di Daniele Trabucco
“Circostanza volle”… della dott.ssa Raffaella Scorrano, poetessa e filosofa salentina, si offre alla lettura come un’opera nella quale la forma narrativa tende progressivamente a oltrepassare la mera successione degli eventi, quasi che il racconto, senza cessare di appartenere alla letteratura, aspirasse a raggiungere quella regione più profonda dell’intelligibile nella quale l’accadere non è considerato soltanto secondo il suo darsi fenomenico, bensì interrogato quanto alla ragione del suo esserci, al principio che lo rende pensabile e alla possibile finalità verso la quale sembra orientarsi, fino a fare della contingenza non la negazione del senso, quanto piuttosto il luogo nel quale il senso può manifestarsi senza mai consegnarsi interamente alla presa dell’intelletto. La circostanza non appare, allora, come accidente meramente estrinseco, quasi si aggiungesse dall’esterno a un soggetto già definitivamente costituito, sembra assumere, invece, il valore di una determinazione attraverso la quale ciò che nell’esistenza permane ancora in potenza viene provocato all’atto, secondo un movimento nel quale l’uomo non è né passivamente consegnato alla necessità, né assolutamente sovrano del proprio divenire, poiché la forma concreta dell’esistenza nasce precisamente dall’incontro fra ciò che la libertà dispone e ciò che, indipendentemente da essa, le viene incontro.
In questa tensione si lascia avvertire la più autentica profondità metafisica del romanzo, poiché la libertà non viene pensata quale principio assoluto e autosufficiente, quasi fosse causa di se stessa, bensì come facoltà finita che opera dentro un ordine di relazioni, condizioni, memorie, possibilità e limiti che la precedono senza annullarla, così che l’essere umano appare come realtà ricevuta e insieme aperta, determinata e tuttavia capace di autodeterminazione, situata nel tempo e nondimeno protesa oltre la pura immediatezza temporale mediante quella intenzionalità che consente alla coscienza di interrogare persino ciò che non può dominare. Raffaella Scorrano riconduce così la materia narrativa a una delle questioni originarie della filosofia, il rapporto fra ciò che muta e ciò che permane, fra l’accidentale e ciò che custodisce l’identità, fra la molteplicità delle determinazioni che l’esistenza riceve nel tempo e quell’unità del soggetto che rende possibile riconoscere come propria una storia pur attraverso il succedersi dei mutamenti, perché gli eventi trasformano, feriscono, orientano, talvolta interrompono, e tuttavia non consumano interamente quell’unità profonda nella quale la persona continua a riconoscersi come la medesima pur non essendo più semplicemente ciò che era.
Anche il paesaggio partecipa di questa architettura dell’essere, perché la terra, le pietre, le radici, i sentieri e il bosco cessano di essere componenti inerti dello scenario e acquistano una capacità quasi analogica di significazione, la radice rimanda al principio e alla provenienza, la pietra alla permanenza e alla resistenza del reale, il sentiero alla possibilità che domanda di essere attuata, il bosco a quella regione dell’indeterminato nella quale la forma non è ancora pienamente posseduta, mentre la terra stessa diviene figura di una materia originaria capace di accogliere memoria, appartenenza e identità. Il Salento, entro tale prospettiva, non vale semplicemente come determinazione geografica, assume piuttosto la dignità di una condizione concreta dell’esperienza e quasi di una materia individuante della memoria, poiché l’appartenenza a un luogo non viene ridotta a chiusura nel particolare, diviene invece il modo attraverso il quale l’universale si lascia incontrare nella concretezza, secondo quella struttura propria dell’umano per cui nessuna verità dell’esistenza si offre se non incarnandosi in un volto, in una storia, in una terra, in una relazione. La dott.ssa Scorrano sembra cogliere con notevole finezza proprio questa reciprocità fra particolare e universale, perché l’universale separato dalla concretezza rischierebbe di rarefarsi nell’astrazione, mentre il particolare, se reciso da ogni apertura ulteriore, resterebbe consegnato alla pura accidentalità, e il pregio dell’opera consiste nel mantenere in tensione queste due dimensioni, facendo sì che una vicenda singolare acquisti progressivamente la capacità di interrogare questioni che oltrepassano la singolarità stessa, l’essere, il tempo, la libertà, la memoria, il limite e il fine.
Persino il titolo, “Circostanza volle…”, rivela una densità teoretica, perché attribuire alla circostanza il verbo del volere significa collocare il lettore sulla soglia di un’ambiguità feconda, là dove il fortuito sembra sfiorare l’ordinato, la causalità immediata sembra aprirsi alla domanda sul fine e ciò che appare come semplice concatenazione di eventi lascia intravedere la possibilità di una configurazione intelligibile, senza che questa venga mai irrigidita in una necessità che priverebbe la libertà della propria verità. La forza di Raffaella risiede precisamente nel custodire questa soglia, perché la causalità efficiente non esaurisce mai il significato dell’accadere e la domanda sulla causa finale continua a riaffiorare come interrogazione più radicale, quasi che ogni evento chiedesse non soltanto da che cosa sia stato prodotto, bensì anche verso che cosa conduca, quale possibilità porti all’atto, quale verità dischiuda, quale forma dell’esistenza renda finalmente riconoscibile. Il destino, in tal modo, non coincide con una necessità estrinseca che si imponga dall’alto, né con una concatenazione meccanica capace di dissolvere la responsabilità del soggetto, appare piuttosto come il nome problematico di quella convergenza fra possibilità, limite, scelta, incontro e accadimento nella quale un’esistenza riceve progressivamente la propria configurazione, e proprio in questa tensione “Circostanza volle… ” raggiunge uno dei suoi esiti più suggestivi, poiché lascia intuire che il contingente, proprio in quanto avrebbe potuto non essere, può diventare il luogo nel quale si manifesta ciò senza cui un’esistenza non sarebbe divenuta ciò che è.
La memoria assume, allora, una funzione che oltrepassa il piano meramente psicologico e acquista quasi una consistenza ontologica, poiché ciò che è stato non permane come semplice immagine custodita dalla coscienza, continua a operare quale determinazione acquisita del soggetto, rendendo il passato una dimensione costitutiva del presente e facendo della persona non la somma delle proprie esperienze, bensì l’unità vivente nella quale ciò che è accaduto viene assunto, interpretato e trasfigurato nella continuità dell’essere. Da questa impostazione emerge una concezione profondamente relazionale della persona, che non può comprendersi come sostanza chiusa nella propria autosufficienza, perché l’io si riconosce attraverso ciò che ha ricevuto, incontrato, amato, perduto e attraversato, permanendo identico non malgrado il mutamento, bensì attraverso il mutamento stesso, nella misura in cui ogni determinazione accidentale viene ricondotta all’unità di una storia e trasformata in materia della propria maturazione.
Raffaella consegna così un romanzo nel quale il movimento dalla circostanza al fondamento, dall’evento alla sua intelligibilità, dalla contingenza alla domanda sul fine diviene la struttura più profonda della narrazione, e proprio questo continuo trascendimento del dato immediato conferisce all’opera una densità che eccede la pura dimensione narrativa, poiché la vicenda finisce per assumere la forma di una meditazione sull’essere finito, sulla sua temporalità, sulla sua apertura alla possibilità e sulla radicale impossibilità dell’uomo di essere causa totale di se stesso. Forse è proprio qui che “Circostanza volle… ” manifesta la sua intuizione più alta, nell’avvertire che l’accidente non è necessariamente insignificante perché accidentale, che la contingenza non coincide con il caos e che ciò che avrebbe potuto non accadere può nondimeno assumere, una volta accaduto, una tale forza determinativa da entrare nella stessa intelligibilità di un’esistenza, quasi che fra l’essere e il divenire, fra la libertà e ciò che la precede, fra il caso e il fine si apra quello spazio metafisico nel quale la vita non offre una dimostrazione del proprio senso, e tuttavia ne lascia intravedere la possibilità.
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