Le stragi dello Sri Lanka della settimana scorsa hanno chiarito che la sconfitta dello Stato islamico non significa sconfitta dei jihadisti, fine della minaccia terrorista.

Riprendo buona parte di un articolo di Angelo Panebianco pubblicato sul Corriere della sera.

cogito ergo sum

Le stragi dello Sri Lanka della settimana scorsa hanno mandato a tutto il mondo, e quindi anche a noi europei, un segnale inequivocabile: la sconfitta dello Stato islamico non significa affatto la sconfitta dei jihadisti, la fine della minaccia terrorista. Ciò rende necessario ricordare alcune verità scomode. La più pressante di tutte è che, qui in Europa, rischiamo di affrontare in ordine sparso (e in alcuni casi, di non affrontare proprio) quella forma di reducismo sui generis che è data dal ritorno «a casa» dei combattenti islamici, di coloro che hanno militato nelle fila dello Stato islamico in Medio Oriente. Le stime variano ma si tratta di diverse centinaia di persone, una parte delle quali, a quanto risulta, già rientrate. Molti di costoro sono di nazionalità francese, italiana, britannica, belga, tedesca, eccetera. Certamente, non rappresentano per noi l’unica fonte di pericolo. Ci sono anche — come sappiamo dalla precedente ondata di attentati in Europa — persone che si radicalizzano in carcere , in certe moschee, su Internet, eccetera , diventando pronte ad entrare in azione e ad uccidere. Ma gli ex combattenti dello Stato islamico hanno, per così dire, «una marcia in più»: sono addestrati all’uso delle armi e hanno esperienza di scontri a fuoco. Sono, potenzialmente, molto più letali degli altri. Il reducismo è sempre un grave problema alla fine di qualunque guerra. Un’elevata percentuale di coloro che hanno combattuto per alcuni anni si porta dietro ferite psicologiche profonde e fa fatica a ritornare alla vita civile. Ma se questo è vero per il reducismo in generale, che dire di quella sua forma specialissima che è data dal rientro, nei Paesi d’origine (o nei Paesi di cui hanno comunque la nazionalità) dei combattenti islamici? Al «normale» disagio psichico dei reduci questi hanno aggiunto un carico da novanta: sono gli adepti di un’ideologia religiosa che ne alimenta l’odio per la società occidentale e i suoi costumi, che li rende alieni e alienati nei Paesi in cui, teoricamente, dovrebbero reinserirsi. Sono persone che in nome del loro fanatismo religioso sono andate a combattere al servizio di un’organizzazione totalitaria e criminale.

Costoro sono stati opportunamente definiti, in sede di Nazioni Unite, terrorist foreign fighters, combattenti stranieri terroristi, per distinguerli sia dai mercenari che da altri tipi di combattenti esteri. Come mai l’Europa non è riuscita a trovare una linea di condotta comune per affrontare il problema? Si trattava di indicare le linee guida di una legislazione di emergenza (recepibile dai Paesi membri dell’Unione). È singolare che, ancora decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale venissero perseguiti come criminali di guerra ex nazisti che erano ormai soltanto innocui vecchi, non più in grado di nuocere ad alcuno, mentre non si riesce a trovare una formula che consenta di assicurare alla giustizia criminali (lo sono per il solo fatto di avere combattuto con lo Stato islamico) che sono tuttora in grado di provocare dolore e lutti. Se solo un pugno di questi reduci entrasse in azione in Europa, i morti si conterebbero a centinaia. Non si dica che non è stato possibile trovare una soluzione a causa di insormontabili ostacoli di natura giuridica. L’esperienza insegna che quando c’è la volontà politica di fare qualcosa gli ostacoli giuridici vengono superati. Nessuna Corte costituzionale si sarebbe arrischiata a contrastare una legislazione di emergenza volta a proteggere la vita delle persone. Tanto più se tale legislazione avesse avuto l’imprimatur dell’Unione europea. Diciamo che, rimanendo inerte di fronte a una questione così vitale, l’Europa ha perso un’occasione d’oro per chiarire agli europei quanto essa sia indispensabile e quanto sbaglino i cosiddetti sovranisti quando pensano di poterne fare a meno.

Sarebbe interessante capire se e quanto, nell’incapacità degli europei di fronteggiare unitariamente e efficacemente il problema, abbia pesato e pesi l’ottusa ideologia del politicamente corretto. Non è «corretto», è forse nient’altro che «islamofobia», bollare come criminali di guerra gli ex combattenti dello Stato islamico e perseguirli di conseguenza? Ma, si dice, c’è il problema del che fare con i bambini nati in Medio Oriente sotto lo Stato islamico nonché con le donne. I bambini, ovviamente, non hanno colpe. Si tratta di sottrarli all’influsso dei loro disgraziati genitori e sperare che non crescano col desiderio di emularne le gesta. Per quanto riguarda le donne la questione è sicuramente delicata. Alcune erano schiave e quindi vittime, altre invece erano complici. Se si riesce a individuare le complici esse vanno trattate come gli uomini. Poiché una donna è capace di farsi esplodere o di imbracciare un mitra in una piazza, un ristorante o un cinema, esattamente come un uomo. C’è solo da sperare che provvedimenti adeguati vengano presi prima che costoro (alcuni di costoro) entrino in azione nei nostri Paesi.

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