Un sacerdote, al quale avevo chiesto un parere sulla situazione difficile che stiamo vivendo legata al coronavirus, mi ha inviato la riflessione che propongo alla vostra attenzione. 

 

kenia invasione delle cavalette (foto AP)

Kenia, invasione delle cavalette (foto AP)

 

“Qual vantaggio avrà l’uomo …?”

(Mt 16,26; cfr. Mc 8,36ss; Lc 9,25s)

 

Carissimo Sabino mi hai cortesemente chiesto qualche pensiero sulla questione del Coronavirus o Covid-19 che dir si voglia. Ho appena finito di leggere sul sito di Blondet l’allucinante situazione in Cina (Cina: profezie e locuste); naturalmente mi sono letto un bel po’ di altri articoli e visto diversi servizi su You Tube. Tutto converge a far apparire un quadro complessivo della situazione che non si può che definire sempre più “apocalittico”, dove il potere del “mondo” (inteso nel senso anticristico del Vangelo, e di cui specie parla san Giovanni) appare sempre più nel suo cinico e livido furore, distruttivo di ogni parvenza di umanità, e tutto nell’illusione di conquistare sempre più spazio per quella porzione ristretta di “potenti” che si illudono di governare la storia a loro favore. Credo, o spero, che nessuno creda più alla storiella del virus che nasce sua sponte tra le piume dei polli del mercato di Wuhan, o sfuggito (che sbadati!) dal laboratorio dell’omonima città! Troppi indizi serissimi convergono altrove, verso certe sponde atlantiche, e del resto il “cui prodest” è sempre un ottimo criterio di indagine. Nel frattempo i nostri governanti, struzzi con la testa nella sabbia, ci hanno costretto a ballare con loro sul ponte del Titanic!

Di un simile tentativo sempre ritornante del potere di turno, ma che oggi sta assumendo proporzioni inconcepibili, sta scritta – come sentenza che spazza via ogni loro velleità – una parola definitiva e definitoria con la quale esordì non a caso don Luigi Giussani nel suo mirabile intervento in Vaticano il 30 maggio 1998: “«Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8,5). Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. C’è stato solo un Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendo una nuova domanda: «Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?» (Mt 16,26; cfr. Mc 8,36ss; Lc 9,25s). Nessuna domanda mi sono sentito rivolgere così, che mi abbia lasciato il fiato mozzato, come questa di Cristo!” (L. Giussani, «NELLA SEMPLICITÀ DEL MIO CUORE LIETAMENTE TI HO DATO TUTTO», Testimonianza durante l’incontro di Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Roma, Piazza San Pietro, 30 maggio 1998).

Se don Giussani citò questa parola ultimativa di Cristo, sottolineandone la valenza positiva per la sua vita, come risposta alla domanda esistenziale del suo cuore assetato d’Infinito, questa parola, vista sul versante di sentenza giudicatoria dell’uomo (“mondo”) che cerca di tutto divorare per tutto avere e governare a suo vantaggio, rimane sempre sospesa ed offerta ad ogni penultimo della storia, come possibilità di rinnovato confronto che può condurre a salvezza o a perdizione. Ognuno di noi ne è comunque interpellato, piaccia o no, e soprattutto ciò vale per coloro che nella Chiesa, e a servizio della Chiesa, più dovrebbero proclamare alta, nei tanti modi possibili, questa ineludibile sentenza del Signore. Invece questi novelli “grandi inquisitori”, presi dal fastidio che questo onnipresente giudizio di Cristo loro procura, non fanno altro che minacciarlo e allontanarlo sempre più dicendo che loro stanno mettendo a posto tutto, e che in questa neo chiesa Lui non serve più, perché è sufficiente parlare di accoglienze senza muri, di conversioni ecologiche, di abbracci pseudo ecumenici e panreligiosi, e via delirando, accodandosi così al mainstream attuale del “mondo”, e consentendo così al suo potere devastante di ancor più devastare: “Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra” (Ap 6, 7-8). Di questo cavallo sono diventate le mosche cocchiere. Non per niente il diavolo è il “signore delle mosche”! Comunque tranquilli che senza Messe risolveremo tutto!

In tutto questo non può che apparire ancora una volta agli occhi di chi vive di fede che tutto ciò che sta accadendo è parte di quella disigillazione della storia, di quello svelamento, che avviene per opera di Colui che possiede le chiavi della storia e del suo significato e destino: “E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo … E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra»” (Ap 5, 1-10).

L’Agnello è “come immolato”, sembra un perdente, eppure chi si affida a Lui non resterà deluso. Come è bello leggere i salmi dove si parla di questo, come per es. i salmi 24 e 30. Come ci invita a fare il tempo della Quaresima ci vuole più preghiera e più penitenza, conversione della mente e del cuore, e non del pattume. Come ci diciamo tra amici: più Corone del Santo Rosario contro il Coronavirus e chi ce lo ha propinato nell’illusione di essere preservato da ogni male. Ma, come nell’allucinato racconto di Edgar Allan Poe “La maschera della morte rossa”, alla fine l’orrore giungerà al cuore del potere stesso: “Allora fu riconosciuta la presenza della Morte rossa. Come un ladro, di notte essa era sopraggiunta. E tutti i convitati caddero uno ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno morì nella disperata positura in cui era caduto soccombendo. E la vita dell’orologio d’ebano si spense con quella dell’ultimo di quei personaggi festanti. Le fiamme dei treppiedi spirarono. E le tenebre, la rovina e la Morte rossa distesero su tutte le cose il loro dominio sconfinato”. Dunque, “a che giova all’uomo …”.

Certo, il racconto di Poe manca di quella fondamentale virtù che è la speranza. Cristo invece è morto sperando per tutti, anche per i suoi nemici. Ora più che mai la nostra preghiera deve essere quindi rivolta a coloro  che ci stanno insidiando per il loro potere, perdonandoli, perché si riaccenda in loro almeno una scintilla di quella domanda che nel cuore di don Giussani bruciò come roveto che arde e non si consuma, per ridestare e riorientare la nostra curiosità di vita a Cristo: “Che cosa è l’uomo …?”. Sono passati da qualche giorno (22 febbraio) quindici anni dalla sua morte. Le sue preghiere, insieme a quelle di tutti gli altri Santi, che riempiono le “coppe d’oro colme di profumi” del cielo, ci aiutino a non perdere la speranza, e a sperare fattivamente, come possiamo, per i tanti, per i troppi, che sono pieni di paura per il loro futuro non segnato dall’unica Presenza che salva.

 

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