Mons. Francesco Savino
Mons. Francesco Savino

 

 

di Alfredo Villa

 

Sua Eccellenza,

ho letto con attenzione la Sua intervista su “La Stampa” del 27 ottobre 2025. 

A prima vista appariva come un passo avanti: la Chiesa italiana che si apre, che accoglie, che finalmente interpreta il Vangelo in modo concreto e soprattutto corretto.

Lei parla di “accoglienza e ascolto di tutti, tutti, tutti” e in questo “tutti” pone in particolare le persone LGBT+, divenute quasi il nuovo simbolo degli emarginati. 

Lei dice che la Chiesa deve “curare, non giudicare; liberare, non possedere”. 

Parole suggestive, ma la vera liberazione nasce dalla Verità, non dal compromesso. Curare senza annunciare Cristo è come fasciare ferite lasciandole infette. 

L’amore cristiano non è terapia: è resurrezione.

In coda le sue ultime parole per quella che probabilmente è la posizione delle CEI quanto all’attesa legge sul fine vita, argomento che, sempre a mio avviso, era la vena finalità dell’intervento, ovvero un discorso programmatico su una norma anticristiana che veniva preceduto dall’ usuale melassa arcobaleno. 

Ma questo argomento sarò l’oggetto di un’altra lettera aperta a lei indirizzata.

Vent’anni fa, ho visto all’opera la carità vera, quella che non si predica ma si vive. 

In Thailandia, negli anni drammatici dell’AIDS, ho incontrato i Camilliani, i Francescani, i Padri del PIME: uomini che stavano accanto a omosessuali, travestiti, prostitute e malati terminali. 

L’Amore di Dio si faceva nuovamente carne. 

E in quella carne ferita nascevano vocazioni, conversioni, tra cui la mia.

Nessuno di loro aveva la minima idea di cosa fossero ascolto ed accoglienza e comunque quest’ultime non erano né una scelta programmatica né una priorità.

Semplicemente l’Amore di Cristo si incarnava in cuore e mani indaffarate ed in parole ed azioni che oggi sarebbero considerate inopportune in quanto finalizzate apparentemente al proselitismo, ma che invece erano solo evangeliche, nella convinzione che la Chiesa debba prima proferire, poi insegnare, poi convertire e solo poi agire con conseguente coerenza.

Quei santi, non sono i “santi della porta accanto”, ma uomini che hanno donato la vita per Cristo e nel Suo nome hanno servito chi era davvero ai margini.  

E se la chiesa italiana è ora ancora in grado di operare che con azioni liturgiche e sacramentali legate al Sacramento dell’Ordine è anche grazie alle vocazioni sacerdotali nate in quei paesi dove la Chiesa italiana ha servito nella fedeltà al Vangelo e nel rispetto del mandato direttamente ricevuto da Cristo.

Per questo trovo inquietante che oggi si confonda la carità con un progetto di immagine, con un “volto nuovo” della Chiesa da esibire ai media. 

La carità che non converte diventa retorica. E la retorica pastorale, per quanto dolce, raffredda l’anima.

Perché vi è un’unica Verità, che è tutta intera, inscindibile e già per sempre rivelata e di cui la Chiesa è depositaria. 

Questa Verità è Gesù Cristo che è Parola Vivente, Parola che richiede d’essere proclamata alle genti. 

La Carità è indissolubilmente legata alla Verità e quest’ultima non può avere per il cristiano una sua autonomia e indipendenza, soprattutto se interpretativa, poiché Essa non abita il divenire del mondo ma la nostra stessa eternità e non è “disponibile” all’uomo, se non per la possibilità donata di scegliere di aderirvi.

Definire accoglienza e ascolto come esercizio di carità tende ad attrarre in errore. 

Dire che amo perché servo è una semplificazione, come detto, pericolosa

Servire dovrebbe essere più una conseguenza che una scelta, un impellente necessità.

Ed una necessità non si sceglie, ma al massimo ad essa ci si può abbandonare.

Ma questo lei, che ha scelto quale motto del suo Stemma, “Charitas Christi urget nos”, dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, riconoscendo in Cristo la causa prima ed il motivo di tale urgenza.

Quindi, ascoltare ed accogliere, è possibile solo se si riconosce, che originariamente ed a monte, io stesso sono oggetto d’amore, ma non di un amore qualunque ed umano, ma dell’Amore sovrabbondante di Dio, di quell’Amore trinitario, che tutto mi riempie e che non può essere contenuto proprio per la sua natura di indisponibilità e che ricade irrimediabilmente sul mio prossimo con particolare cura ed attenzione per i piccoli.

Tale Amore, non potendone disporre, non può divenire condimento di un progetto terreno affinché anime belle possano sentirsi attratte da una Chiesa senza identità, nella strutturazione di un programma atto a trasformare la Carità in un qualunquismo, prima ancora che in azioni, finalizzato ad anestetizzare con un misericordismo cheap ogni possibile sussulto di colpa che tali anime belle, autogiustificandosi, hanno raramente. 

La Carità non può inoltre essere separata dall’”urgenza” di convertire, in quanto, con la conversione, si offre anche gioia piena e salvezza.

Ciò che urge è il portare Cristo come dono supremo di vita vera e tale urgenza si manifesta nella Carità, che è però sterile, almeno a lungo termine, se disgiunta dalla Verità che è Cristo.

E portare Cristo implica evangelizzare e convertite, senza vergogna e senza l’inutile ricerca di brandelli di verità, presso terzi, quando la Chiesa detiene tutta la Verità intera.

Parlare di accoglienza e ascolto ad un pubblico vasto di non cristiani o di cristianuncoli è cattiva dottrina in quanto mistifica la ragione prima, ciò che è l’inizio e fine della Carità, che ha nell’accoglienza e nell’ascolto solo una delle Sue mille sfaccettature.

Leggendo il suo intervento, che comunque credo non si discosti dalla posizione istituzionale della Cei, la prima cosa che ho pensato e quanto questo sia in realtà un parlare “tiepido” e lei sa meglio di me quanto questa tiepidezza disgusti Dio.

È un parlare tiepido perché a differenza dei due discepoli di Emmaus a cui ardeva il cuore nel sentire la parola di Dio, su di me, come penso su molti altri, questa litania laica di accoglienza, incontro ed ascolto genera superficialmente solamente noia, mentre nel profondo l’anima si raffredda e sfiorisce.

Dopo tale lettura si sente un irrefrenabile bisogno di rivolgersi totalmente a Cristo affinché Questi ci consoli e ci ridia vita grazie alla sua verità immutabile.

Da qui il meditare sul bellissimo passo del Vangelo dove Gesù rende lode a Dio per aver rivelato la Verità ai piccoli ed anche a Pietro, che non per carne né per sangue, ma grazie al Padre, l’ha vissuta.

Ed è così che la Chiesa, proprio quella che attraverso di Lei ora parla, è nata.

Mi vengono i brividi e quindi nuovamente una sensazione di freddo, quando immagino che si possa cominciare a pensare che i piccoli del Vangelo siano solo gli emarginati ed i discriminati. 

Ma è ancora infinitamente peggio quando i discriminati appaiono attualmente essere solo i rappresentanti di una categoria che sì, deve essere amata, ma non giustificata, confondendo inoltre il termine giustificazione con quello di perdono che comunque richiede un preventivo pentimento. 

Questa deriva implicita, dove, i piccoli, quindi in qualche modo coloro che sono i veri depositari dei valori cristiani e della Verità, possano essere, in modo generalizzate e non personale, sovrapponibili al popolo LGBT+ e dei migranti (quasi sempre di un’altra religione, situazione che dovrebbe essere vista come opportunità di convertire, non di dialogare) mi scandalizza.

Suggerisco umilmente alla Chiesa che lasci parlare d’Amore di Verità e quindi di Cristo chi quotidianamente tale Amore riversa sull’uomo e lo riversa senza chiedersi a quale categoria questi possa appartenere e lo riversa con consapevolezza cristiana, in quanto è l’amore sovrabbondante di Cristo e non il suo desiderio personale di fare del bene o di creare un mondo migliore nella casa comune. 

Per questo c’è già il Regno di Dio, che ha condizioni precise affinché si realizzi, è un Regno per molti, ma non per tutti, ma dove questi sono chiamati per nome.

L’attuale e quasi morbosa attenzione nei confronti di categorie specifiche che vengono utilizzate e strumentalizzate per presentare il volto di una Chiesa in movimento, in evoluzione ed in costante riforma, rispetto ad una tradizione nella quale i veri santi, operatori di vera Carità erano fortemente radicati, in realtà non offende quest’ultimi ma proprio le stesse categorie che si dichiara di voler comprendere ed accogliere, mentre in realtà sono solo uno strumento da utilizzare all’interno di una propaganda maligna.

Ho scritto queste righe non per polemica, ma per amore della Chiesa. 

Perché l’ho vista vera, povera e luminosa nei mei viaggi ed ora nelle corsie d’ospedale e RSA dove servo e non voglio vederla ridotta a slogan o a laboratorio sociale. 

Con rispetto, ma anche con la franchezza di chi ha visto la Carità vera e non vuole che questa venga profanata.

 


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