprendiamo e cerchiamo di offrirla alla Chiesa e ai fratelli, ma certamente non siamo noi padroni della rivelazione.» Rahner, purtroppo, «si è ridotto all’intellettuale della fede» e «non ha più tenuto conto del dato reale», non anticipando le conseguenze pratiche del proprio pensiero.
Il dibattito: sviluppo del dogma, autocoscienza di Cristo, Ascensione e Trinità
La serata si è conclusa con un dibattito vivace. A una domanda di don Lattanzio sull’autocoscienza di Gesù, Vitiello ha articolato una risposta cristologica precisa: l’uomo Gesù di Nazareth non aveva la fede come l’abbiamo noi, ma godeva — in forza dell’unione ipostatica — di quella che Tommaso chiama «visione beatifica», ovvero un’esperienza costante e presente del Padre. «Il figlio riceve tutto dal padre incluso il suo essere figlio.» Gesù ha scelto volontariamente di percorrere per intero l’esperienza umana, dal grembo di una madre all’esperienza della morte, «proprio perché nulla della nostra esistenza vada perduto».
Sul piano della dottrina, Lattanzio e Vitiello hanno convenuto che non si può parlare di evoluzione del dogma, ma solo di sviluppo organico: «uno sviluppo che non può mai essere contraddittorio, perché sarebbe contrario alla natura stessa della rivelazione. Ogni volta che nella dottrina cristiana salta fuori un “arto” o un “occhio” che non c’era [in un “corpo” dottrinale], è uno sviluppo mostruoso [di quel “corpo” dottrinale].»
Dal pubblico è venuta infine una domanda di grande profondità teologica: l’Incarnazione del Logos e la successiva Ascensione hanno introdotto un cambiamento nella Trinità? La risposta di Vitiello ha saputo tenere insieme le due prospettive: «dal lato umano sì, dal lato divino no, perché il tempo è solo nostro.» Prima dell’Incarnazione non esisteva la natura umana creata di Gesù nel seno della Trinità; dopo l’Ascensione, quella natura è «tirata dentro il mistero trinitario» — e con essa, in anticipo sacramentale, anche la nostra. «Ogni volta che noi riceviamo la santa comunione noi crediamo di ricevere la comunione, che è vero, ma è Cristo che ci riceve dentro di sé, ci tira dentro il mistero trinitario.»
Vitiello ha affermato con vigore e certezza che Gesù Cristo è risorto, criticando quei teologi che seminano dubbi al riguardo e che riducono quel fatto storico a una “leggenda” o a semplici “stati d’animo” degli apostoli, confusi dagli eventi drammatici della passione. Ratzinger, ricorda Vitiello, «dice che gli apostoli sono “testimoni” non certamente creatori», e aggiunge che la risurrezione è una «nuova creazione».
Conclusione: un contributo che «sta facendo la sua strada»
Rahner oltre Rahner non è un libro facile. Lo stesso autore lo riconosce con una punta di ironia, ricordando che don Lattanzio «avrà fatto qualche grande peccato per leggerlo come penitenza». Ma è un libro che, a un anno dalla pubblicazione, comincia a circolare nelle facoltà teologiche italiane e internazionali: il decano della Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce a Roma ha già annunciato un seminario con i docenti alla presenza del card. Müller.
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