Eucarestia

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Al mio ultimo contributo è stata rivolta un’obiezione che implicitamente solleva questioni cruciali cui dedicare qualche ulteriore riflessione.  Un primo aspetto curioso è che non ci si è soffermati sulla sensatezza o meno delle indicazioni pubblicate dalla Curia milanese in merito alle misure di contenimento del virus Covid trattino 19. Il fatto che non si ritenga essenziale dimostrare che io abbia torto nel giudicare eccessive quelle raccomandazioni (per i fortunati che non hanno letto il pezzo precedente, mi riferivo all’invito rivolto ai fedeli a disinfettarsi le mani appena prima di ricevere l’Ostia) è dimostrativo di alcuni, come dire, inciampi, distorsioni nei nostri modi di ragionare. I Latini dicevano natura non facit saltus ma credo si possa tranquillamente affermare che anche la ragione non faccia o almeno non dovrebbe fare salti. Mi sarei aspettata una contro argomentazione che mi dimostrasse come le misure prese dalla Curia fossero necessarie e ragionevoli, ed il mio oppormi l’effetto di un fumoso misticismo.

È un punto capitale questo, poiché fatti ed avvenimenti non sono meri accessori del nostro ragionare. Il punto è che una Curia a metà di marzo 2022 abbia pubblicato  delle indicazioni e raccomandazioni vincolanti o comunque vivamente caldeggiate, quando già molti Paesi stavano ritirando la maggior parte dei provvedimenti di Salute Pubblica, quando la stragrande maggioranza degli italiani, secondo fonti governative, era stravaccinata, e quindi al riparo dagli accidenti più mortiferi (sicurezza vaccinale ottenuta grazie al garrotamento messo in atto anche dalle Autorità ecclesiastiche con un moderno uso della misericordia), quando infine si poteva presumere di essere entrati in una fase decisamente mite della pandemia.

E così non “la sessantenne in buona salute” (che è abbastanza in buona salute, ma purtroppo non più sessantenne), ma molte persone di 15, 20 , 40, 50 anni, con l’atteggiamento tra compunto e compiaciuto di un neofita, si disinfettano le mani e passano agli intimi il sacro flaconcino, non pensando, e mi duole ripeterlo, non pensando che dall’imminente lunedì al sabato successivo si dovranno esporre a centinaia, se non migliaia, di possibili contagi: bus e metro, pulsantiere di ascensori, scrivanie o armadietti di colleghi, pompe di benzina, tazzine di caffè al bar, merci del supermercato e soprattutto soldi e tante monete che passano di mano in mano. E non mi pare di vedere gente che va in giro scafandrata come Dustin Hoffmann in Virus Letale.

Di fatto l’alternativa è tra lo Shanghai Style, con i rischi collaterali di morire di fame e la probabilità che serva a ben poco, e un approccio pragmatico di buon senso. La Via italiana mi sembra un condensato di sciocchezze: basta vedere la grottesca pantomima della cena al ristorante, devi entrare con la mascherina sul naso, per poi abbassartela, poiché neppure l’inventiva di Speranza & C. è riuscita ad immaginare delle mascherine che consentano di mangiarvi attraverso (avrebbero dovuto tenersi Arcuri, ché qualcosa l’avrebbe trovata); da lì in poi puoi parlare ad alta voce, ridere e semmai sputacchiare mentre il cameriere che sta lavorando, che suda mentre ti porge chinato il piatto, deve tenersela ben abbottonata.

Ma in Chiesa no, in Chiesa è bene (noi non ti obblighiamo, ma è bene) che tu riceva il Corpo di Cristo con le mani disinfettate.

In un atteggiamento così sconclusionato, così contrario agli elementari principi di logica vorrei leggervi solo la preoccupazione ansiosa di pararsi le terga, ché mai si possa anche solo ventilare una possibile responsabilità della Chiesa! Come diceva il buon vecchio Giulio Cesare, la moglie di Cesare non solo deve essere onesta ma anche apparire tale. Ma temo piuttosto che la Chiesa abbia abbandonato il secolare esercizio della Prudenza.

Perché la virtù cardinale della Prudenza non significa né timidezza né paura, ma il vagliare le condizioni reali che si offrono alla nostra ragione; se coincidesse con la paura, allora il martirio sarebbe la colpevole follia dei pochi, come i Cristiani che in alcune regioni del mondo si ostinano ad andare a Messa, soprattutto a Natale e Pasqua, nonostante il rischio concreto di saltare in aria. Se poi mi si volesse accusare di mistificare il senso della testimonianza, ribatterei che non trovo per nulla probabile che chi non riesce ad affrontare il lontanissimo, evanescente pericolo di infettarsi prendendo la sacra Particola da altre mani disinfettate, con cui non c’è contatto, avrebbe il coraggio di testimoniare davanti a minacce ben più concrete. Io non so se avrei il coraggio necessario, temo di no ma vorrei sperare di sì, ma sulla questione del disinfettarsi le mani prima di ricevere l’Ostia, direi che non è né eroico né temerario rifiutare una pratica inutile ed anzi inutilmente fuorviante.

E affermo che non è sempre vero che nel più ci sta il meno, e quando vedo uno mascherinato oltre il bisogno e oltre il buon senso non riesco a non pensare che è stata oltrepassata una certa soglia, che non è né normale né giusto né salutare assuefarsi all’essere imbavagliati a non essere riconosciuti nel proprio volto e non riconoscere gli altri nel loro. Posso anche accettare che per brevi periodi sia necessario non fare vita comunitaria, non darsi la mano, rendere inutile il sorriso, non far andare a scuola o a giocare insieme i bambini, ma non che si dica che è una nuova normalità! Ed è una responsabilità immensa che assumiamo se anche solo cediamo ad una tale negazione della nostra umanità. Per parte mia, ritengo che oggi in modo particolare (chissà quante altre volte è già successo nei secoli) si siano avverate le parole del salmo 54 “Hanno tremato di spavento là dove non c’era da temere”. 

Se si volesse tornare ad esercitare un sano spirito critico si potrebbero vagliare in autonomia i diversi fattori in gioco, dall’età media delle persone a rischio, dalla criminale rinuncia a sostenere le cure mediche alla comparazione statistica e storica per esempio delle influenze Asiatica del ’57 e Hong Kong del ’68-’69, ai tracolli economici ed alle derive psicologiche che intuberanno una buona parte della popolazione nei prossimi anni. Certamente in ognuno di noi c’è anche un mondo di sentimenti, abitudini relazioni che ci spingono a stabilire priorità e definire obiettivi, ma non sarebbe male che ci abituassimo a considerare anche quelli altrui. 

Ancora più notevole mi è sembrato, se ho compreso bene, l’appunto di confondere, di fare commercio improprio tra sacro e profano, tra pratiche di buona sanità e atti di fede ma ponendo ancora una volta la questione sul piano del sentimento: sarei così ferma se avessi a che fare con un’Ostia all’antrace? 

La questione merita due risposte: la prima è un po’ all’insegna del “Piccolo Teologo”, gioco che non verrà mai messo in commercio; tenterò l’azzardo sentendomi un po’ lo schiavo ignorante che Socrate nel Dialogo platonico Menone (e mai nome fu più azzeccato) conduce alla dimostrazione di un teorema pitagorico: la dottrina cattolica a proposito dell’Ostia consacrata parla di transustanziazione, a differenza della versione consunstanziativa più accomodante dei Protestanti (i quali, a dispetto delle premesse bellicose, su molti punti, questo appena citato, semplificazione dei sacramenti, celibato dei preti ecc. sono stati molto più soft, attenti alle idiosincrasie dei fedeli. Ma i cattolici ora hanno preso la rincorsa). Vale a dire, del pane e del vino rimangono solo le specie, le pure apparenze, come il Miracolo di Bolsena, ed altri simili avvenuti in tempi recenti, per gli sprovveduti che ci credono ancora, sembrano indicare. Quello che è lì è il Corpo glorioso di Cristo. Allora sì, sono fortemente tentata di fidarmi ciecamente di Dio. Lo farei concretamente? E chi lo sa?

Ma la Chiesa lo insegna, o almeno propone come possibilità? Cristo è entrato nel Cenacolo a porte chiuse, ha camminato sulle acque? O erano solo numeri da circo? O, come più sottilmente sostengono da decenni i più raffinati teologi, è questione di linguaggio biblico affine alle categorie mitologiche? Già agli inizi degli anni ’90 c’erano monsignori che sulle colonne di qualche rivista cattolica, e sottolineo rivista, rispondevano che certo non è che Lazzaro fosse veramente morto, ma che l’autore del Vangelo voleva significare che era malato gravemente. Vedete che l’onda lunga del “non facciamo figure da burini” viene da molto lontano, solo che demitizza di qua, contestualizza di là di Cristo rimane solo l’hippie. 

Al fondo, si tratta di un problema di fede, da declinare con intelligenza che non è necessariamente sinonimo di scetticismo e da maneggiare con cura. Ma la natura problematica della fede sembra disturbarci nel nostro bisogno di granitiche, e va da sé scientifiche, certezze, è qualcosa da lasciarci alle spalle, e attenerci ai criteri basic del comune senso del verosimile.

Una confessione. Almeno tre volte al giorno mento spudoratamente nelle mie preghiere: quando dico mattina e sera “Ti adoro, mio Dio, e Ti amo con tutto il cuore” e alla sera “Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore”. Ma quando mai? Tutt’al più provo fastidio e vergogna, che sono molto lontani dalla contrizione. Se dovessi seguire il criterio della coerenza, ah questa mirabile virtù d’oggi, l’onestà intellettuale!, non potrei spiccicare parola al riguardo: invece mi ostino a dire quelle parole, perché forse per un miliardesimo di secondo sono state o potranno essere vere, perché mi possono avvicinare di un passo, alla distanza siderale in cui sono, perché infine nell’intenzione  sono vere per me.

Quando si aprì il Concilio Vaticano II non ero ancora entrata nella prima adolescenza e non percepii alcun cambio di paradigma, e semmai fui molto contenta della Messa in italiano, delle letture e dei canti: era il tempo in cui sui santini si cominciava a dare a Dio del Tu confidenzialmente. Ci si sentiva tutti più intelligenti e più liberi. Era un po’ come guardare tutto il mondo di riti di credenze di costumi con occhi da adulti. Tanto per esemplificare, il Rosario era una pratica folkloristica come le processioni. Insensibilmente cambiavano anche i contenuti della fede; si mirava ad un rapporto maturo, libero con Dio. E ci sentivamo tanto cool, bisogna dirlo: si caracollava a prendere la Comunione con un inconsapevole protagonismo, o meglio esibizione di protagonismo, che è forse la cifra distintiva dell’uomo in questi decenni.

Ci siamo liberati dalle pie leggende medievali, ma con quelle è stato gettato via anche il senso del sacro quotidiano concreto, e ci è rimasta solo la nozione del sacro astratto, di un’idea di Dio così rarefatta che è ormai solo un’idea, tanto è vero che per noi Gesù trae consistenza da quello che ha fatto non da quello che è. E così abbiamo creato altre leggende, un altro mito.

“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe” Lc 17,5-10.  

Certamente sarebbe difficile trovare l’occasione giusta e l’utilità di sradicare un gelso, né ci risulta che Gesù si divertisse, e divertisse gli astanti, a gettare gelsi in mare, ma il problema è che non contempliamo neppure l’idea che a Dio nulla è impossibile – e la storia della salvezza ha inizio precisamente con queste parole. E’ la categoria della possibilità che noi abbiamo cancellato. Con un certo ritardo, cui d’altra parte è ben avvezza, parrebbe che la Chiesa, o i suoi teologi, sia addivenuta alle teorie di Roberto Ardigò: costui era un positivista italiano a cavallo tra ‘800 e ‘900 che respinse il concetto di inconoscibile per sostituirlo con quello di ignoto, di “non ancora conosciuto”, di ciò che attende ancora una spiegazione, che verrà data infallibilmente dalla scienza.

Da qui la frenesia di cercare spiegazioni scientifiche per i miracoli e restringerne il campo. Ma ad usare il criterio della plausibilità, si finisce tra i rovi dei dubbi e delle spiegazioni funeste: mi chiedo se ho passato quasi un’intera vita a scaldare panche in chiesa la domenica e spesso anche nei giorni feriali, per un tizio che dicono essere nato da una vergine, invece di dedicarmi più fruttuosamente ai rebus della Settimana. Se c’è un evento che rientra a pieno titolo nella categoria del miracolo, dell’impossibile, beh è questo. Se invece è un simbolo, io passo la mano.  Allora direi che si risolve anche il problema di disinfettarsi le mani, non facciamo la Comunione, perché di questa se ne può fare benissimo a meno, mentre del prosciutto o del pacchetto di sigarette è più dura.

 


 

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