William Congdom Ego sum

William Congdom Ego sum

 

di Giorgio Canu

 

«Tu ci hai proposto, a rimedio del peccato, il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna» 

abbiamo letto nella colletta della terza domenica di Quaresima.  Dobbiamo perciò richiamarci, richiamare la nostra vita, alla verità di quei tre punti.

1. Iniziamo dalla Preghiera.
Innanzitutto, occorre che in questo periodo rispondiamo all’invito a ricuperare più profondamente il senso della preghiera.

E il senso della preghiera cristiana è uno solo: l’attesa di Cristo. 

«Il profeta rende presente a Dio tutto il popolo, nella preghiera e nell’implorazione» (Es 33,12-13): in essa egli chiede non una cosa o un’altra, ma Dio stesso, la sua presenza, la sua compagnia manifesta, il suo aiuto, il continuo rendersi attuale dell’alleanza (Es 33,14-17)

 Ma che cosa chiedeva il profeta, per il popolo, a Dio? Chiedeva Dio.

Così, per quel pezzo di popolo che abbiamo più vicino a noi, che siamo noi stessi, noi non possiamo che domandare Dio, il manifestarsi di Dio, l’attesa della «beata speranza», il ritorno di Cristo o, che è lo stesso, il compiersi della Sua risurrezione, perché la manifestazione finale è già incominciata con la risurrezione di Cristo.
E l’essere stati presi dentro la «nuova ed eterna alleanza» col Battesimo, significa che questa fine è già presente in noi.
Questo è il pensiero esaltante, questo è il pensiero della liberazione, questa è la liberazione. Allora, l’unico vero desiderio è che questa manifestazione si compia, ovvero che si compia la manifestazione di ciò che abbiamo già addosso: Cristo risorto. E questo, guardando il tempo con l’occhio, con lo sguardo normale dell’uomo, è lo stesso che «attesa del Suo ritorno».

La preghiera cristiana è l’attesa del Suo ritorno, la domanda del Suo ritorno, questo maranathà, «Signore, vieni», con cui conclude l’Apocalisse.  È questa l’essenza della preghiera cristiana.

Se qualunque nostra preghiera, se qualunque nostra domanda, se qualunque nostro sguardo a Dio, se qualunque nostra riflessione non è sottesa da questo: «Signore, vieni!», non è preghiera o è preghiera ancora pagana.

Si potrebbe dire tutto questo in un’altra versione: la preghiera è memoria di Cristo, è la memoria della risurrezione. E la memoria della risurrezione, per la nostra situazione esistenziale, coincide con la domanda che avvenga in noi questa risurrezione, che si compia in noi e nel mondo. È lo stesso.
Perciò, non è memoria di Cristo, se non è attesa del Suo ritorno.

Se un uomo è innamorato, la memoria della sua donna coincide col desiderio di rivederla. 

Questa essenza della preghiera,  proprio in vista della conversione quaresimale, vuole sottolineare soprattutto due implicazioni.

a) La prima implicazione è la sicurezza; la sicurezza che, avendoci chiamato a domandarlo, a far memoria di Lui e a domandarlo, Egli compirà il suo disegno in noi.

Perciò è la sicurezza della liberazione. Proprio questa attesa è la garanzia della fede, è la garanzia che la fede ci condurrà fino alla fine; è garanzia, sicurezza o pegno.
Ma la parola “pegno” aggiunge qualche cosa, perché il pegno è la garanzia, la sicurezza che è data da una già iniziale esperienza della definitività. Non per nulla il pegno è dello Spirito in noi, vale a dire della potenza trasformatrice, della potenza che opera la liberazione, perché è lo Spirito che opera la liberazione.

 «Egli ha dato il pegno del suo Spirito nei nostri cuori, per cui gridiamo: “Abbà, Padre”». 

Non si può dire a uno: «Padre», se non in assoluta certezza e sicurezza, come ha già detto il Signore nell’undicesimo capitolo di san Luca, versetti 1-11, quando parla del padre che, se il figlio gli domanda un pezzo di pane, non gli dà un sasso:

«Se dunque voi, che siete cattivi, non potete negare ai figli vostri le cose buone quando ve le chiedono, a maggior ragione il Padre vostro non potrà negare a voi lo Spirito Santo quando glielo chiedete». 

Che cosa vuol dire chiedere lo Spirito? Vuol dire chiedere il ritorno di Cristo, chiedere che avvenga la risurrezione, chiedere che avvenga la liberazione propria e del mondo, che è Cristo – perché la liberazione è Cristo, non è un’altra cosa -, chiedere che avvenga la risurrezione di Cristo.

Innanzitutto, dunque, l’aspetto di sicurezza, di cuore garantito, di pegno già sperimentato.

Sottolineo queste due implicazioni – la seconda la dirò adesso – perché sono le più difficili: per il nostro orgoglio, il nostro amor proprio, per il nostro razionalismo, per il nostro naturalismo, per la nostra carnalità, per la nostra autonomia, per il nostro attaccamento a noi stessi, sono i due aspetti più difficili della preghiera. “Difficili”: sono i due aspetti più dimenticati della preghiera, più lasciati da parte. Si potrebbe pregare eludendo questi due aspetti del «sacrificium fidei vestrae», del sacrificio della vostra fede.

Luigi Giussani – ritiro di Quaresima dei Memores Domini. Pianazze, 16 febbraio 1975  (2- continua) 

 

Pubblicato anche su giorgiocanublog

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