Bambini con bandiere LGBT

 

 

di Luca Del Pozzo

 

Fra i tanti motivi per continuare a dibattere sul ddl Zan, un punto poco toccato è che il ddl in questione è uno specchio fedele in grado di restituire in maniera nitida un paradosso del tempo che stiamo vivendo. Da un lato, mai come oggi la Natura, qui intesa come ecosistema nella sua più vasta e generica accezione, è oggetto di una massiccia e pervasiva campagna volta a sensibilizzare l’opinione pubblica e più in generale tutti gli attori sociali economici e politici, sulla necessità e sull’urgenza di rispettare e salvaguardare il più possibile il pianeta. Allo stesso tempo,  negli ultimi decenni abbiamo  assistito a una tale accelerazione degli studi nel campo della genetica, che non passa praticamente giorno che non  si abbia notizia di nuove scoperte cosiddette le quali, se confermate, dovremmo tutti rassegnarci a vivere senza alcuna libertà di scelta. Il punto che preme sottolineare è che a fronte di una accresciuta sensibilità ambientale cui si aggiunge un  nutrito sviluppo della genetica fa da contraltare l’affermazione di una libertà che si pretende senza limiti fino al punto di invocare a gran voce la traduzione di ogni desiderio in diritto. Ciò che, in un colpo solo, si pone in contrasto con la visione di una vita preordinata, come vorrebbero le tante scoperte genetiche; ma che anche fa a sportellate con l’anelito ambientalista laddove l’unico ambito che non solo è lecito non rispettare ma che anzi si vuole nella piena autodeterminazione del soggetto, è la natura umana. E sessuale in particolare. Quale che sia il destino del ddl Zan, la domanda resta: quale futuro può avere una società dove al principio di realtà si sostituisce quello di percezione?

 

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