Adelaide Charlier
Adelaide Charlier

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Avevo acquistato il Manifesto, per i cento anni dalla fondazione del PCI, interessato ovviamente alla questione storico-politica e al “taglio” dato dal giornale. Con ritardo, tra le carte, noto un inserto settimanale dedicato a tematiche ambientaliste (l’ExtraTerrestre, 21 gennaio 2021). E con maggior ritardo lo sfoglio, perché si polemizza per lo più sull’inquinamento delle navi da crociera…
Invece, c’è anche una intervista di Gabriele Annichiarico ad una ragazza belga: una leader internazionale nella lotta ambientalista. Adelaide Charlier: ovvero un punto di riferimento del movimento Fridays for Future. Avevo già analizzato il carattere narcotico del nuovo oppio dei popoli qui. La voce francofona della lotta ecologista è stata addirittura nominata Ambassador of Conscience, secondo il premio conferito per i diritti umani da Amnesty International. E non per la difesa dei feti abortiti, ma appunto per l’emergenza climatica!
Che dire, il Coronavirus ha fermato anche loro. O forse ha dato qualche idea in più da aggiungere nelle prossime manifestazioni, magari già dal 2021. Nel 2020 è saltata la revisione delle linee guida sottoscritte a Parigi nel 2015: ovvero l’accordo da cui l’America libera di Trump era uscita, quell’accordo che accettava di limitare entro i 2 gradi (con l’auspicio dei 1,5) l’aumento di temperatura; diminuire le emissioni di gas serra; sovvenzionare con 100 miliardi di dollari ogni anno i paesi poveri, per uno sviluppo non inquinante. Se ci fosse stata la conferenza internazionale, proprio la Francia avrebbe dovuto rispondere del processo portato avanti da quattro ONG (Greenpeace, Oxfam, Fondazione Nicolas Hulot e Notre Affaire à tous). La causa è ancora in corso (cfr. qui e qui). E, a dirla tutta, nel 2016 fu accusato anche il governo Renzi (qui).
La questione interessante sta, però, nello strano connubio tra misure restrittive che i governi internazionali hanno adottato per rispondere all’emergenza sanitaria e le misure che si dovrebbero accettare, allo stesso modo o ancor di più, per la madre di tutte le emergenze: quella climatica. Charlier – alla domanda diretta su una eventuale fermezza governativa, in materia di lotta per l’ambiente –, risponde che proprio alla luce di quanto successo per il Covid, non è più possibile, anche a costo della impopolarità, accogliere iniziative per una transizione soft, in merito alla conversione ecologica. La sibillina frase, detta in relazione all’energia fossile, “il pubblico deve farsi carico della riconversione professionale dei lavoratori del settore” – riportata nel pezzo giornalistico (vedi anche qui) – fa tremare i polsi…
Fa pensare che la Pandemia del Covid possa essere stata, nella gestione e nel contenimento, una sorta di “precedente”, per promuovere e legittimare – su altri temi e per altri scopi – simili misure restrittive d’eccezione. Non perché l’emergenza sanitaria debba necessariamente essere valutata come banco di prova generale, ma perché potrebbe offrire, anche solo indirettamente, un modello di prassi governativa. L’ideologia ambientalista, soprattutto per le conseguenze a lungo termine dei cambiamenti climatici, potrebbe trovare nello stato d’eccezione, protratto per decenni, il perfetto modo giuridico non tanto per la conversione ecologica soft, quanto per la conversione dittatoriale soft. Un altro modo di dire – oggi – socialismo!

 

 

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