di John M. Grondelski
Inserita tra l’Offertorio e la Prefazione, c’è una preghiera breve ma antica a cui la maggior parte dei cattolici probabilmente presta poca attenzione: l’Orate Fratres. Il nome deriva dal latino e si traduce come “Pregate, fratelli, affinché il mio sacrificio e il vostro siano graditi…”.
Ritengo che i cattolici raramente vedano la coerenza delle preghiere della Messa. Immagino che molti le vedano come un miscuglio, senza notare la loro connessione. Ma, se si guarda con attenzione, c’è una dinamica nell’Offertorio: la presentazione dei doni da parte dei fedeli al sacerdote; la sua offerta; il suo invito affinché “il mio sacrificio e il vostro” siano resi graditi a Dio; e la preghiera a Dio sui doni. Con questo, passiamo dall’Offertorio alla Preghiera Eucaristica, il cuore della Messa, dove quei doni saranno consacrati.
Come ha osservato Josef Jungmann, l’Orate Fratres fa da ponte tra l’offertorio e la consacrazione: il sacerdote mediatore che ha offerto i doni dei fedeli ora prega affinché siano accettati per la consacrazione attraverso il suo ministero sacerdotale come alter Christus.
Allora, perché mi chiedo se l’Orate Fratres potrebbe scomparire? Per due motivi.
In primo luogo, i presupposti gerarchici. Nonostante l’improvvisazione sacerdotale, il testo normativo per l’invito del sacerdote è quello di pregare affinché «il mio sacrificio e il vostro» siano graditi a Dio. Il testo non dice «il nostro» sacrificio. I pronomi sono specifici, differenziati e ordinati: “il mio sacrificio e il vostro”.
Colui che li offre è un sacerdote. Non è un “presiedente” o un ‘presidente’. Offrire il sacrificio non è solo il suo “lavoro”, è la sua identità. E c’è una dinamica in questo processo. I fedeli portano le offerte a Dio al sacerdote. Egli le offre. E, dopo averli offerti, il sacerdote invita i fedeli a pregare affinché «il mio sacrificio e il tuo» siano graditi a Dio. Possono essere stati offerti dai fedeli, ma la loro offerta da parte del sacerdote ha chiaramente un carattere unico e irriducibile: egli non agisce solo in loco fidelium. I fedeli stessi pregano affinché Dio accetti «il sacrificio dalle tue [non «alle» o «dalle nostre»] mani».
Il Vaticano II è esplicito: «Sebbene differiscano tra loro per la loro essenza e non solo per il loro grado, il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico sono… interconnessi» (Lumen Gentium 10). Esiste una distinzione qualitativa, essenziale e ontologica tra il sacerdozio dei fedeli derivato dal Battesimo e il sacerdozio gerarchico derivato dall’Ordine Sacro. Sì, il sacerdote ordinato offre i doni con e per il sacerdozio dei fedeli, ma senza il primo non può esserci Eucaristia. C’è quindi una differenza tra la «mia» offerta sacrificale e la «tua». E questa differenza è sancita dall’insegnamento del Concilio Vaticano II.
C’è stato, naturalmente, un livellamento in questa comprensione del sacerdozio e – non neghiamolo – una certa tendenza contemporanea indulgente nei suoi confronti, che si irrigidisce quando viene accentuato il sacerdozio ordinato.
Criticare il “clericalismo” nella Chiesa è in un certo senso giusto, ma quante volte questa critica implica una minimizzazione del sacerdozio ordinato?
In secondo luogo, l’Orate Fratres sottolinea esplicitamente l’Eucaristia come sacrificio. Il termine “sacrificio” è usato sia nell’invito del sacerdote che nella risposta del popolo. L’Eucaristia non è chiamata “pasto”. Non è una ‘cena’. Non è un simbolo di “riunione”. È un sacrificio. I sacerdoti offrono sacrifici. Questo è un altare, non una tavola. I sacerdoti sono mediatori, e l’idea della mediazione sacerdotale è da tempo sancita teologicamente.
Anche questo va contro una certa traiettoria della teologia eucaristica che minimizza la Messa come sacrificio. Direi che ne derivano tutta una serie di problemi: dalla mancata comprensione del significato del sacrificio, al perché sia necessaria l’espiazione (il che implica la perdita del senso del peccato), al significato dei suffragi, fino a un’escatologia del tipo “tutti i cani e le persone vanno in Paradiso” che ha ridotto le Quattro Cose Ultime (i Novissimi, ndr) a due: la morte e il Paradiso.
L’Orate Fratres afferma esplicitamente verità teologiche che hanno subito una certa svalutazione nei nostri tempi. Forse, essendo una preghiera inserita nella Messa, le persone non notano necessariamente ciò che dice o le implicazioni che comporta. Ma lex orandi, lex credendi: il modo in cui preghiamo esprime ciò in cui crediamo; e l’Orate Fratres esprime da tempo le credenze cattoliche essenziali.
Naturalmente, non mi aspetto che l’Orate Fratres scompaia. È ancora importante, e non solo perché fa parte della liturgia da troppo tempo per scomparire improvvisamente. Ma se è lì, forse dobbiamo prendere sul serio ciò che dice e riconoscere che è anche una chiave ermeneutica per comprendere l’Eucaristia.
(L’articolo che il prof. John M. Grondelski ha inviato dagli Stati Uniti al blog è apparso in precedenza su Crisis magazine. La traduzione è a cura di Sabino Paciolla)
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