La pratica dell’utero in affitto cominciò negli Stati Uniti nel 1979 (R. Lacayo, Is the womb a rentable space? An emotional court case centers on surrogate births), l’anno dopo la nascita della prima bimba in provetta. Da allora il mercato si è assestato: da un lato clienti benestanti, per lo più occidentali, eterosessuali o omosessuali, coppie o single. Dall’altro donne di Paesi poveri, reclutate da intermediari.

Il giro d’affari è notevole; ricorre a qualsiasi mezzo per eliminare gli imprevisti al momento della consegna del figlio-prodotto ai genitori committenti. Esiste infatti l’utero in affitto tradizionale (traditional gestational carrier), in cui è la gestante che fornisce i propri ovociti, i quali verranno fecondati dal futuro padre (oppure da un donatore). In tal caso la surrogata è madre biologica del nascituro, contrattualmente tenuta a cederlo. Per chi vuole tentare di comprimere al massimo i costi, l’inseminazione della surrogata, oltre che in clinica, può avvenire a casa con dei kit reperibili su Internet usati per il co-parenting (qui).

Esiste poi l’utero in affitto non tradizionale (gestational carrier o gestational surrogate), in cui l’ovocita proviene dalla madre committente (intended mother) o da una donatrice ed è fecondato dal padre committente (intended father) o da un donatore. L’embrione è poi posto nell’utero della surrogata (che quindi non fornisce i propri ovuli) per recidere ogni legame genetico tra nascituro e gestante la quale, per lo meno negli Stati Uniti, avrà più difficoltà legali a difendere eventuali ripensamenti proprio perché è solo una birth mother. Per non parlare dei contratti. La gestante si consegna totalmente ai committenti, con buona pace delle narrazioni secondo le quali surrogata e “genitori” formerebbero un’unica grande famiglia.

Ho deciso di parlarne con un’ostetrica, la nota blogger Rachele Sagramoso.

 

Utero in affitto

Sembra che dopo anni di lotte per laffermazione di sé e per il riconoscimento di diritti, la donna si ritrovi ancora al punto di partenza, se non peggio. Ridotta a bioschiava dalla maternità surrogata. Forse è segno che unautodeterminazione così estremizzata alla lunga implode…

Il fatto che la donna si ritrovi in un punto della propria autodeterminazione, collocato ben più nel passato rispetto alle donne e alle femministe degli anni ‘70, la dice lunga sul momento culturale che la figura femminile sta vivendo attualmente. A partire dagli anni ‘60 la donna ha tentato la strada dell’emancipazione: tale percorso, più che corretto (si pensi ai pochissimi diritti della donna lavoratrice che si trovava ad affrontare la gravidanza), si è però subito confuso con quello, contestuale dal punto di vista storico, della cosiddetta “liberazione sessuale”.

Una volta creatasi la dicotomia tra la sessualità e la procreazione – promossa la pillola anticoncezionale e iniziata la fase di “delega” della donna alla Scienza di tutto ciò che concerne la propria sfera sessuale e riproduttiva (all’assistenza alla gravidanza, al parto e al puerperio sempre più medicalizzate o si pensi solo alla procreazione assistita) – l’emancipazione e la “liberazione sessuale” hanno definitivamente intrapreso strade differenti: la prova sta nel fatto che l’emancipazione femminile si è esplicitata anche, per esempio, nell’acquisizione delle competenze sulla femminilità (nascono proprio in questo periodo le ricerche dei coniugi Billings sulla fertilità), mentre la “liberazione sessuale” ha perseverato nel suo intento di mascolinizzare la donna privandola della sua sessualità ciclica.

Non è un caso che alcune femministe parlassero, già a metà degli anni ‘70, di “tecnorapina” degli ovociti e non è un caso che due femministe come Paola Tavella e Alessandra di Pietro (ben lungi da essere cattoliche), abbiano denunciato nel 2006 (in Madri Selvagge, Einaudi) l’assurda conseguenza delle lotte femministe sessantottine, che pare abbiano portato solo allo sfruttamento e alla de-femminilizzazione del corpo della donna. L’essere “bioschiava” è una deriva della gestione grossolana e liberista dell’autodeterminazione femminile che, tra le altre conseguenze, trova la cultura trans che si sente in diritto di perorare violentemente la propria causa di appropriazione anche solo della terminologia da sempre facente parte del mondo della donna: si pensi alla deriva dei termini come “persona incinta”, “persona con il buco davanti” e altri aberranti sostantivi. Purtroppo, il fatto che la donna abbia acconsentito a che si chiamasse “donazione” la rischiosa stimolazione ovarica per il prelievo dei propri gameti e a che si chiamasse “gestazione per altri” l’affitto del proprio utero, è una deriva pericolosissima della propria autodeterminazione e non solo, coinvolgendo pure il frutto della gestazione (arrischiamoci a chiamarlo col suo nome: bambino).

 

Durante la pandemia, abbiamo letto la piattaforma Open Democracy proporre la piena maternità surrogata come gesto umanitario. Lei, invece, sostiene che la pratica della GPA (Gestazione Per Altri) possa essere considerata una violenza ostetrica: cosa significa?

Non mi stupisce tanto che la “Open Democracy” proponga la legalizzazione e la conseguente normalizzazione della “maternità surrogata”; mi fa specie che desiderino questa normalizzazione anche le donne che si occupano di maternità. Ricordo che l’anno passato lessi quanto una Consulente del “Portare in fascia” caldeggiasse per la regolarizzazione della pratica dell’“utero in affitto”, proprio per evitare tragedie come l’abbandono di bambini malati o altre aberranti sciagure che avvengono a causa di questa pratica (in realtà lei non solo auspicava questo, ma anche il fatto che – immaginandosi la rosea prospettiva della donna che viene coccolata dai “genitori d’intenzione” – il “Portare in Fascia” fosse un aiuto perché questi si “legassero” meglio al neonato stimolando il suo attaccamento). Come avviene per l’idea che la legalizzazione delle droghe che per alcuni cancellerebbe l’illegalità, non è assolutamente vero che regolarizzare tale pratica diminuirebbe il peso morale della situazione che si crea in questi casi: questo perchè ci sarebbe sempre una terza persona coinvolta che non rilascerebbe il consenso a questa propria cessione, ovvero il bambino.

Venendo a noi, ricordo che tra le prime definizioni di “violenza ostetrica”, della quali sentii parlare per la prima volta circa una decina d’anni fa, c’era l’allontanamento del bambino dalla madre senza apparenti motivazioni mediche o chirurgiche. Ora: che motivazione addurre all’allontanamento del bambino dalla madre, se non violenza ostetrica? Certo, recentemente, numerose organizzazioni femministe hanno rivendicato la terminologia di violenza ostetrica anche in caso la donna non riesca ad abortire secondo le proprie intenzioni o per rivendicare i cosiddetti “diritti riproduttivi”. Se ci atteniamo alla definizione corretta, e non idealizzata, di violenza ostetrica e quindi al fatto che, incontrovertibilmente, prendere fisicamente un neonato e toglierlo dal ventre materno (che sia ancora in utero o che vi sia stato appoggiato dopo la nascita non è importante) per consegnarlo ad altri – se pure questi altri possono essere parenti, amici, conoscenti e non meri acquirenti – sia un atto di assoluta violenza ostetrica. Ma l’orrenda “gestazione per altri” non è violenza ostetrica solo per questo, ma anche per un altro punto, ovvero la privazione di latte materno senza motivazione, motivo per il quale, anni fa, le Consulenti per l’Allattamento (le medesime che adesso non si pronunciano in modo chiaro) portarono avanti la battaglia. Forse non è chiaro un concetto: un neonato non viene allattato se viene allontanato dalla madre; ma quel bambino ha bisogno di quel latte: la mamma produce il latte giusto per il proprio bambino che possiede odore e sapore che il bambino conosce dalla gravidanza. Privarlo di questo è violenza ostetrica.

 

Tutti abbiamo davanti agli occhi le cullette di Kiev con allinterno dei neonati in attesa dei loro genitori committenti. I bambini, in questo circo degli orrori, vengono di nuovo reificati, prodotti, comprati. Nessuno si cura della loro dignità. Come nellaborto, vengono considerati e accolti solo se desiderati: non le sembra che un sottile filo rosso leghi la maternità surrogata e linterruzione volontaria di gravidanza?

Il passaggio è semplice: il bambino è oggetto o soggetto? Nella GPA, inequivocabilmente, il bambino è oggetto di una vera e propria compravendita con tanto di contratto. Nell’aborto il bambino non è neppure visto come persona, figuriamoci se può essere soggetto. Nella contraccezione il bambino è quella “cosa” da evitare a tutti i costi.

Ci si può collegare tranquillamente al concetto di autodeterminazione di cui si parlava nella prima questione: se è pur vero infatti che, secondo tale opinione, ci sono donne che affermano quanto piaccia loro l’idea di aiutare le famiglie a formarsi “donando” la gestazione di figli altrui (in realtà, a parte che in casi strettamente familiari il compenso c’è, eccome), rimane un fatto ovvio: le “donatrici” di ovociti sono sfruttate, in quanto donne, da chi può permettersi l’acquisto di cellule; le “donatrici” di utero sono sfruttate, in quanto donne, da chi può permettersene l’affitto. È questa l’agognata autodeterminazione? La donna non potrebbe essere caduta più in basso nel mettere in pratica il motto, che pareva tanto di moda, «l’utero è mio e me lo gestisco io». E non si può prescindere da un concetto: quel dono, quell’oggetto tanto desiderato da coppie sterili, è ceduto. Quella relazione biologica che lega la donna che ha “donato” i propri ovociti al concepito e quella relazione sacra che c’è fisiologicamente tra la donna che affitta il proprio utero e il bambino che si sviluppa in lei, è calpestata, stracciata, buttata via. E, comunque, la donna può anche aver scelto felicemente di donare ovociti e utero (di solito comunque sono due donne differenti), può aver deciso che quell’essenza femminile che si realizza nella relazione col figlio non le interessa in virtù del benessere altrui, ma che ne è del bambino? Non possiede alcuna voce in capitolo. Quindi da un lato c’è l’acquisto dell’essere umano donna per sfruttarne le potenzialità (non scordiamoci che la maggior parte delle volte la donna non lo fa per un parente: quest’ultimi sono casi rarissimi), dall’altra c’è lassoluta indifferenza nei confronti di chi verrà acquistato perché desiderato, abortito perché non conforme, abbandonato perché non di gradimento, congelato perché in sovrannumero.

La medesima considerazione sull’autodeterminazione che si effettua in caso di vendita di ovociti o affitto di utero – ed è qui il nostro filo rosso – la possiamo fare sull’aborto: è davvero questo il massimo che la donna può auspicare per la sua vita? Abortire è il traguardo della sua autodeterminazione? A sentire ciò che dicono alcune operatrici sanitarie, che si occupano di aborto in quanto “pro-scelta”, l’opzione di abortire non è una passeggiata, per chi la compie. Quindi, mi viene da obiettare, l’autodeterminazione femminile ha portato anche al dolore di percorrere una strada pesante come l’aborto? L’autodeterminazione sta portando verso l’aborto solitario al proprio domicilio? Non mi pare una serie di gloriose conquiste.

 

Insieme a Federica Mattei (psicologa) e a Monica Boccardi (avvocato), il 10 Giugno ha stilato una lettera rivolta agli ordini professionali, enti ed associazioni per richiedere l’esplicita affermazione di contrarietà all’utero in affitto. Ci spiega meglio di cosa si tratta e come fare per poter aderire?

Sposando totalmente l’opinione delle femministe sul fatto che l’utero in affitto è inesorabilmente un obbrobrio verso la donna e, soprattutto e inequivocabilmente, una violenza verso il bambino, io e le dottoresse Mattei e Boccardi, ci siamo fatte l’idea che sia giunta l’ora che tutte le professioni e i mestieri che riguardano la maternità, prendano posizione. Non è più concepibile, per esempio, che un’ostetrica, professionista della salute femminile e infantile, chini il capo di fronte al politicamente corretto e non giudichi chiaramente l’utero in affitto il massimo spregio proprio verso la salute che per profilo professionale ella dovrebbe tutelare. Idem per pediatri e psicologi, ovviamente. È per questo che abbiamo formulato una semplice richiesta, quella di riconoscere che quel gesto, misogino e violento, è un grosso danno umanitario che lede i diritti umani.

Per far sì che non solo noi fossimo le firmatarie della missiva e per divulgare meglio l’iniziativa, abbiamo reputato che tutti gli interessati potessero firmare. Tale missiva, per ora inviata con mail ordinaria, verrà reinviata agli indirizzi PEC delle associazioni elencate, arricchite delle firme che sono già presenti sul sito La vera maternità

 

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