di Mattia Spanò
Ho guardato l’intervista di Tucker Carlson al presidente Vladimir Putin circa un’ora e mezza dopo la sua pubblicazione su X. Quando ho cominciato, le visualizzazioni erano 13 milioni. Quando ho finito, due ore dopo, erano già 35 milioni.
L’annuncio dell’intervista pubblicato il giorno 6 febbraio (giorno in cui l’intervista è stata girata) nel momento in cui scrivo è stato visto da 106 milioni di persone. Considerato che Carlson – licenziato da Fox News con l’accusa poco consistente di razzismo legata ad alcune affermazioni sulla “grande sostituzione” in corso in Occidente – agisce come un libero professionista, si tratta di numeri enormi.
Probabilmente questa intervista segna una svolta storica nelle comunicazioni di massa. È lecito supporre che se un grande network come Sky, o BBC, o Cnn avessero confezionato lo stesso prodotto (ma sappiamo che nonostante pressanti richieste di professionisti interni, si sono astenuti dal chiedere a Putin cosa pensi della situazione attuale), difficilmente avrebbero avuto altrettanto successo.
Un precedente simile è forse l’intervista di un oscuro giornalista britannico, David Paradine Frost, a Richard Nixon, anni dopo lo scandalo Watergate che aveva costretto Nixon a dimettersi. In quel caso, Frost riuscì dopo sei giorni di colloquio a strappare a Nixon l’ammissione di aver mentito al popolo americano. Le differenze fra i due casi sono moltissime – la principale è che Frost intervistò Nixon nel ’77, tre anni dopo le dimissioni del presidente, mentre Carlson intervista Putin durante gli eventi – eppure è difficile trovare qualcosa di paragonabile.
Le reazioni furibonde all’iniziativa di Carlson (la Clinton lo paragona ad un “cucciolo di cane”, l’ex primo ministro belga e parlamentare europeo Guy Verhofstadt invoca sanzioni Ue contro la sua persona) dimostrano che il giornalista americano ha toccato un nervo scoperto. I maître à penser del liberalismo woke filo Ucraina, con Israele senza se e senza ma, fedeli alla Scienza e vaccinisti praticanti emettono bolle di rabbia come una Jacuzzi.
I risultati strabilianti di questo pezzo di storia del giornalismo dimostrano che molte, moltissime persone vogliono ascoltare l’altra campana. Molte, moltissime persone sono disposte ad ascoltare la voce del dittatore sanguinario pazzo moribondo Putin dal profilo X dell’intoccabile parìa Tucker Carlson. Forse comincia davvero a farsi largo nelle masse pecorecce il flebile sospetto di essere largamente presi per i fondelli su molte questioni.
Per quanto l’intervista sia stata negoziata, si ha netta l’impressione che il dittatore pazzo assassino lasci una certa libertà a Carlson: più di una volta le domande e le normali interazioni (l’intervista è montata, ma i piani sequenza di domande e risposte sono lunghi e integrali) mostrano un Putin sorpreso, divertito, bisognoso di qualche istante di riflessione. È, all’osso, un normale dialogo fra due uomini.
D’altra parte, il criminale di guerra Putin dimostra una calma olimpica, una freddezza glaciale, è molto attento e rilassato per tutta la durata dell’intervista. Soprattutto, dimostra una conoscenza e una coscienza di quanto sta accadendo davvero impressionanti. Si può dissentire e trattare la cosa come “propaganda russa”, ma questo non può esimere nessuno dal farci i conti.
Sarebbe ingenuo pensare che questa intervista sposti l’equilibrio sopra la follia che va per la maggiore; tuttavia, la crepa nel giocattolo è sempre più evidente. Abbiamo leader mediocri che abbaiano e strepitano e insultano chiunque esprima un pensiero e sentimenti non allineati – secondo la lezione di Goebbles: rinfacciare all’avversario le colpe di cui ti sei macchiato tu – e dall’altra parte leader che fanno gli interessi loro e dei propri popoli, ma lo fanno razionalmente. Il senso può non piacere o non convenire, ma c’è. Temo che lo stesso non si possa dire dei caporali occidentali.
Cos’ha detto Putin? Propongo una rapida carrellata di affermazioni che mi sono rimaste impresse a caldo, senza la pretesa di essere esauriente e fedele né al senso generale o alle intenzioni. D’altra parte, ritengo che siano necessari più visioni e una riflessione più accurata. La notizia però è che il contenuto c’è e, come dicono gli americani, content is king.
Innanzitutto, Putin parla con grande accuratezza. Esprime concetti complessi con un linguaggio comprensibile anche alle marmotte. Nei primi venti minuti, fornisce a Carlson una breve lezione della storia russa e Ucraina con una sintesi magistrale. Non accade spesso di ascoltare un leader politico, per quanto perverso e malato di mente come Putin (secondo i pennivendoli), di questo livello parlare di storia prima di affrontare argomenti di stringente attualità.
Putin ha affermato di aver affrontato l’ipotesi di un ingresso della Russia nella NATO con il presidente Clinton, il quale in un primo tempo si era detto molto favorevole ma in poche ore, dopo essersi consultato coi suoi consiglieri, aveva detto al presidente russo che non si poteva fare.
Qualcosa di analogo quando Putin propose a Bush padre, l’allora presidente George Bush Jr e Condoleeza Rice la creazione di uno scudo missilistico comune: proposta che vide aperture da parte americana, prontamente evaporate.
Non solo: Putin afferma di aver fornito al presidente americano le prove dei finanziamenti americani e del sostegno dato ai gruppi terroristici in Medioriente. L’americano dopo averle esaminate avrebbe esclamato: “Li prenderò a calci nel sedere” ma, osserva Putin, la denuncia diretta non avrebbe avuto alcun seguito.
In questo come in altri casi, il russo debosciato più volte invita il giornalista a verificare direttamente con le fonti dirette: Clinton, Bush, la Rice.
In un passaggio, Putin ha ricordato gli applausi commossi del parlamento canadese al partigiano ucraino nazista, definendo sconcertante questo episodio, per di più avvenuto di fronte al presidente ucraino Zelensky, che è ebreo. Sintomo di un cortocircuito storico-culturale e cognitivo che il presidente russo, psicolabile conclamato come certificato dalle perizie di noti pennivendoli nostrani, fatica a comprendere.
Alla domanda di Carlson “chi ha fatto saltare i due gasdotti Nord Stream?”, Putin risponde con un secco ma garbato “voi americani, questo è ormai accertato”. E aggiunge: in queste cose bisogna sempre chiedersi chi avesse interesse a farlo e chi aveva la capacità per farlo. L’intersezione delle risposte a queste domande di solito fornisce l’identikit del colpevole. Senza dimenticare l’inchiesta di un altro formidabile giornalista indipendente americano, il premio Pulitzer Seymour Hersch, sull’argomento.
Stuzzicato da Carlson sulla “propaganda russa” e la “versione ufficiale” dei fatti forniti generalmente propinata dal mainstream, Putin afferma che è difficile battere gli americani nella propaganda, dal momento che controllano tutti i media del mondo. Il che è difficilmente contestabile.
Putin segnala poi il tragico errore di valutazione commesso dagli americani, che usano il dollaro per finanziare il loro dominio militare del mondo. Stampare dollari che non sono più garantiti da alcun asset – Putin fa l’esempio dell’Arabia Saudita che scambia il petrolio in Yuan cinesi, e indica che gli scambi Russia-Cina sono in continua e rapida crescita – significa suicidarsi. Questo dice a Carlson: “Vi state suicidando da soli”. Oltretutto, aggiunge il presidente malato di mente, si possono mettere in atto molte strategie egemoniche, ma “non puoi impedire al sole di sorgere”.
Quanto a Trump, Putin dice una cosa interessante: lo stima come persona ma, tiene a precisare, non si tratta di attitudini e qualità personali, quanto di “atteggiamento mentale delle élite”. L’impressione che il riferimento sia anche a se stesso e alla Russia è più che concreto.
Carlson rivolge a Putin una domanda quanto meno Spinoza. Gli chiede: cosa significa per lei essere un leader cristiano? Putin risponde che significa mostrare “lealtà verso le altre religioni presenti in Russia come mussulmani ed ebrei”. E puntualizza: ci sono differenze, e qualche valore comune. Un cristiano protegge se stesso, la propria famiglia e la patria.
Questo, dice Putin, è nel cuore della cultura russa. La cultura russa è orientata all’umano: si guardi a Dostoevskji che, asserisce Putin, è la cultura russa.
Dunque, lo incalza Carlson verso la fine, lei pensa che noi siamo disumani. Putin: “Non penso che siate disumani, ma vede: ogni nazione sorge, prospera e decade – pensi all’impero romano, pensi ai barbari che dopo aver distrutto si sono evoluti in una nuova civiltà”.
Il presidente russo non tralascia di menzionare quelle che ritiene le più gravi minacce attuali al l’umanità: la ricerca genetica e l’intelligenza artificiale. Sostiene che l’”uomo nero per l’Occidente non sia la Russia, ma la Cina”.
Perché?, domanda Carlson. “Perché i russi sono 140 milioni, mentre i cinesi sono un miliardo e mezzo”. Ma è un’intervista che merita davvero di essere guardata tutta, a prescindere da come la di pensi.
In conclusione, nonostante alcune perplessità personali circa le magnifiche sorti e progressive dell’Occidente collettivo e qualche sentore del fallimento del globalismo, ascoltando il lavoro di Carlson e mettendolo accanto alle bubbole dei media cosiddetti “ufficiali” (quelli che si vorrebbero dispensare l’unica verità ammissibile, quella stabilita dal Digital Service Act europeo) mi è sorta una domanda con la quale mi piace congedarmi: noi siamo l’Occidente di quale Oriente, se non siamo disposti a riconoscere la dignità di quest’ultimo e ne percepiamo l’esistenza solo e soltanto come minaccia?
Per il momento, il discutibile Carlson ha dimostrato di essere un vero americano attaccato con le unghie e coi denti alla propria libertà, e Putin di non essere il fanatico zucca vuota che ci è stato finora proposto.
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È mia personalissima opinione che, ormai, quasi più nessuno cerchi e voglia risposte! Troppo fitta la nebbia calata sulle menti. Ed anche tra coloro che tentano di dipanarla, spesso c’è chi lo fa in spazi limitati a poche, pur essenziali, boccate d’ossigeno, altri evitando di addentrarsi oltre, con tutti i rischi e/o conseguenze, che un tale sfoltimento comporta. Certo, un Ricorso collettivo alla Fonte Primaria “Bucherebbe” ogni Notizia, Inonderebbe le Prime Pagine di Verità… ma, al momento, l’uomo ha scelto le Tenebre, ed in esse gli diventa impossibile cercare, vedere, capire, vivere!
L’articolo ed il commento soprastante mette purtroppo in rilievo la triste realtà, e tutto ciò è perfettamente sovrapponibile a quanto accaduto durante la “pandemia grave” e la guerra dell’aggressore (lo “Zar”) contro l’aggredito (il ballerino). Non se ne esce. Il problema della nostra opulenta e secolarizzata società occidentale è anzitutto cognitivo. Se ancor oggi sento di gente che ancora segue Sanremo, questo la dice lunga sul degrado di un paese che ha saputo mostrare assai di meglio (ma forse occorrerebbe andare molto indietro nel tempo)
Le conclusioni finali dell’intervista, da vero statista:
“….Prima o poi si arriverà a un accordo.
Sapete, probabilmente vi sembrerà strano vista la situazione attuale, ma le relazioni tra i due popoli si ricostruiranno comunque.
Ci vorrà molto tempo, ma si ristabiliranno. ………….
Quello che sta accadendo è in una certa misura un elemento di guerra civile.
Tutti in Occidente pensano che il popolo russo sia stato diviso per sempre dalle ostilità.
No, si riunirà!
L’unità è ancora presente.
Perchè le autorità ucraine stanno smantellando la chiesa ortodossa ucraina?
Perchè non unisce solo il territorio, ma anche le nostre anime.
Nessuno sarà in grado di separare le anime!”
Deus dementat quos perdere vult. Putin è un politico “normale” che mette in evidenza in quale tunnel di follia è entrato l’Occidente con la sua cultura liberal, woke genderista ecc.
Articolo come sempre molto acuto e interessante