Gesù il Buon Pastore, Ravenna- Mausoleo di Galla Placidia
Gesù il Buon Pastore, Ravenna- Mausoleo di Galla Placidia

 

IV Domenica di Pasqua (Anno C)

(At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14-17; Gv 10,27-30)

 

di Alberto Strumia

 

Le letture di questa domenica – nota tradizionalmente come “domenica del Buon Pastore”, dal passo del Vangelo nel quale Gesù stesso si definisce come tale («Io sono il buon pastore», Gv 10,11) che precede di pochi versetti quello che abbiamo letto oggi – ci guidano ad imparare a guardare alla Chiesa nella sua interezza, nella sua totalità.

Non solamente la Chiesa che vediamo qui sulla terra, nel breve tratto della sua storia nel quale ci troviamo racchiusi, ma “tutta intera”. Così ci istruisce prima di tutto la “storia”, anche nella sua immediata caratterizzazione umana; e soprattutto la “fede” che ci apre una visione completa, totale della realtà delle cose, ad una “teologia della storia”.

– Nella prima lettura, infatti, vediamo un tratto della storia della Chiesa “visibile”, sulla terra, nelle sue origini. Gli Apostoli la stanno radunando per la prima volta ed essa prende forma, come Cristo aveva loro predetto e secondo il “metodo” che Egli aveva loro indicato.

Un metodo che, a differenza delle false religioni e delle ideologie politiche non si impone né con la forza, né con la manipolazione psicologica, come avviene da parte di chi tratta gli altri contro Cristo o senza Cristo, contro Dio o senza Dio. Ma si offre alla libertà dei suoi interlocutori.

= Ad alcuni l’Annuncio cristiano si offre come un “bene desiderabile”: il Signore viene riconosciuto come Colui del quale “c’è bisogno” perché la vita sia finalmente se stessa, vera e buona.

La lettura lo fa capire:

= dalla descrizione dell’atteggiamento dei primi Giudei convertiti (che sono coloro che formano la cosiddetta componente  “giudeo cristiana” della Chiesa primitiva, gli ebrei convertiti al cristianesimo): «Molti Giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio»;

= e dalla descrizione dell’atteggiamento dei primi pagani convertiti (che sono coloro che formano la cosiddetta componente “etnico cristiana” della chiesa primitiva, i greci e i romani convertiti dal paganesimo al cristianesimo): «I pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero».

Tutti, comunque furono liberi di accogliere l’Annuncio della Risurrezione e la Dottrina di Cristo, o di rifiutarla, nell’illusione di dare valore da soli alla loro esistenza, di credere più al l’efficacia del proprio potere che di quello di Cristo Risorto. Per questo si dice di loro che furono «ricolmi di gelosia», per il timore di perdere potere.

Ma per quanti si lasciarono attrarre dal fascino dell’Annuncio cristiano, dalla persona stessa di Cristo che li raggiungeva attraverso la Chiesa, iniziava l’esperienza della saldatura tra il tempo e l’eternità, tra questa vita ancora segnata dagli effetti della perdita della “giustizia originale” e quella eterna e definitiva nella quale «avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13).

La saldatura è tra il già e il non ancora.

– Nella seconda lettura si passa, così a considerare anche l’altra parte della Chiesa, che sfugge alla percezione dei nostri sensi, ma che è la più ampia e stabile («una moltitudine immensa»), nella quale ogni terrena privazione – fisica o spirituale – della “giustizia originale” («tribolazione») è stata riparata dalla restituzione («Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita»).

La liturgia, con questa lettura ci dice che, per vivere una vita vivibile sulla terra, occorre ricordarsi, con la memoria e con l’affetto, di questa parte della Chiesa già definitivamente riscattata, tenendola in considerazione come “più reale”, perché pienamente realizzata, di quella “visibile” ancora soggetta alla precarietà a causa dei peccati degli uomini che la compongono.

– Il Vangelo parla, in poche righe, di Gesù che ha a cuore la Chiesa nella sua totalità, in entrambe le sue componenti.

= Da un lato si prende cura della Chiesa terrena che deve guidare con la pazienza di un pastore («Io sono il buon pastore») che è attento al gregge nel suo insieme e alle singole pecore che lo seguono («le mie pecore») attratte dal bene che Egli è per loro; non trascurando di andare a recuperare quelle che perdono la strada («Non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta?», Mt 18,12); dall’altro è il Signore della Gloria che custodisce eternamente il popolo che ha salvato («L’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita»).

Questo quadro dell’“esistenza buona” è quello che può guidarci anche nell’attraversare la «grande tribolazione» (seconda lettura) per giungere, quando sarà maturo il momento, a quella condizione alla quale, insieme a Cristo Pastore, è Maria la prima redenta a guidarci con la sua materna protezione, avendo percorso in anticipo su tutti noi, proprio quella che è la strada della verità della vita.

 

Bologna, 8 maggio 2022

 


 

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