Ricevo e volentieri pubblico.
Dom Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), è professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede.

Cruise ship among icebergs in the Uummannaq fjord, North-Greenland, Greenland

 

di Giulio Meiattini

 

Le tematiche ecologiche sono da tempo un punto sensibilissimo del dibattito politico, scientifico, mediatico. Ma da alcuni anni il confronto ha raggiunto un’intensità inedita, sfiorando ormai i livelli della conflittualità. I toni si fanno accesi e le opinioni in merito sono tutt’altro che unanimi.

Alcuni dati di fatto sono evidenti a tutti. L’aria nelle grandi città è malsana, le acque di molti fiumi sono sporche, l’inquinamento elettromagnetico, anche se non percepito dai nostri sensi, ha i suoi effetti negativi, lo smaltimento dei rifiuti è diventato un problema di igienee decoro pubblici, oltre che di legalità (la cosiddetta “terra dei fuochi”, in Italia, è emblematica). Si aggiunga che le monocolture intensive e la zootecnia su larga scala obbligano rispettivamente a un uso di pesticidi o di prodotti chimici destinati a passare in qualche misura nell’organismo dei consumatori, mentre la grande industria produce una quantità di emissioni e scarti che sporcano l’ambiente e nuocciono alla salute. Inoltre, l’esistenza di varie specie animali è minacciata da una caccia e una pesca talvolta sregolate. Queste ed altre realtà simili esigono indubbiamente un’attenzione elevata, per non mettere in gioco il benessere delle persone e della collettività. Tutto ciò riguarda i dannilocalmente ben osservabili prodotti dall’attività umana, che sono, paradossalmente, una condizione concomitante di un più elevato tenore di vita.

Esiste poi un altro ambito – che potremmo definire, per intenderci, della “macroecologia” – sul quale i pareri non sono univoci. Ci riferiamo alla dibattuta questione dei cambiamenti climatici di dimensione planetaria. A fronte dell’idea, comunemente sostenuta,secondo cui dalla fine dell’Ottocento fino alla fine del secolo scorso la temperatura media del pianeta Terra è andata aumentando in modo inusuale, alcuni non sono così sicuri della piena attendibilità della diagnosi, poiché gli strumenti di rilevamento, il loro grado di precisione e gli stessi criteri di interpretazione dei dati rilevati sono variati moltissimo nel suddetto arco ditempo e potrebbero aver in parte reso poco sicuri i risultati.

In questo medesimo ambito, un altro punto su cui la controversia si fa ancora più acuta, riguarda le cause del menzionato riscaldamento globale, da cui si temono conseguenze gravi, come lo scioglimento delle calotte polari, l’innalzamento del livello del mare, la crescita di zone desertiche, l’aumento di fenomeni atmosferici catastrofici, ecc. L’ipotesi più diffusa e accettata, infatti,è che il predetto innalzamento della temperatura sia un effetto dell’inquinamento operato dall’uomo, in particolare attraverso l’emissione massiccia dei cosiddetti “gas serra”. Anche il processo di deforestazione, dovuto a uno sfruttamento eccessivo delle superfici boschive, influirebbe negativamente, insieme ad altri fattori antropici, sull’equilibrio climatico.

Questa teoria, anche se molto accreditata, è però oggetto di critiche e obiezioni all’interno di una parte non trascurabile del mondo scientifico. Fisici, climatologi, geologi, oceanografi e molto altri specialisti di diversa competenza sostengono che non possiamo affermare con sicurezza, e con veri criteri scientifici, che alla base del riscaldamento ci sia principalmente o esclusivamente l’attività umana. Già da vari anni, per portare solo un esempio, due noti scienziati italiani – il premio nobel per la fisica Carlo Rubbia e il fisico Antonino Zichichi – hanno manifestato il loro netto disaccordo verso questa ipotesi interpretativa, che resterebbe per loro al più una ipotesi bisognosa di vere dimostrazioni. Ma non si tratta solo di illustri eccezioni. Più recentemente è da segnalare la lettera che cinquecento scienziati di tutto il mondo hanno scritto all’ONU, a seguito del duro intervento della sedicenne Greta Thurnberg davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 21 settembre di quest’anno. Dopo che la teen-ager svedese ha lanciato il suo implacabile je accuse ai potenti del mondo, e mentre migliaia di adolescenti, seguendo l’esempio e l’invito della Signorina Thurnberg, disertavano le scuole per protestare contro i “responsabili” del riscaldamento globale, questo nutrito gruppo di scienziati si è dissociato apertamente, affermando che la teoria antropogenetica dei cambiamenti climatici(Antropogenetic Global Warming) non è per nulla «chiara e cristallina», ma ancora tutta da dimostrare. A sostegno dei colleghi, pochi giorni dopo, 145 fra autorevoli cattedratici, ricercatori e studiosi italianihanno scritto alle massime cariche dello Stato una lettera in cui mettevano in guardia dall’adottare la suddetta teoria – definita in contrasto con i dati empirici – come criterio per scelte politiche ed economiche.

Che la questione sia quantomeno difficile da risolvere e chiarire fino in fondo è comprovato dal fatto che, negli ultimi tempi, più che di riscaldamento planetario si preferisce parlare più generalmente di “cambiamenticlimatici”, visto che le temperature medie dal 2000 circa fino ad ora appaiono in lieve e costante diminuzione e che vari studiosi ipotizzano, per il futuro, non tanto unloro aumento, quanto un raffreddamento globale, indipendentemente dal fatto che sia anch’esso causato o no dall’attività umana. Non solo, ma il tanto temuto aumento della CO2, negli ultimi decenni ha prodotto un aumento delle superfici verdi sulla terra.

Verificare da quale parte stia la verità non è cosa semplice per il cittadino medio, soprattutto se si considera che ambedue le possibili letturei cambiamenti sono causati dall’uomo, per gli uni, oppure sono dipendenti da naturali variazioni climatiche simili a quelle avvenute sul pianeta nel passato, per gli altri – sono di per sé “sospettabili” e i loro sostenitori, talvolta,si accusano vicendevolmente di complicità con certi interessi. In effetti, sia negare l’origine antropica dei problemi climatici sia affermarla ha delle ripercussioni di ampia portata sui programmi governativi e sulle politiche economiche e demografiche, con rispettivi vantaggi o svantaggi di alcuni Stati e gruppi sociali o di certi centri di potere piuttosto che di altri e viceversa. Insomma, pronunciarsi in un senso o in un altro, tocca comunque degli interessi e ha dei risvolti pratici enormi, questi sì di proporzioni sicuramente planetarie, e non è su questo piano che si può dirimere la questione. D’altra parte se la scienza, in quanto tale, è obiettiva e neutrale per definizione, è anche vero che gli uomini di scienza non sempre sono liberi da pregiudizi o condizionamenti di vario tipo, come ha sostenuto classicamente Thomas Kuhn nel suo famoso saggio su La struttura delle rivoluzioni scientifiche.

Davanti alla turbolenza e all’incertezza che le discussioni menzionate portano con sé, si può comunque almeno fare una distinzione di fondo tra il fenomeno dell’inquinamento e la teoria del riscaldamento globale antropogenetico. Il primo esiste,e va ridotto quanto più possibile, per il bene di tutti; la seconda resta una questione aperta da chiarire meglio e che esige prudenza, moderazione e prove, non solo indizi o alte probabilità. Ma oltre a questo, cosapossiamo proporre o fare, in attesa che si giunga a un chiarimento maggiore nel campo scientifico?

A fronte delle incertezze della scienza, e alla sua potenziale strumentalizzazione, è possibile e necessaria, in ogni caso, una via ispirata alla sapienza, in particolare a quella proveniente dalla fede cristiana, cioèda una visione non solo materiale e naturalistica del mondo, ma anche spirituale. Cosa significa questo in concreto? Parafrasando un’espressione di Benedetto XVI – «allargare gli orizzonti della razionalità» – potremmo dire, sulla medesima linea, che bisogna “allargare gli orizzonti dell’ecologia”. Proviamo a spiegarci meglio.

Il cristianesimo considera il mondo presente inserito in un disegno divino di creazione che ha il suo polo di attrazione e il suo centro nella persona del Cristo, Parola creatrice del Padre, e la sua forza propulsiva nell’azione dello Spirito creatore. Il Risorto, che per la potenza dello Spirito Santo è transitato da questo mondo all’altro per poi tornare in contatto col tempo e lo spazio mondani col suo vero corpo trasfigurato, è il principio di una nuova comunicazione tra l’invisibile e il visibile. Il Nuovo Testamento dichiara più volte che il Cristo ha riconciliato in sé non solo l’umanità e Dio, ma anche «gli esseri che sono nel cielo e quelli che sono sulla terra», cioè le creature visibili e quelle invisibili, di cui fanno parte in particolare le potenze angeliche (cf. Col 1,16.20; Ef 1,10.20-21), considerate dalla Bibbia anche potenze dall’influsso cosmico. Dobbiamo dunque dire che la risurrezione di Gesù non lascia invariati i rapporti fra il mondo della natura e il mondo celeste. Di conseguenza, l’uomo può vivere correttamente il suo rapporto con la natura, e le leggi e le forze che la regolano, solo se inserito in Colui che ne è l’origine e il punto di destinazione, l’Alpha e l’Omega (cf. Ap22,13).

Non è qui il caso di soffermarci su un tema specifico e delicato, come quello dell’interferenza fra le citate potenze angeliche, sottomesse a Dio, con i fenomeni della natura e gli accadimenti della storia (interferenza attestata comunque dalla Bibbia in più passi e in vari modi). Basti ricordare l’essenziale, cioè che secondo la rivelazione i fenomeni naturali e gli eventi storici non sono governati esclusivamente da leggi e forze immanenti, ma dipendono anche dal costante interscambio fra il visibile e l’invisibile. È importante, in sostanza, in un ottica di fede, sottolineare che il nostro mondo naturale non è un sistema chiuso, ma interagisce con una dimensione trascendente ed eccedente e che il rapporto dell’uomo con la natura non dipende solo da leggi fisiche calcolabili, ma anche dalrapporto fra libertà divina e libertà umana, da cui non sono assenti le Potenze angeliche.

Possiamo dire che sarebbe paradossale guardare all’interconnessione profonda fra tutti i fenomeni naturali e cosmici, di cui oggi si è particolarmente consapevoli (e che viene teorizzata da pensatori e anche uomini di scienza), senza considerare la più profonda e generale interconnessione del mondo fisico con quello spirituale (angelico e divino) che trascende il cosmo, ma anche lo influenza in qualche modo. Qui è in gioco qualcosa di fondamentale che l’uomo moderno ha smarrito, riducendo tutto a fisica e chimica. La desacralizzazione radicale che la mentalità e l’attitudine tecnica hanno provocato nel rapporto col mondo, induce (prima ancora che a un dominio sfrenato sulla natura) a una percezione parziale e distorta della realtà. Quest’ultima non è più avvertita come dotata di un collegamento al mistero e all’aldilà, e dunque resta totalmente disponibile alla manipolazione umana.

Ma attenzione! Anche chi parla di “cura della casa comune” e di programmi planetari volti alla sua conservazione, sottilmente soggiace alla stessa logica pianificatrice e desacralizzante della mentalità tecnicistica, pensando che gli equilibri del mondo visibile siano solo materiali, e dunque gestibili attraverso strategie formulabili da governi e da scienziati. Dovrebbe essere chiaro che gli uomini non hanno la capacità di tenere sotto controllo la temperatura del globo. Pensare il contrario non sarebbe scienza né sapienza! La rappresentazione della Terra come una sfera colorata raccolta fra due mani delicateche la circondano con cura, è certamente suggestiva, ma anche profondamente falsa e sbagliata. Il nostro pianetanon è nelle mani dell’essere umano, non lo è stato nel passato e non lo è neppure oggi. Non solo per cause naturali le più imprevedibili, ma anche perché la realtà mondana, come si è accennato, possiede uno sbocco nel trascendente, nel mondo divino, e questo interviene a suo modo nel creato secondo relazioni di libertà. Lepagine bibliche ricordano spesso che alcune perturbazioni dell’ordine cosmico, che sfuggono comunque all’essere umano (fecondità e siccità, carestie e alluvioni, sconvolgimenti nei corpi celesti e terremoti), sono in qualche misterioso modo collegatianche al rapporto di armonia o disarmonia fra l’uomo e Dio. Liquidare tutto questo in blocco come mentalità mitica ormai superata (salvo poi riabilitarla sotto forma di eco-religione della Madre Terra o delle “divinità dai molti nomi”), sarebbe quanto meno imprudente. Ma è un errore che è stato fatto, pensando che la lettura religiosa e quella scientifica dei processi naturali e cosmici fossero alternativi ed esclusivi, invece che complementari.

Una delle più grandi difficoltà della cultura occidentale odierna è riuscire ad accostarsi alla natura coniugando l’atteggiamento scientifico con quello spirituale, la religione e la tecnica, l’infinita profondità simbolica delle cose e la loro plasmabilità tecnologica, il mistero e la formula, la relativa autonomia del mondo e la sua costante dipendenza da Dio. Un grande genio enciclopedico come Pavel A. Florenkij aveva colto centralmente questo problema e si era orientato sulla strada della conciliazione di questa apparente antinomia. Al di fuori di questa coniugazione, per quanto difficile e ancora tutta da approfondire, si aprono le due strade oggi ben visibili: o il persistere del modello tecnocratico e tecnoscientifico (che tratta la natura come mero oggetto, da sfruttare o da “salvare” e “curare”) o il ritorno regressivo alla magia, all’esoterismo, al rapporto neopagano con la Madre Terra, alla nostalgia per l’animismo ecologista. Infatti, come già accennato di passaggio, in reazione al modello tecnocratico, capita che si scelga una eco-religione che divinizza l’ambiente, un vero e proprio panteismo ecologico che tende a sottoporre e “legare” nuovamente l’essere umano a “potenze” cosmiche personificate.

Questa è l’operazione culturale che ci sta davanti, nella quale va presupposto che il Creatore possiede un’eccedenza infinita nei confronti dell’universo creato. Egli non è riducibile a una delle componentidell’armonia o, peggio, della “comunione” cosmica: con sé, con gli altri, con la natura, con Dio. Senza una teologia della creazione, che preservi l’assoluta trascendenza divina, Dio rischia di essere considerato uno dei lati del poliedro ecologico, importante e coessenziale alla medesima stregua degli altri aspetti nell’equilibrio del tutto, ma non qualitativamente diverso. Al contrario, Dio e il mondo angelico, attraverso la mediazione cristologica, è il punto da cui tutto il resto dipende, il centro decisivo per una teologia del cosmo naturale.

In altre parole, è decisivo recuperare un approccio sapienziale verso la natura, riconoscendo che essa è sì regolata da leggi immanenti (oggetto della scienza), ma è anche collegata ad un mondo multiforme di attività spirituale che termina nella sovranità di Dio. Il mondo non è la macchina o l’orologio di illuministica memoria, che funzionano da soli dopo che l’Artefice (o Architetto dell’universo) li ha confezionati e avviati. Il cielo e la terra sono, biblicamente, non solo la scena estrinseca in cui si affrontano la libertà infinita di Dio e quella finita dell’uomo, ma vengono coinvolti essi stessi in questo dramma della salvezza, come il genere letterario apocalittico e quello profetico spesso ci ricordano. La fede nella creazione e nel Dio creatore resta la base indispensabile per recuperare questa unità fra spiritualità e scienza e dunque per promuovere un’ecologia che eviti due estremi: pensare di risolvere tutto con pianificazioni umane, senza recuperare l’ecologia dell’anima e il rapporto con l’invisibile e il trascendente, o regredire a un rapporto magico e infine panteistico con la natura, non meno chiuso alla vera trascendenza della mentalità tecnocratica. La fede nell’unico Creatore, infatti, permette di pensare il mondo come un’unità ordinata secondo leggi universali e coerenti (che possono essere studiate scientificamente anche secondo modelli matematici), ma al tempo stessocome soggetto all’intervento e al governo di Dio, secondo tempi e modi dipendenti dalla sua libertà (provvidenza divina, miracolo, preghiera, ecc.) e dal nostro rapporto con Lui.

Può sembrare strano ai nostri occhi, e meriterebbe un lungo approfondimento, ma il luogo originario in cui questo equilibrio “ecologico” si radica è il gesto cultuale, la liturgia, come transito e congiunzione fra cielo e terra, sensi e spirito, visibile e invisibile. In pratica, tutte le religioni lo hanno saputo da sempre.Oggi lo dobbiamo reimparare, senza rinnegare le scoperte della scienza e senza cedere alle suggestioni del sincretismo magico-religioso. Nella liturgiacristiana, come luogo di culto al Dio Creatore e Redentore, nel dare e riconoscere a Dio la sua gloria per mezzo di Gesù, sta il fulcro anche di ogni corretto atteggiamento ecologico.

 

 

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