Ricevo da un lettore e volentieri pubblico. 

 

 

Il numero di novembre-dicembre 2023 del periodico Dalle api alle rose. La rivista di S. Rita da Cascia – pubblicata dal monastero-santuario che conserva le spoglie e la memoria della popolare Santa agostiniana – porta come titolo di copertina Tutti figli di Dio. Un Natale inclusivo con Santa Rita. Di quale “inclusività” si tratti lo si può comprendere facilmente già scorrendo il Sommario.

In un pezzo sotto forma di intervista, dal titolo La Bibbia e l’orientamento sessuale, la biblista Rosanna Virgili afferma, con intrepida sicurezza, che l’omosessualità secondo la Bibbia non è da reputarsi un peccato. I passi dell’Antico e del Nuovo Testamento che per secoli, fino ai nostri giorni, sono stati sempre e da tutti letti come chiare disapprovazioni e condanne dei comportamenti omosessuali, in realtà si riferirebbero ad altro: il peccato di Sodoma e Gomorra di cui si parla nel libro della Genesi non è l’omosessualità, bensì la mancanza di accoglienza verso l’ospite; similmente, ciò che S. Paolo intende dire nella lettera ai Romani, quando parla negativamente dei rapporti “contro natura”, a detta della biblista “non è un giudizio morale sull’orientamento sessuale, bensì un giudizio negativo sulla cultura individualistica dei greci”. Riprendendo ipotesi espresse di recente anche da altri autori, l’intervistata in sostanza ci rassicura: nella Bibbia nessuna condanna dell’omosessualità.

È la volta poi di una testimonianza, narrata nel successivo articolo dal titolo Abbiamo fatto coming out. Dopo il registro biblico si passa a quello del vissuto. Due genitori, di solida formazione cattolica, raccontano di aver scoperto, a un certo punto, che il loro figlio era omosessuale. Prima il dramma, il conflitto, i tentativi per lunghi anni di convincere il figlio a non seguire la sua inclinazione e a cercare di vivere secondo il consolidato insegnamento morale della Chiesa. Poi, alla fine, la loro “conversione”. Durante una veglia contro l’omofobia, a cui hanno la ventura di partecipare, comprendono di essere in errore, che i versetti biblici “che tanti sacerdoti tirano addosso come pietre ai nostri figli” avevano un altro significato e che dunque anche per una persona come il loro figlio c’era posto nella Chiesa! Questi due genitori pensavano di dover cambiare il loro figlio e invece, affermano gioiosi e convinti, sono cambiati loro, giungendo a ritenere l’omosessualità del figlio come “una benedizione” che li ha portati “a cambiare sguardo e cuore”.

È poi la volta dell’Abbadessa delle agostiniane di Cascia, che in un altro breve articolo rafforza l’idea dell’inclusività propria della caritas cristiana, citando niente meno che S. Agostino, il quale – scrive la religiosa – “dopo essere vissuto per trentatré anni sotto il dominio del peccato e dopo la conversione sotto il dominio della Grazia”, ha potuto scrivere che “non c’è nessuno nel genere umano a cui non si debba amore”. Dunque S. Agostino appare, in questa cornice editoriale, un precursore dell’inclusività LBGTQ+ odierna. Ovviamente i concetti di peccato e di conversione, qui richiamati dalla religiosa agostiniana a proposito del Santo di Ippona, non sembra che svolgano per lei alcun ruolo ai fini della valutazione del comportamento sessuale od omosessuale, per il quale (stando all’insieme di questo quaderno monotematico) non si possono o non si devono usare i termini di peccato e di conversione! Eppure S. Agostino ha lottato non poco, proprio con l’aiuto della Grazia, per poter vivere in modo cristiano la sua sessualità secondo virtù della castità.

Infine il contributo del Rettore della Basilica di S. Rita da Cascia, membro della comunità di agostiniani che affiancano le monache del santuario umbro, conclude il percorso ribadendo il senso dell’inclusività già dal titolo della sua riflessione: Se non diventa Casa, la Chiesa tradisce se stessa. È convinzione dell’autore che la Chiesa continua oggi a considerarsi, anacronisticamente, una rigida societas perfecta e dunque a mostrarsi non accogliente e non tollerante verso le persone omosessuali. Insomma, la Chiesa non è una casa, lo deve ancora divenire. A Cascia, al contrario, si cerca di praticare, afferma testualmente il Rettore, “una pastorale ecclesiale che consista in dialoghi aperti e capaci di dare valore e scoprire le risorse spirituali delle relazioni, anche omosessuali (sic!), e confessare le ferite inferte dalla Chiesa”. Apprendiamo, dunque, non solo che i sacerdoti scagliano pietre sugli omosessuali, ma che la Chiesa li ferisce e che questo comportamento ecclesiale colpevole dev’essere “confessato”.

Per questo, a pag. 5 della rivista, in un riquadro colorato, viene riportata una sintesi della legislazione e delle direttive antidiscriminazione dell’Unione Europea, questa sì veramente inclusiva, la casa comune che non ferisce e non scaglia pietre. Insomma, l’Unione Europea ha capito e mette in pratica il vangelo inclusivo più della Chiesa di Gesù Cristo, la quale, come sottolinea il Rettore, è rimasta indietro rispetto al mondo che progredisce.

Non va dimenticato l’articolo introduttivo del quaderno, firmato dal “direttore editoriale” del periodico (una monaca della comunità monastica di Cascia), che titola così: Ci perdoneremo? L’autrice sostiene che “una nuova Chiesa è possibile”, che siamo chiamati “a scrollarci di dosso i pregiudizi che ci portano a pensare che l’amore del Signore sia per alcuni e non per altri, che sia limitato, quando limitati siamo solo noi”. Quei genitori che non accettavano l’omosessualità del figlio, scrive la religiosa, sono stati perdonati dal loro figlio (dunque egli era l’innocente e i genitori i colpevoli); e conclude: “ma noi riusciremo mai a perdonarci, se continuiamo a escludere, a fare differenze, a far vivere una Chiesa lontana dai suoi figli?”.

Si giunge al termine della lettura di questo quaderno della rivista di S. Rita con questo rovesciamento completo di prospettiva: il peccato non è l’intrattenere rapporti omosessuali (questo è un pregiudizio), ma il ritenere contrario alla morale naturale e cristiana l’esercizio dell’omosessualità. Questa è la “morale della favola” o la “morale da favola”, di questo numero della “rivista di S. Rita”, che una volta divulgava la devozione alla Santa degli impossibili e la additavano come esempio di fede eroica, disposta persino a perdere i figli piuttosto che vederli cadere e vivere nel peccato mettendo in pericolo la loro salvezza eterna. Del tutto dimenticata la distinzione fra errore ed errante, che è chiave di ogni autentica pastorale capace di tenere unite verità e misericordia, proprio per salvare il peccatore dal suo peccato, invece di abbandonarlo in sua balìa.

 L’interrogativo che allora affiora è questo: se la rivista del santuario di Cascia abbraccia queste opinioni errate e false, contrarie alla Bibbia (con buona pace di alcuni biblisti inaffidabili), mai presenti nell’unanime tradizione ecclesiale e che nessun magistero ha mai autorizzato, e lo fa attraverso la firma delle due autorità più rappresentative dell’istituzione (l’Abbadessa della comunità agostiniana e il Rettore della Basilica) chi chiediamo se essi parlano anche a nome di tutti i religiosi e le religiose che lì vivono e che scrivono queste cose. Se fosse così, la domanda si fa grave: ma quello di Cascia si può ancora chiamare un “santuario”? E l’Ordine agostiniano non ha nulla da dire in proposito? Il vescovo della diocesi neppure?

Molti lettori del bollettino Dalle api alle rose e moltissimi devoti di S. Rita saranno curiosi di conoscere la risposta, eventualmente per sapere se rinnovare l’abbonamento, se continuare a donare offerte o se recarsi ancora in quel luogo a confessarsi.

Nel frattempo preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle che si caricano di una grossa responsabilità, ingannando i fedeli in materia così grave.

Un fedele

 

Scaricate qui il numero della rivista per rendevi conto di persona:

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