Principe Luigi del Liechtenstein - Foto Credit Di Presse- und Informationsamt, Vaduz
Principe Luigi del Liechtenstein – Foto Credit Di Presse- und Informationsamt, Vaduz

 

 

di Sabino Paciolla



Il Principato del Liechtenstein è un piccolo Stato alpino situato tra Svizzera e Austria. Ha una superficie di appena 160 km², che ne fa il quarto Stato più piccolo d’Europa e il sesto più piccolo del mondo. La capitale è Vaduz, che conta circa 6.000 abitanti, mentre il comune più popoloso è Schaan, con poco più di 6.000 residenti. Il Paese è suddiviso in 11 comuni. 

Nonostante sia uno dei più piccoli stati al mondo, sta potenzialmente diventanto uno degli stati protagonisti di uno dei temi più divisivi, quello dell’aborto. 

La vicenda che andiamo a raccontare prende le mosse dal voto del 2 settembre 2026, quando il Landtag, il Parlamento del Liechtenstein, che è composto da 25 deputati, ha approvato con una maggioranza minima, 13 voti contro 12, l’iniziativa Fristenlösung für Liechtenstein. Vatican News precisa il contenuto della proposta: «aborto non punibile entro le dodici settimane, abolizione del divieto di informazione, costi a carico dell’assicurazione sanitaria». 

La questione arriva quindici anni dopo il precedente referendum. FSSPX ricorda che nel 2011 l’iniziativa Hilfe statt Strafe (“Aiutare anziché punire”) venne respinta: «52,3% avevano votato no, contro il 47,7% di sì; lo scarto rappresentava 498 voti». Il nuovo tentativo ha invece raccolto 4.970 firme, di cui validate dal governo 4.969, quasi cinque volte le mille necessarie per portare un’iniziativa popolare davanti al Parlamento. 

L’elemento più singolare della vicenda è però costituito dall’assetto costituzionale del Liechtenstein. EWTN, richiamando l’articolo 65 della Costituzione, ricorda: «Se l’assenso del principe non viene concesso entro sei mesi, si considera negato». FSSPX sottolinea la stessa peculiarità: il principe, nel sistema liechtensteinese, «non svolge un ruolo soltanto simbolico» e una legge approvata dal Parlamento necessita ancora della sua sanzione. Per “sanzione” si intende l’assenso formale del Principe a una legge approvata dal Parlamento, necessario perché quella legge possa acquistare forza giuridica.

Il principe ereditario Luigi del Liechtenstein (nome completo in tedesco Alois Philipp Maria), che esercita le funzioni di capo dello Stato per delega del padre Hans-Adam II, aveva reso nota la propria posizione già prima del voto. Nell’intervista concessa il 17 giugno al Liechtensteiner Vaterland, il Principe ereditario Alois aveva annunciato che avrebbe posto il veto a qualsiasi referendum potenzialmente positivo sull’introduzione della soluzione del limite di tempo e ne spiega le ragioni. 

Ricordiamo che Hans-Adam II resta formalmente il Principe regnante del Liechtenstein, ma il 15 agosto 2004 trasferì al figlio, il principe ereditario Alois, l’esercizio dei poteri sovrani spettanti al capo dello Stato. La formula ufficiale fu che Alois avrebbe esercitato tali poteri come suo “rappresentante”, anche in preparazione della futura successione al trono. Non si trattò di una decisione dovuta alla morte o all’incapacità del padre, ma di una scelta programmata di passaggio delle responsabilità. 

La motivazione del veto annunciato è stata formulata anche dalla Casa principesca. Secondo quanto riferisce EWTN, «il principio giuridico fondamentale della tutela della vita non viene rispettato a sufficienza» dalla soluzione basata sul limite temporale. Nella ricostruzione di FSSPX, Alois ritiene che nel periodo in cui l’aborto diventerebbe non punibile lo Stato rinuncerebbe di fatto a riconoscere al nascituro un diritto alla protezione. 

Il principe ereditario Alois è un cattolico praticante e che nei suoi interventi pubblici ricorrono esplicitamente riferimenti cristiani e a Dio. Per esempio, nelle sue allocuzioni ufficiali al Landtag conclude abitualmente invocando la “benedizione di Dio”; nel 2025 partecipò con la moglie Sophie all’inaugurazione del pontificato di Leone XIV e nel messaggio per la morte di Benedetto XVI scrisse di essere unito al Papa «nel dolore e nella preghiera». 

Quanto alla tutela della vita prenatale, la documentazione è particolarmente chiara e mostra una posizione mantenuta nel tempo. Già nella sua Thronrede del 2006, parlando delle priorità legislative, Alois indicava tra queste una «migliore consacrazione nella Costituzione della protezione della vita e della dignità umana». 

Ritornando alla legge approvata dal parlamento, il carattere costituzionalmente delicato dello scontro emerge anche dal dibattito parlamentare, come riportato dalla testata locale Liechtensteiner Vaterland, che scrive:

«Oltre a esprimere preoccupazioni morali personali, molti parlamentari hanno manifestato il timore di una crisi politica qualora la casa principesca esercitasse il suo diritto di veto contro la maggioranza popolare.

Si diceva che l’iniziativa stesse creando una “frattura tra il principe e il popolo” e veniva descritta come un’iniziativa “di confronto”. Sebbene i sostenitori sottolineassero di non voler collegare la questione di una soluzione con un termine per la risoluzione a una discussione sulla forma di governo, molti temevano comunque che tale discussione potesse sfuggire di mano.»

Le Temps riassume efficacemente questa situazione istituzionale: «Il principe ereditario Alois, che dispone di un diritto di veto, ha tuttavia chiaramente espresso la propria opposizione al testo». Di conseguenza, il voto parlamentare non equivale ancora all’entrata in vigore della riforma: la sanzione principesca resta un passaggio costituzionale necessario.

Nel dibattito è intervenuto anche mons. Benno Elbs, amministratore apostolico di Vaduz, mettendo in relazione la questione dell’aborto con il sostegno sociale alla maternità. Vatican News riporta la sua affermazione secondo cui «il nascituro possiede una dignità intrinseca e inalienabile fin dall’inizio». Ed EWTN cita un altro passaggio significativo: «Il nostro obiettivo deve essere una società nella quale le donne e le coppie non vengano lasciate sole e nella quale dire “sì” alla vita diventi possibile».

Mons. Benno Elbs non è l’arcivescovo di Vaduz, è invece il vescovo della diocesi austriaca di Feldkirch e, dal 20 settembre 2023, è stato nominato dal Papa amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Vaduz. La nomina è avvenuta dopo che papa Francesco aveva accettato la rinuncia dell’arcivescovo Wolfgang Haas. 

Mons. Elbs ha giustamente evidenziato una contraddizione concreta del piccolo principato, che da alcuni anni non dispone di un proprio reparto maternità: «Mi sembra che qualcosa sia fuori equilibrio», osserva, riferendosi al fatto che si vada all’estero per partorire mentre si discute di praticare aborti nel Paese. 

«La preoccupazione della Chiesa si rivolge, in particolare, a tutte le persone che si trovano in situazioni di vulnerabilità: i bambini non ancora nati e i loro genitori, le persone con disabilità, i rifugiati, così come gli anziani e i malati. Tutti dipendono in modo particolare da cure, orientamento e sostegno concreto», ha scritto mons. Elbs. 

Ne emerge quindi un caso che va oltre la sola legislazione sull’aborto: un Parlamento diviso esattamente a metà, salvo un voto; un precedente referendum popolare contrario alla liberalizzazione; una nuova iniziativa sostenuta da quasi cinquemila firme; e un capo dello Stato dotato di un effettivo potere costituzionale di sanzione che ha già dichiarato di volerlo esercitare in nome della tutela della vita. Su questo punto, lo stesso Alois nell’intervista al Vaterland in maniera molto  forte e decisa ha affermato: «”Dal mio punto di vista, non è giusto”.». 

Al momento, l’opzione di non sanzionare la legge è stata solo annunciata ma non ancora formalmente esercitata. Alois dispone infatti di sei mesi per concedere la sanzione; il mancato assenso entro quel termine equivarrà al rigetto. 

Questa vicenda, che vede un principe ereditario cattolico, investito dell’esercizio delle funzioni di capo dello Stato, opporsi per ragioni di coscienza e in nome della tutela della vita a una legge approvata dal Parlamento che depenalizza l’aborto, richiama alla memoria quella di re Baldovino (Baudouin) del Belgio.

Nel 1990 il Parlamento belga approvò una legge che liberalizzava l’aborto in determinate circostanze. Baldovino, cattolico e personalmente contrario all’aborto, comunicò per iscritto al primo ministro che la sua coscienza gli impediva di sanzionare, cioè di approvare formalmente, la legge.

Fu allora adottata una soluzione costituzionale eccezionale: sulla base dell’allora articolo 82 della Costituzione, oggi articolo 93, il Consiglio dei ministri constatò formalmente che il re si trovava «nell’impossibilità di regnare». 

Baldovino non era malato, prigioniero né materialmente incapace di esercitare le proprie funzioni. A determinare quella situazione eccezionale fu il suo rifiuto, dettato dalla coscienza, di compiere uno specifico atto costituzionale. Il 30 marzo 1990 scrisse al primo ministro che non poteva sanzionare la legge sull’aborto perché ciò gli poneva un grave problema di coscienza e chiese al Governo e al Parlamento di individuare una soluzione che rispettasse sia la sua coscienza sia il regolare funzionamento delle istituzioni. 

In quella situazione eccezionale, il Consiglio dei ministri esercitò collettivamente le prerogative costituzionali del sovrano e, il 3 aprile 1990, sanzionò e promulgò al suo posto la legge sull’interruzione della gravidanza. Due giorni dopo, le Camere riunite constatarono la cessazione dell’impossibilità di regnare e Baldovino riprese l’esercizio delle proprie funzioni. 

I due casi presentano dunque un evidente punto di contatto: in entrambi, convinzioni personali di coscienza relative alla tutela della vita entrano direttamente in rapporto con l’esercizio delle prerogative costituzionali del capo dello Stato. Le situazioni istituzionali dei due Paesi sono però profondamente diverse. Nel Belgio del 1990 si escogitò un meccanismo costituzionale che consentì alla legge di entrare comunque in vigore senza costringere Baldovino a sanzionarla; nel Liechtenstein, invece, la sanzione del Principe costituisce un potere costituzionale effettivo e il suo rifiuto può impedire alla legge di entrare in vigore.

Queste due testimonianze sono estremamente significative in un mondo in cui l’aborto sembra, almeno sui media, percepito come un banale intervento. Ma proprio per questo, questi due emblematici episodi interpellano la coscienza di tutti noi.

 

 

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