don Ambrogio Clavadei
“In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo»”.
Nessuno dei due figli si dimostra perfetto (solo il sì subitaneo e senza ripensamenti di Maria lo è stato). Il primo però alla fine dice sì, il secondo invece, dopo l’apparente assenso, finisce per dire no. Ambedue davanti alla volontà del padre si dimostrano approssimativi, ma uno dei due giunge a compiere la volontà di Dio. Che cosa può aver persuaso la sua iniziale malavoglia? Il vangelo non lo dice esplicitamente, ma certo la sua decisione non nasce da una forzatura; il padre lo ha lasciato libero di rispondere. Lo vedremo subito. Ricordiamo però ancor prima che anche noi condividiamo come i due figli la stessa situazione e le stesse possibili alternative. Come siamo fatti? Nel nostro muoverci nelle piccole o grandi cose spesso si introduce un’approssimazione e più una cosa implica una fatica, un impegno importante, è facile che si dica: sì, questa cosa è proprio importante, adesso mi muovo, ma poi si introduce un ripensamento: troppa fatica … e si finisce per restare fermi, a meno che l’impegno sia per un progetto nel quale si ravvisa una grande possibilità di affermazione di sé nel campo economico, politico, sportivo, artistico … Allora ogni fatica vale la pena. Ma l’esperienza insegna che una volta conseguito un certo traguardo, questo si dimostra insufficiente a realizzare ciò a cui si aspirava con il nostro sì, lo faccio: il politico vorrà ancora più potere, il finanziere ancora più capitali, lo sportivo superare il record già stabilito, l’artista creare un’opera ancora di maggiore successo. E così via, senza fine: “sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: «più in là»!” (E. Montale, Maestrale). L’approssimazione non è solo un’incapacità volitiva, ma un fattore strutturale della concreta natura umana, così che nessun progetto, nessun sì ripetuto sia pure con fedele costanza, lo risolve appieno (figuriamoci con in no!), niente di umano ci offre un destino compiuto, felice ed eterno. Così, quando si dice sì, lo si dice ad un qualcosa che alla fine è lui a dirci no. Ci si approssima, ci si approssima, ma non è mai finita! Ebbene, la proposta del padre ai figli (cioè a noi) parla di andare a lavorare in una vigna che invece non sorge da un progetto umano, ma da quello di un Altro, una proposta che, se perseguita, nonostante la titubanza iniziale, si dimostra capace di superare e colmare ogni approssimazione diversamente non risolvibile, conseguendo un’affermazione totalizzante di noi stessi, e che nulla toglie alla libertà della nostra decisione per un sì o per un no.
Come però rendersene persuasi? Cosa supera la titubanza iniziale del no? E perché i farisei che Gesù rimprovera non si sono persuasi? Loro hanno certo detto un sì iniziale derivante da quella storia (l’Alleanza) che li stava approssimando alla venuta del Messia, ma poi hanno trasformato la Legge di Dio in un progetto religioso fatto proprio, appesantendolo con una congerie di insopportabili e antiumane regole minuziose (cfr. Mt 23, 1-28), con la presunzione di raggiungere perfettamente con la loro pretesa coerenza (?) il traguardo intuito, ma fallendo di fatto sul filo di lana. Il loro sì era detto non al Dio profetizzato e che, finalmente, in Cristo si era approssimato alla loro approssimazione, ma al Dio da loro immaginato, così che il vero Messia verrà ripudiato. Invece i pubblicani e le prostitute erano tutte persone che, accostate da Gesù nel suo farsi loro Prossimo, non avevano da difendere un progetto proprio, una loro coerenza (figuriamoci!), ma avevano intuito che in quel Prossimo stava il superamento e compimento di tutte le approssimazioni avvilenti dei loro no, perché quel Prossimo stava dicendo loro un Sì immeritato e gratuito. Si verificava per loro, come è accaduto anche a noi, quello che san Paolo ricorda ai Corinti: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu «sì» e «no», ma in lui c’è stato il «sì». E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute «sì»” (2 Cor 1, 19-20).
Un sì persuasivo perché il Sì di Cristo realizzava due fattori diversamente impossibili alle loro capacità debolissime di pubblicani e prostitute, cosa che analogamente vale anche per noi. Quell’uomo, per prima cosa, comunicava loro un’energia (la grazia immeritata del suo Sì) che di volta in volta li sosteneva nello slancio al superamento di ogni approssimazione. E poi, insieme, quella grazia ancor più immeritata che, quando necessario, si faceva perdono misericordioso di fronte alle inevitabili ricadute dei loro no. Da quel Prossimo usciva così una pienezza che colmava ogni loro lacuna e li rafforzava nella corsa verso un traguardo vittorioso. Un’esperienza che faceva loro comprendere che chi li aveva chiamati a lavorare nella sua Vigna (la sua Chiesa) non era un semplice uomo, ma un Dio (un Dio fatto uomo) che, svuotando se stesso della sua vita fino a morire sulla Croce, li riempiva di sé e, proprio così facendo, avrebbe dimostrato la sua gloria di vincitore sulla morte, su quella morte che senza di lui sembra rapirci la possibilità di approssimarci ad un destino buono, tarpando le ali del nostro desiderio che vorrebbero volare “più in là”.
La conseguenza di questa stupefacente esperienza ci rende quindi capaci di approssimarci ad altri nelle loro oscillazioni e di sostenerli nelle fatiche del dire sì al Sì di Cristo e, insieme, nel rammentare ad essi che i loro no possono trovare rifugio in esso. Per ognuno di noi c’è sempre speranza: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà”. Dovremmo tutti essere come san Paolo che, sempre ai Corinti, così ad essi si rivolgeva, facendosi interprete degli “stessi sentimenti di Cristo Gesù”: “Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì, sì» e «no, no»? Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no»” (2 Cor 1, 17-18).
Una testimonianza questa di cui il mondo ha oggi più che mai bisogno nelle sue devastanti approssimazioni, determinate da un sempre più pervicace no a Cristo che ha tutto il sapore luciferino del “non serviam” delle origini. Una testimonianza che sarà tanto più valida, quanto più noi diremo con nettezza il nostro sì al Sì di colui che è la Verità, una Verità che non ammette alcuna approssimazione nel confessarla come tale nella sua assoluta unicità salvifica e che quindi non ammette sconti. Infatti solo nel Sì di Cristo si avverano i parziali sì, commisti ai no, di ogni approssimativo slancio religioso o puramente umano. Il Fatto di Cristo si rivela così, proprio nella sua esclusiva singolarità (che può apparire intollerante chiusura), l’unica esperienza capace di offrire un’apertura di abbraccio universale (cattolico), un abbraccio capace di valorizzare gli eventuali semi di verità (semina Verbi) che misteriosamente lo Spirito di Dio sparge nel cuore di ogni uomo. Perché questo accada e diventi persuasivo non abbiamo dunque bisogno (anzi!) di certe confusioni dottrinali e commistioni liturgiche che pongono le diverse religioni sullo stesso piano del cristianesimo, dimenticando che esso non è neppure una religione, ma un Avvenimento in forza del quale Dio si è incarnato e rivelato nella storia, mentre invece le varie religioni sono frutto dell’inventiva umana che per sua natura cerca Dio, mai però giungendo a conoscerlo: “nessuno ha mai visto Dio” (Gv 1, 18).
Di fronte a tutti questi ambigui ammiccamenti si ergono come un baluardo le parole di san Paolo: “Sia invece il vostro [il nostro] parlare sì, sì [quando si deve dire sì]; no, no [quando si deve dire un no che in questo caso è un altro modo di dire sì]; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Sta in questa affermazione veritativa che si fa annuncio la più grande carità che si deve ad ogni uomo: “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera … Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della «veritas in caritate» (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della «caritas in veritate». La verità va cercata, trovata ed espressa nell’«economia» della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio” (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 1; 2).
Qualche giorno fa, Il 24 settembre 2026. è stato beatificato il vescovo Fulton John Sheen, perfetta esemplificazione delle parole di Benedetto XVI appena citate, in quanto testimone ammirevole della fede cattolica e dei meravigliosi frutti che con un sì integrale a Cristo si possono ottenere.




















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