Circola in rete una lettera inviata da un parrocchiano ad un vescovo per la rimozione di un sacerdote che ha fatto sentire la sua voce sulla discriminazione che coloro che non intendono vaccinarsi contro la COVID stanno subendo, nel silenzio della Chiesa. Non so se sia vera, dai dati si direbbe di sì. Mancando però una conferma, ho eliminato tutti i riferimenti alle persone. La rilancio perché il suo contenuto lo trovo totalmente condivisibile. L’avrei scritta io. I contenuti riflettono quanto abbiamo detto su questo blog in questi due anni dallo scoppio del coronavirus. E’ un testo toccante, segno del malessere che la Chiesa vive oggi. 

 

chiesa in fiamme

 

Alla cortese attenzione di Sua Eccellenza Reverendissima …(omissis)……….., Vescovo di …(omissis)……..

 

Vostra Eccellenza,

è con il consueto umile e filiale affetto che mi rivolgo a Lei, guida e riferimento della comunità cattolica della bella …(omissis)…., diocesi a cui appartengo. Non provo neanche a celare, in questa circostanza, il mio dolore, la mia delusione e la mia, non saprei definirla altrimenti, indignazione circa la Sua decisione di sollevare dall’incarico il caro don …(omissis)…. Ai miei occhi è suonato come un vero e proprio scandalo e se avrà pazienza di leggere le prossime righe proverò a spiegarLe il perché.

In questi mesi abbiamo affrontato problemi inimmaginabili, e quelli sanitari sono forse i meno gravi. Sarò diretto, con quella schiettezza che vuole arrivare al cuore della questione, sfrondandosi di fronzoli inutili, con il solo intento di essere trasparente, a costo di risultare scomodo. In sintesi:

Ho visto una chiesa chiudere i tabernacoli mentre i tabaccai restavano aperti. 

Ho visto una chiesa priva di quella santa fantasia che in altre epoche le avrebbe permesso di escogitare modi originali per garantire la presenza di Cristo Eucarestia a chi ne avesse fatto richiesta. E quale cattolico, in un tempo simile di tempesta, non si rivolge disperato, come Pietro sulla barca, alla presenza reale di Cristo? Lo stesso dicasi per il sacramento della confessione, bisogno, in quei giorni orrendi, imperioso.

Ho visto una chiesa bombardare (letteralmente, scelta semantica niente affatto esagerata) i fedeli di messaggi, sia tramite decine di cartelli posticci apposti su banchi, pareti e portoni, sia oralmente, magari anche dal pulpito quando non già dall’altare, circa le misure di sicurezza necessarie per preservare la salute personale. E ho visto quella stessa chiesa dimenticarsi, tra un “mettete la mascherina” e un “disinfettatevi le mani”, di richiamare all’urgenza e alla necessità della confessione. Più attenta, insomma, alla salute (compito che le spetta solo indirettamente, essendo questo precipuo argomento da personale medico) che alla salvezza. Quanto estremo dolore, mi creda. 

Ho visto una chiesa tacere, letteralmente, di fronte al dolore atroce di famiglie rimaste senza lavoro. Un silenzio vergognoso, sospetto oserei dire. Decine di migliaia di persone costrette a rinunciare allo stipendio (le scrivo da docente sospeso e poi riammesso grazie a contagio e successiva guarigione) mai citate dagli amboni, mai affidate alla protezione della Divinissima Misericordia, mai incluse nei gruppi dei “soliti ultimi” per i quali chiedere intercessioni: immigrati, carcerati, ammalati… Una strage sociale accaduta sotto gli occhi indifferenti di una chiesa che mi è parsa, per questo, ingiusta e scandalosa. Una carità selettiva è uno scandalo, comunque la si pensi.

Ho visto una chiesa disinteressarsi totalmente della questione economica di chi doveva, e deve tuttora, recarsi al lavoro pagando di tasca propria ingenti somme in dispositivi di verifica delle proprie condizioni fisiche. Dal primo settembre fino al giorno della mia sospensione ho speso 45 euro a settimana per poter usufruire del mio diritto, garantitomi dalla Costituzione, al lavoro. Un pizzo che abbiamo dovuto versare senza che ci abbia raggiunti la minima parola di supporto o vicinanza dalla nostra amatissima chiesa. 

Ho visto una chiesa tacere colpevole sul mancato necessario dibattito nella comunità scientifica, facendosi bastare per vera la narrativa principale. Silenzio ancor più colpevole quando l’oggetto del dibattito verte sull’opportunità di vaccinare i bambini.  

Ho visto una chiesa parlare di “dovere morale” senza mai voler ascoltare i tanti, tutti legittimi, dubbi che decine di migliaia di fedeli conservavano, e conservano tutt’ora, in cuor loro. Come a dire “è così, punto e basta”.

Ho visto una chiesa dire “credete nella scienza”. Un ossimoro preoccupante e inquietante.

Ho visto una chiesa tacere, vergognosamente, di fronte all’odio vomitato nei confronti di un’intera categoria, ridotta a un’infame sigla sminuente e avvilente. Fratelli contro fratelli. Tra le peggiori minacce mai subite, tra i peggiori insulti, PERSINO DA UOMINI DELLE ISTITUZIONI, abbiamo attraversato questo baratro dolorosissimo totalmente privi di una parola, se non di comprensione, almeno di vicinanza. Nulla. 

Ho visto una chiesa passare sopra con indifferenza allo stigma sociale venutosi a creare con questo odioso lasciapassare: discriminazioni sui mezzi pubblici, persino tra ragazzi, discriminazioni negli esercizi commerciali, ora persino negli edifici di enti pubblici e previdenziali. Che una chiesa non apra bocca di fronte a “Qui tizio non può entrare” mi ferisce mortalmente. A prescindere da chi sia tizio.

Ho visto una chiesa deludermi tante volte. No, deludere non è la parola adatta: la chiesa non mi ha deluso, mi ha ferito. Profondamente e ripetutamente. Noncurante della posizione che io e migliaia di altre persone, in scienza e coscienza, abbiamo difeso a denti stretti. Anzi, oserei dire, facendomi sentire giudicato, sbagliato e “meno cattolico” (!!!).

Finalmente, assisto lieto alla testimonianza di un sacerdote che, con linguaggio pacato, argomentazioni legittime e grande empatia, mi fa sentire la carezza della Sposa di Cristo sulla mia testa ormai provata da dolore e rabbia e quale conseguenza ne è derivata? La rimozione dall’incarico di quell’uomo di Dio.

Non so tutto, non comprendo tutto, non oso pensare alla difficoltà del Suo compito, Eccellenza, ma la prego di lasciarsi raggiungere dal mio grido di dolore, l’ennesimo, per una chiesa nella quale sempre meno sento di poter trovare rifugio dal mondo. Anzi.

 

Mi sia perdonato l’ardire di questa lettera, che vuole restare una manifestazione di dolore. E la accolga per quella che è: il pianto disperato di un figlio esasperato, verso un padre che fatica a riconoscere come tale.

 

Certo in una Sua paterna risposta, attendo, in trincea, tra lacrime e preghiere.

Dio la benedica incessantemente e non Le faccia mai mancare la Sua benevola protezione.

 

Con fede, riverenza e affetto, tanto tanto affetto.

 

…(omissis)….

 

Membro della parrocchia di …(omissis)….

…(omissis)…., 11 – febbraio – 2022

 

 

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