“…i produttori sapevano di avere in lui un alleato, ben diverso da Trump. Anzi, dato che il deep State si è coalizzato per estromettere l’indigesto outsider, sicuramente Big Pharma ha fatto parte della coalizione. Ma c’è di più: loro dovevano mettere alla Casa Bianca qualcuno che avrebbe favorito la “loro” campagna vaccinale, con i loro metodi. La cosa è stata visibilmente organizzata.”

 

Joe Biden
Joe Biden

 

di A. M.

 

Non possiamo capire la gigantesca manipolazione in atto dell’opinione pubblica, per cui gli effetti collaterali dei vaccini anti-Covid-19 vengono sistematicamente taciuti dai media mainstream ed ogni principio precauzionale è stato del tutto abbandonato, non possiamo capire quanto sta accadendo se non torniamo alla radice del problema: cioè, lo strapotere che Big Pharma, l’industria farmaceutica, ha accumulato negli anni con manovre di autentica corruzione. Qui mi occupo della pervasiva attività di lobbying, per cui le aziende farmaceutiche tampinano (e spesso finanziano) i politici, allo scopo che questi difendano i loro interessi. Anzi, si assiste a una vera e propria simbiosi tra Big Pharma e politica, sia negli USA che in Europa. Qui mi occuperò del caso degli Stati Uniti: perché proprio gli Stati Uniti, se noi viviamo in Italia? Ovvio: 3 dei 4 produttori di vaccini attualmente in distribuzione sono statunitensi (Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson); del resto, gli USA sono ancora il fulcro della politica e dell’economia dell’Occidente. Tutto ciò che viene deciso là, ha un riflesso indubbio di qua. Bisogna però premettere che non basta guardare alle lobby: i dirigenti delle case farmaceutiche hanno ampi interessi intrecciati a quelli di altri settori della finanza, per cui il quadro è molto più complesso. Qui mi limito però all’attività di lobbying.

Secondo dati forniti nel 2020, la lobby farmaceutica, sicuramente la più potente a Washington, ha speso nel  solo 2019 ben 29 milioni di dollari: un 5% in più rispetto al 2018, un record[1]. A posteriori viene il dubbio che questa crescita avesse dei buoni motivi, visto come sono andate poi le cose, e che anticipasse gli eventi; di certo, Donald Trump, presidente all’epoca, era molto avverso alla categoria e si scontrava ripetutamente con i suoi interessi. Trump ce l’aveva con Big Pharma per la crescita esponenziale del prezzo delle medicine, anche 70 volte il loro costo; infatti, gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo in cui non sono imposti limiti ai prezzi dei medicinali. Tra l’altro, una legge infelice del 2003 impedisce all’ente pubblico Medicare, che gestisce i rimborsi di molte prestazioni mediche agli ultrasessantacinquenni, di negoziare i prezzi dei farmaci, con sprechi inimmaginabili[2]. Ma vediamo la cosa più da vicino.

La legge del 2003 su Medicare

Questa legge è stata, in sostanza, un trapasso di denaro dai contribuenti a Big Pharma. Essa prevedeva rimborsi per 400 miliardi spalmati su 10 anni, ma almeno un 25% è passato a contributi che suonano come una sorta di corruzione (incremento degli onorari dei medici, finanziamenti ad assicurazioni private incaricate delle coperture ecc.); del resto, il rimborso di Medicare viene esercitato per mezzo di numerose compagnie private, con ancor minore potere negoziale a fronte delle aziende farmaceutiche. Ma, soprattutto, con i prezzi delle medicine che crescono in maniera smisurata, il beneficio concesso ai singoli cittadini si annulla rapidamente, anche perché il sistema, attraverso le compagnie private, si complica inutilmente. Perciò, alla fine, malati e anziani pagano più di quello che ricevono, col rischio pure di tagli di altri rimborsi.  Questo è tanto vero che la Casa Bianca, dopo poche settimane dal varo della legge, ha innalzato lo stanziamento a 530 milioni dai 400 iniziali; nel frattempo, le azioni delle case farmaceutiche hanno preso il volo (indovinate come mai). L’amministrazione Bush ha rinviato l’applicazione definitiva del beneficio a dopo il 2006, cioè dopo la sua fine (chissà perché). Evidentemente, la copertura di Medicare dovrebbe esserci, ma in maniera sensata, mediante formulari che comparino le medicine per il rapporto qualità – prezzo, come succede agli assicuratori[3].

Con questi prezzi stratosferici, molti vanno a comprarsi i medicinali in Canada: e si noti che l’importazione di medicinali dal Canada sarebbe normalmente proibita a quanti non sono produttori, per tema delle contraffazioni. Negli ultimi venti anni, la protesta contro l’esosità di Big Pharma è salita alle stelle, specie dopo la crisi del 2001, tanto che vari Stati hanno tentato di bloccare per legge i prezzi (Maine e Vermont, il che ha provocato le rappresaglie legali di Big Pharma) o di diffondere i già citati formulari organizzati secondo il miglior rapporto qualità – prezzo. Non solo: vari enti locali hanno tentato di aggirare il divieto di importazione dal Canada, per cui Marcia Angell, medico, autore, e prima donna americana a servire come redattore capo del New England Journal of Medicine . Attualmente è Senior Lecturer presso il Dipartimento di Salute Globale e Medicina Sociale presso la Harvard Medical School di Boston, Massachusetts ha chiosato:

Ha di gran lunga più senso importare il sistema canadese per mantenere bassi i prezzi dei farmaci che importare i farmaci[4].

Tutto ciò avviene in un panorama di consumismo farmaceutico e iper-medicalizzazione, per cui le industrie farmaceutiche non fanno altro che proporre farmaci su farmaci, anche per questioni frivole, spingendo la gente ad assumerne sempre di più e inventandosi letteralmente nuove patologie. Del resto, i pazienti esterni non vengono rimborsati da Medicare e, se non dispongono di una buona assicurazione aggiuntiva, vengono lasciati a se stessi a pagare migliaia di dollari l’anno per medicinali costosi (solo le buone assicurazioni ottengono valide negoziazioni per i prezzi). Quindi, sono soprattutto i più vulnerabili e gli anziani che si rendono conto dei prezzi esagerati dei medicinali, in un sistema sanitario che vede crescere in maniera spropositata soprattutto questa voce di bilancio e non altre[5].

Ora, dietro la legge di Medicare c’erano ex-congressisti come il repubblicano Billy Tauzin, della Louisiana, poi divenuto presidente della stessa associazione di categoria PHRMA (Pharmaceutical and Manufacturers of America) e pagato perciò la bazzecola di un milione di dollari l’anno: un esempio lampante di simbiosi tra la sfera industriale  farmaceutica e quella politica. Il ricambio tra lobbisti e funzionari di governo è infatti continuo e nessuno pare preoccuparsi degli enormi conflitti d’interessi che ne derivano. Nel 2003 lavoravano a Washington ben 1274 lobbisti di Big Pharma e almeno 476 erano stati precedentemente funzionari del governo o dello staff del Congresso (tra cui 40 ex-congressisti). Un esempio? Il lobbista Nick Littlefield è stato consigliere capo per il senatore Edward Kennedy. Un dettaglio di colore: mentre la commissione del Congresso stava preparando la nuova legge su Medicare fino a tarda ora, furono i lobbisti stessi a organizzare il catering. C’era forse da sperare che questa legge, nata sotto tali auspici, difendesse gl’interessi di pazienti e contribuenti?

Rapporti tra Big Pharma e politica nel passato recente

Del resto, i rapporti tra Big Pharma e politica sono più che consolidati da decenni: il giorno 20 gennaio 2004, quando Bush jr. iniziò il suo secondo mandato, AstraZeneca aprì i suoi uffici sulla Pennsylvania Avenue al personale del Congresso che voleva assistere alla parata, servendo un sontuoso party[6]. Sempre all’epoca di Bush jr., Donald Rumsfeld era presidente di G.D.Searle, un’impresa fusa con Pharmacia e poi acquistata da Pfizer; Bush padre era nel consiglio direttivo di Eli Lilly, prima di divenire presidente; la lobby farmaceutica è insomma la più potente e ampia di Washington e ha speso ben 478 milioni nei 5 anni dal 1997 al 2002. Marcia Angell sintetizzava:

I legami sono così stretti che gl’incontri annuali di PHRMA sembrano conclavi del potere di Washington[7].

Un articolo del 2005 documentava allora (ma la cosa non è cambiata oggi) come i politici si servissero abitualmente dei jets privati delle grandi compagnie farmaceutiche. Ad esempio, il noto senatore Bill Frist (un cardiochirurgo), leader dei Repubblicani al Senato, si serviva tranquillamente del jet di Schering – Plough, per un volo rimborsato con 10.809 dollari: un prezzo da classe business, quando invece si trattava di un ben più caro volo charter personale. Dato che un medico dovrebbe essere consapevole che gl’interessi dell’industria farmaceutica vanno a scapito dei malati, è lecito chiedersi: quali sono le priorità di un medico del genere? La salute dei suoi pazienti? Il congressista repubblicano Dennis Hastert, dell’Illinois, approfittava invece abitualmente del jet della Pfizer. Gli esempi si sprecano, perché questi voli danno l’occasione ai lobbisti di chiacchierare tranquillamente con i politici. Del resto, tutte le pagine dei servizi di cui mi sono servita qui rigurgitano di esempi del genere e di pagamenti all’indirizzo di lunghe liste di politici.

E non dimentichiamo che le elezioni del 2004 hanno visto donazioni da parte di Big Pharma per 17 milioni di dollari, di cui uno al vincitore, Bush jr., e mezzo milione al suo opponente John Kerry. Nel solo 2004, la lobby ha speso 158 milioni per tampinare il governo, deputati e senatori: tra questi, quelli che hanno ricevuto i maggiori emolumenti, ricevevano cifre abbondantemente oltre i 100.000 dollari; per le convenzioni dei partiti, i produttori farmaceutici hanno versato 4,7 milioni per i Repubblicani a New York (2003), 2,6 per i democratici a Boston[8]. Nella campagna del 1999-2000 le aziende avevano pagato 20 milioni direttamente più 65 milioni versati non direttamente; all’epoca l’80% andava ai Repubblicani, ma ne avanzava anche per gli altri, specie Democratici di Stati dove si trovano le sedi di grandi compagnie, quali New York e California[9].

Le ultime elezioni del 2020 e il 2021

Mi sono soffermata parecchio su quanto avveniva 15-20 anni fa, per rendere ancora più evidente lo scarto sopraggiunto durante le ultime elezioni del 2020, quando Big Pharma ha in gran parte virato verso i Democratici. In ogni caso, ha conservato una presa forte sul potere. Prima di continuare, però, bisogna ricordare che le campagne elettorali statunitensi constano cifre esorbitanti, vere e proprie fortune: una realtà che mette fuori gioco in partenza candidati provenienti dai ceti umili e che crea intorno al potere cerchie esclusive e ridotte.

Nel 2020, infatti, la categoria, dopo avere corteggiato per anni i Repubblicani si è convertita ai Democratici: Biden ha ricevuto da questi quartieri ben 8.247.506 milioni di dollari, molto, ma molto di più rispetto a Trump (2.575.652 dollari), notoriamente inviso ai produttori di farmaci[10]. Comunque, nelle ultime elezioni più di 2/3 del Congresso ha ricevuto fondi dalle compagnie farmaceutiche: Pfizer, da sola, ha accordato 3,5 milioni ai candidati federali e ai partiti. Con questo ribaltamento, 11,9 milioni di dollari sono andati ai Democratici del Congresso e 7,7 ai Repubblicani, per un totale di 28,4 milioni (contro i 17,2 del 2018)[11]. Si noti il cambio di prospettiva di alcune case farmaceutiche: Pfizer aveva dato il 63% dei suoi fondi ai Repubblicani nel 2016 e nel 2020 solo il 51%. Anche J&J è passata ai Democratici[12]. Un caso?

Ben 72 senatori e 302 congressisti hanno intascato denaro dalle grandi compagnie farmaceutiche prima delle elezioni: praticamente, più di 2/3 del Congresso, per un totale di 14 milioni di dollari. Pfizer da sola ha contribuito a ben 228 candidati a livello nazionale e a 1.048 per le elezioni legislative dei singoli Stati. E’ raro che un candidato sostenuto da una compagnia farmaceutica non venga eletto; del resto, le modalità di contribuzione variano a seconda degli Stati e, mentre i contributi diretti sono proibiti a Washington, di solito le aziende formano dei PAC (Political Action Committe) per raccogliere fondi: quelle formate dagli appartenenti a PHRMA sono ovviamente finanziate da loro e seguono i loro interessi, specie dei dirigenti (anche se esistono pure PAC di dipendenti e di altre categorie).

I dati pubblicati su STAT news (raccolti dal Center for Responsive Politics), sono relativi a tutta la campagna elettorale, quindi anche a parte del 2019: al loro interno, troviamo conglobate le cifre versate sia ai singoli candidati che ai PAC e la lista dei beneficiari è veramente lunga. Se diamo invece un’occhiata ai donatori, troviamo in pole position ancora una volta Pfizer con 1.332.686 (non manca mai); segue Amgen con 1.279.500. AstraZeneca, pur essendo inglese, ha fornito 455.500 dollari, Gilead 204.000, mentre Merck si è fatta notare con versamenti per 888.500 dollari. Ora, è vero che altri settori hanno contribuito alla campagna elettorale persino di più: i petrolieri con 14,24 milioni di dollari, il settore bancario con 14,6, l’immobiliare con 14,2 e i sindacati degli statali addirittura con 19,2 milioni di dollari[13]; però dubito che il sindacato degli statali possieda la stessa influenza di Big Pharma, mentre sicuramente banche e industria del greggio sono quanto meno equivalenti.

In generale, si assiste a un continuo aumento delle contribuzioni da parte delle industrie farmaceutiche ai politici USA, dalle cifre quasi irrisorie del 1990, a quelle veramente imponenti del 2020-21 (ben 72 milioni), come è evidente dai grafici dell’organizzazione di giornalismo investigativo Open secrets; è visibile il progressivo passaggio dai Repubblicani ai Democratici, sia per il confronto tra i due partiti (nel 2020, 44,3 milioni totali sono andati ai Democratici e 27,6 ai Repubblicani), sia per i candidati che hanno ricevuto di più già nel 2021 (i primi due, Charles E. Schumer, di New York, e Scott Peters, della California, sono democratici); nelle medie dei contributi versati a congressisti e senatori, i Democratici hanno praticamente raggiunto i Repubblicani nel corso del 2020. Pure le spese di lobby sono aumentate continuamente dal 1990, sfiorando nel 2020 i 320 milioni di dollari. L’ente più spendaccione in merito è, ovviamente, l’associazione di categoria PHRMA, con 15,218 milioni spesi nel 2021, mentre Pfizer (ancora lei) segue con 6,670 milioni; Merck arriva “solo” a 4,810. Al tempo stesso, sempre nel 2021, i maggiori contributori ai partiti politici sono stati Masimo Corp, che ha versato ben 522.364 dollari esclusivamente ai Democratici, mentre segue a ruota la solita Pfizer con ben 406.617 dollari, donati più ai Democratici (231.469), che ai Repubblicani (171.645); quindi varie altre compagnie, tra cui Amgen, Merck, Johnson & Johnson, Gilead ecc.[14].

E non basta: PHRMA ha anche versato milioni di dollari a gruppi dark money, cioè, associazioni apparentemente no-profit, ma che in realtà non rivelano la fonte delle loro donazioni e operano attivamente per influenzare i votanti secondo gl’interessi dei loro influenti sostenitori. Un esempio è l’American Action Network, che appoggia i Repubblicani ed è attivissimo contro la regolamentazione dei prezzi dei farmaci. Perciò, ha lanciato anche una campagna di spot contro la proposta di Trump di permettere a Medicare la negoziazione dei prezzi, più una contro il Lower Drug Costs Now Act, passato alla House grazie agli sforzi dei Democratici, ma bloccato in Senato dai Repubblicani: avrebbe potuto decurtare i guadagni di Big Pharma di ben 500 miliardi. Un gruppo dark money analogo sul lato democratico è il Center Forward, anch’esso fieramente opposto a calmierare i prezzi. In tutto questo, PHRMA ha raccolto nel 2020 527 milioni di dollari e ne ha spesi 506. E così, mentre Trump, bisogna ammetterlo, si sforzava di contrastare la categoria, quelli che avrebbero dovuto essere i suoi alleati repubblicani avversavano una regolamentazione dei prezzi da loro definita “socialista”, con ogni sorta di spot, pamphlet, articolo ecc.; non solo, ma i produttori hanno provato anche a circuirlo, attraverso gruppi a lui favorevoli[15]. Ovviamente, è difficile immaginare quanto sia stato versato a numerosi politici sottobanco.

Bisogna però ricordare che questa azione di lobby selvaggia è dovuta soprattutto al fatto che l’industria dipende di converso dal governo per le regolamentazioni e per gli acquisti pubblici di vari programmi come Medicaid, Veterans Administration, o per i rimborsi di Medicare, ma anche per il riconoscimento dei brevetti e le esclusive dall’FDA su cui specula. In tal senso, i produttori farmaceutici appartengono solo in parte al libero mercato, dato che godono di numerose protezioni pubbliche[16].

Perché questo rivolgimento?

Ancora nel 2018, quasi 2/3 delle donazioni di PHRMA andavano ai Repubblicani: perché questo  brusco rivolgimento in senso democratico? Sicuramente, la categoria prevedeva la vittoria di Biden e dei Democratici; in ogni caso, come ha affermato il professor David Gartner, docente di Diritto alla Arizona State University:

Sono interessati a finanziare chiunque pensano possa vincere.

Quindi, pur di evitare a tutti i costi che vengano ridotti i prezzi, i produttori farmaceutici sovvenzionano anche i legislatori che sono in disaccordo con il settore[17], dato che un Congresso democratico potrebbe costituire una minaccia per loro. Questa mossa, però, implica, a mio avviso, un’azione non lontana dalla corruzione.

Ma perché Biden era il candidato preferito da Big Pharma? In una campagna elettorale dominata dalla questione sanitaria, che si trattasse di Covid-19 o dei prezzi dei farmaci, Biden appariva ai produttori come un politico di lungo corso, più  rodato e stabile. In realtà, come afferma un esponente del settore:

Biden rispetta e comprende l’industria farmaceutica e come opera[18].

L’industria si aspettava di avviare discussioni più proficue con il nuovo presidente, con cui ha collaborato molte volte in passato: il che, onestamente, non appare però un dato positivo per i contribuenti.  Bisogna infatti sottolineare che Biden intende sì ridurre i prezzi dei medicinali, almeno a parole (non poteva promettere altrimenti in campagna elettorale), ma ricorrendo comunque al sistema delle assicurazioni private, rigettato da Trump: ora, abbiamo visto che proprio questo fattore ha complicato di molto la ricezione dei rimborsi nella legge su Medicare del 2003, generando un trapasso di denaro dal pubblico al privato, per nulla a vantaggio dei cittadini. Non a caso, le compagnie farmaceutiche sono entusiaste sostenitrici dei sistemi di beneficio tramite copertura assicurativa. Nel mondo degl’investimenti i due sistemi sono collegati. C’è quindi da chiedersi: cui prodest?

Trump, invece, ha tentato di creare un modello nazionale per fissare i prezzi dei farmaci in termini ragionevoli, servendosi di vari ordini esecutivi. Così a metà settembre 2020 ha ridotto alcune soglie di rimborso di Medicare al minimo, cercando di conferire però alla stessa facoltà di negoziazione; ha proposto l’adeguamento dei prezzi nazionali interni alla media di quelli esteri e ha permesso l’importazione di medicinali dall’estero e dal Canada a prezzi più bassi. PHRMA ha reagito rabbiosamente, accusandolo di minare la capacità di innovazione del settore: un’accusa ricattatoria, ma che non corrisponde per nulla alla realtà, dato che Big Pharma fa pochissima ricerca e vive di rendita sulle scoperte altrui[19]. Numerosi tentativi di legiferare in materia hanno però ottenuto risultati limitati: segno che la lobby è molto, ma molto vicina a numerosi senatori e congressisti. Un estremo tentativo di calmierare i prezzi è stato proposto nel 2019 per la discussione nel 2020, dal senatore Chuck Grassley (repubblicano dell’Iowa), chairman del comitato delle finanze del Senato, e dal senatore Ron Wyden (democratico dell’Oregon), col sostegno di Trump. Soprattutto, la legge che doveva restituire a Medicare la possibilità di negoziare i prezzi dei farmaci, il Lower Drug Costs Now Act, è passata nel 2019 nella House, ma si è arenata in Senato per colpa dei Repubblicani[20]. E bisogna infine ricordare che sotto Trump, nel 2017, fu varata una commissione sull’epidemia di overdose da oppiacei, provocata dagli abusi di Big Pharma.

Conclusioni

Propongo qui solo alcune riflessioni finali. Il sistema di collusione e corruzione che stringe la politica statunitense a Big Pharma è così ramificato che bisogna chiedersi innanzitutto: ma come fanno questi congressisti, senatori, politici, a mettere il bene dei cittadini prima di tutto? La cosa è molto dubbia. Soprattutto, cosa importa a loro che gli anziani si rovinino a furia di pagare migliaia di dollari l’anno per medicine dai prezzi inutilmente esosi? Questo atteggiamento complice avvalora le azioni più scorrette di Big Pharma: non solo l’esosità dei prezzi, ma anche il fatto che i medicinali non siano valutati correttamente, che possano essere perciò pericolosi e inefficaci, che avvenga un continuo travaso di soldi pubblici alle casse delle case farmaceutiche a detrimento del pubblico e così via. Non solo: Big Pharma patrocina delle scelte legislative a proprio esclusivo ed egoistico vantaggio, nell’indifferenza più totale di molti politici, tra conflitti d’interesse a catena. E dato che gli USA sono il fulcro della politica occidentale, ciò ha forti ripercussioni anche da noi.

Con Biden, la cosa è sicuramente peggiorata. Mentre Trump avrà avuto le sue lacune, ma ha sicuramente battagliato molto contro Big Pharma, Biden ha premuto molto sui vaccini, li sta rendendo pressoché obbligatori, incurante della valanga di effetti collaterali che ne è sorta, sostiene politiche sanitarie favorevoli alla categoria, ha addirittura nominato a capo dell’FDA un personaggio discutibile e ammanicato con Big Pharma come Janet Woodcock[21]. E la categoria ne ha entusiasticamente sostenuto la candidatura. Certamente, se Big Pharma lo ha sostenuto non è solo perché lui è un politico “stabile” e perché hanno collaborato per anni: i produttori sapevano di avere in lui un alleato, ben diverso da Trump. Anzi, dato che il deep State si è coalizzato per estromettere l’indigesto outsider, sicuramente Big Pharma ha fatto parte della coalizione. Ma c’è di più: loro dovevano mettere alla Casa Bianca qualcuno che avrebbe favorito la “loro” campagna vaccinale, con i loro metodi. La cosa è stata visibilmente organizzata.

Infine: quando ho cominciato a frequentare gli Stati Uniti nel 2002, abitualmente i “cattivi” della grande finanza si alleavano con i Repubblicani, esponenti del neoliberismo più incontrollato. Quello di cui invece molti non si sono accorti, specie nelle sinistre, è che adesso il neoliberismo più sfacciato si è parato da democratico, parassitando l’apparenza “progressista” del partito storicamente più vicino ai ceti più bassi (ora non più). Questo, specie perché i giganti della Silicon Valley, provenienti da un’altra generazione rispetto a quella dei Bush, vengono dalla California e preferiscono i Democratici; ma anche perché il neoliberismo ama il camaleontismo. I Repubblicani che hanno sinceramente sostenuto Trump non sono gli stessi che appoggiavano i Bush: rappresentano non i grandi della finanza, bensì i ceti medi, anche quelli modesti. Perciò è accaduto che Trump si sia ritrovato contro, quando metteva mano a misure popolari, anche l’opposizione interna al suo stesso partito. La classe politica statunitense ha in gran parte dimenticato il suo popolo. Ma, come vedremo, la stessa cosa avviene in Europa.

Un’ultima domanda in coda: come ha fatto Pfizer, che è perennemente in testa a tutte le statistiche per i finanziamenti politici, a vincere la “gara” per produrre il primo vaccino anti-Covid-19 d’Occidente? E’ solo una coincidenza?

 

A. M. sono le iniziali del nome e cognome di una docente realmente esistente

 

Riferimenti: 

[1] Cfr. Jessie Hellmann, PhRMA spent record-high $ 29 million on lobbying in 2019, The Hill 22 gennaio 2020, https://thehill.com/policy/healthcare/479403-phrma-spent-record-high-29-million-lobbying-congress-trump-administration

[2] Cfr. Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. How they deceive us and what to do about it, New York, Random House, 2004. La versione italiana è Farma&Co. Industria farmacaeutica: storie straordinarie di ordinaria corruzione (trad.it.), Milano, Il Saggiatore, 2006. Marcia Angell è medico, autore, e prima donna americana a servire come redattore capo del New England Journal of Medicine. Attualmente è Senior Lecturer presso il Dipartimento di Salute Globale e Medicina Sociale presso la Harvard Medical School di Boston, Massachusetts.

[3] Su questa nota dolente, cfr Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. How they deceive us and what to do about it, cap.11, pp. 122-135.

[4] Cfr. Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. How they deceive us and what to do about it, cit. p.141.

[5] Cfr. intervista a Marcia Angell, The other drug war, Frontline 19 giugno 2003, https://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/other/interviews/angell.html

[6] Cfr. Jim Drinkard, Drugmakers go furthest to sway Congress, USA Today, 25 aprile 2005, https://usatoday30.usatoday.com/money/industries/health/drugs/2005-04-25-drug-lobby-cover_x.htm

[7] Cfr. Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. How they deceive us and what to do about it, cit.p.127.

[8] Jim Drinkard, Drugmakers go furthest to sway Congress, USA Today, 25 aprile 2005, https://usatoday30.usatoday.com/money/industries/health/drugs/2005-04-25-drug-lobby-cover_x.htm

[9] Cfr. Marcia Angell, The Truth About the Drug Companies. How they deceive us and what to do about it, cap.cit.

[10] Cfr. https://www.opensecrets.org/industries/recips.php?ind=h04&cycle=2020&recipdetail=P&mem=N&sortorder=U  

[11] Cfr. Brian Buntz, Two-thirds of Congress members received pharma donations in 2020, Pharmaceutical Processing World 9 giugno 2021, https://www.pharmaceuticalprocessingworld.com/two-thirds-of-congress-member-received-pharma-donations-in-2020/?utm_source=TrendMD&utm_medium=cpc&utm_campaign=Pharmaceutical_Processing_World__TrendMD_0

[12] Cfr. Carl O’Donnell, Analysis: US drugmakers, bracing for price cuts, shift election support towards Democrats, Reuters 29 ottobre 2020, https://www.reuters.com/article/us-usa-election-pharmaceutical-donations-idUSKBN27E1H2

[13] Cfr.Lev Facher, Prescription Politics. More than two-thirds of Congress cashed a Pharma campaign check in 2020, new STAT analysis shows, STATnews 9 giugno 2021, https://www.statnews.com/feature/prescription-politics/federal-full-data-set/

[14] Cfr. i grafici molto esplicativi e calcolati annualmente di https://www.opensecrets.org/industries/indus.php?ind=h04 ; per la lobby di PHRMA, si veda https://www.opensecrets.org/federal-lobbying/clients/summary?cycle=2021&id=d000000504

[15] Cfr. https://www.opensecrets.org/news/2020/12/pharma-lobby-poured-millions-into-darkmoney-groups/

[16] Cfr. intervista a Marcia Angell, The other drug war, Frontline 19 giugno 2003, https://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/other/interviews/angell.html

[17] Cfr. Carl O’Donnell, Analysis: US drugmakers, bracing for price cuts, shift election support towards Democrats, Reuters 29 ottobre 2020, https://www.reuters.com/article/us-usa-election-pharmaceutical-donations-idUSKBN27E1H2

[18] Cfr. Allie Nawrat, Why is President-elect Joe Biden a god pick for the pharma industry?, Pharmaceutical Technology 14 dicembre 2020, https://www.pharmaceutical-technology.com/features/why-is-president-elect-joe-biden-a-good-pick-for-the-pharma-industry/

[19] Cfr. Marcia Angell, cap.3-4, pp.31-52.

[20] Jessie Hellmann, PhRMA spent record-high $ 29 million on lobbying in 2019, The Hill 22 gennaio 2020, https://thehill.com/policy/healthcare/479403-phrma-spent-record-high-29-million-lobbying-congress-trump-administration

[21] Cfr. https://www.sabinopaciolla.com/come-e-stato-approvato-il-vaccino-comirnaty-della-pfizer/

 

 

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