Testo di don Luigi Giussani. Adattamento di Giorgio Canu.

 

William Congdon, crocifisso n.8
William Congdon, crocifisso n.8

 

Prima caratteristica della preghiera è la sicurezza che Egli compirà il suo disegno in noi. Ma c’è anche un’altra implicazione:


se la preghiera è l’attesa del Suo manifestarsi, essa ci dà il “come” del tempo che passa.


Alzarsi al mattino, bere il caffelatte, prendere il tranvai, andare al lavoro o mettersi in cucina a riordinare tutte le cose, rassettare i letti, scopare, tirar giù le ragnatele, mangiare, riprendere il tranvai, andare a casa, parlare con la gente: questo è il tempo che passa. 

Il “come” del tempo che passa, perciò il suo valore, il suo significato, è dato dalla preghiera, che esprime l’attesa del Suo ritorno, cioè la consistenza di tutto. 


Per farmi capire, leggerò un brano di una lettera che mi è arrivata:
«Tutte le volte che nella liturgia si dice: “Nell’attesa che si compia la beata speranza”, oppure: “Lascia che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi, ormai, hanno visto la tua salvezza”, mi chiedo il perché di questa attesa, che cosa può aggiungere il tempo a questo “ormai”?».

Se abbiamo già la salvezza, se Lui è già venuto, perché ci sono  il tempo e la storia? E perché Cristo è venuto duemila anni fa e non trentamila, oppure oggi? 


Non c’è risposta a queste domande, l’unica risposta è il mistero della volontà e l’assoluta libertà di Dio….

«Davanti al Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno» [di 24 ore],  “Il Signore è paziente, perché non vuole che alcuno perisca, ma che tutti giungano alla conversione” (2 Ptr 3,8 e segg). 

Il valore dell’attesa sta nel fatto che essa è il modo con cui Dio libera la nostra vita e usa misericordia verso la nostra fragilità.

 
Perciò la preghiera, è domandare, «attendere e affrettare la venuta del giorno del Signore». 

Se la preghiera è attesa del ritorno di Cristo, questa attesa non è un sentimento, ma è proprio il tempo che viviamo, con tutti i suoi contenuti: perché tutto del nostro tempo, dall’alzarsi del mattino, al mettersi i vestiti, a bere il caffelatte, a prendere il tranvai o a mettere a posto le cose, al tornare indietro e al dormire, tutto deve diventare preghiera, deve diventare domanda.

Si chiama anche “offerta”.


È Dio che è fedele a se stesso, non noi fedeli a Dio. Questo deve diventare principio del nostro sentimento e del nostro agire: questa è la conversione a cui la Quaresima ci richiama. 

Tratto da Luigi Giussani – ritiro di Quaresima dei Memores Domini. Pianazze, 16 febbraio 1975  
(3- testo completo su  Clonline.org)

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