Papa Francesco - screenshot dalla trasmissione A sua immagine del 15 marzo 2022
Papa Francesco – screenshot dalla trasmissione A sua immagine del 15 aprile 2022

 

 

di Mattia Spanò

 

I minuti finali dell’intervista di Lorena Bianchetti a papa Francesco per la trasmissione di RaiUno A Sua Immagine suggeriscono, sul piano simbolico, alcune riflessioni.

L’ultima domanda della conduttrice era a proposito di come dobbiamo vivere il momento della morte di Cristo nel Venerdì Santo. Poiché papa Francesco aveva appena finito di parlare del “silenzio del Venerdì Santo”, la lunga pausa muta – televisivamente greve – è sembrata ad alcuni la messa in pratica di quanto appena richiamato.

Se facciamo lo sforzo di collocare il gesto in una prospettiva più ampia, emergono alcuni elementi degni di nota. Per cominciare, proprio l’eccesso di attenzione che si tributa ai gesti, a scapito delle parole. Anche ai silenzi, dunque.

Nel caso del papa, che scarpe indossa e dove se le procura, dove compra dischi e occhiali, dove va a rinfrancare l’apparato uro-genitale, se porta la borsa da solo, se confessa ragazze e ragazzi in piazza, se beve il mate o mangia la pizza, se indossa un naso da pagliaccio, ed altri innumerevoli episodi.

Si tratta di atti informali, tutto sommato  banali che vengono enfiati a dismisura dai media, i quali attribuiscono significati alti a gesti trascurabili, magari con lo scopo malizioso di rendere trascurabile chi li compie in un astuto gioco di chiasmi e corrispondenze baudelairiane.

Mentre le parole di Sua Santità sono state passate al vaglio del giudizio e del pregiudizio da ambedue gli schieramenti pro e contra Pontifice, meno battuto mi sembra il rapporto fra le parole di un pontificato assai facondo e il silenzio. Silenzio che nel nostro tempo riveste un significato preciso.

Il minuto di silenzio negli stadi per la morte di qualche celebrità, ad esempio. Di altra portata il silenzio di Dio ad Auschwitz, dove il papa regnante pregò in silenzio. Dov’era Dio? Perché ha taciuto?

Il no comment delle interviste o il silenzio ostinato di fronte al giornalista che evoca il diritto a sapere della gente: un silenzio di tipo omertoso, teso a nascondere l’indicibile, il malaffare.

Nel caso delle tragedie, il silenzio viene riempito dalla preghiera, esibita come invito rivolto a tutti gli altri a pregare: #PrayForUkraine, #PrayForParis, #PrayforQuesto&Quelo. Una preghiera senza ministri, priva di autorità e di centro, che ognuno rivolge a chi vuole. Anche al Grande Cocomero.

C’è il silenzio iniziatico nella massoneria, il portarsi di frequente le mani alla bocca di cui il gesto in voga tra i vip di portare l’indice alle labbra è citazione forse involontaria e casuale, forse no. Il papa stesso, sin dalla sera della sua elezione, ha riservato numerose occasioni alla preghiera tacita, come nel caso della guerra in Ucraina preceduta da una preghiera silenziosa per la pace.

La benedizione silenziosa è stata sovente usata dal papa per non urtare la sensibilità dei non cattolici e dei credenti di altre religioni. In altre occasioni, papa Francesco si è riferito allo stile di Dio, fatto di umiltà e silenzio.

Durante l’ultima visita a Malta, la diocesi locale ha rimosso la croce per non urtare i migranti mussulmani. Allo Yad Vashem, in presenza di Netanyahu e soprattutto durante la visita al Gran Rabbinato di Gerusalemme, la croce pettorale del papa scomparve per non urtare la sensibilità dei rabbini ashkenazita e sefardita. Anche queste possono essere interpretate come forme di silenzio.

Il silenzio ha anche riverberi sul governo della Chiesa Cattolica. È di questi giorni l’appello del cardinal Pell al papa perché si pronunci sulla spinosissima questione del Sinodo tedesco, che potrebbe avere – se già non possiede – un tratto scismatico. Non credo che il papa dirà qualcosa di dirompente: il sinodalismo è uno degli assi cartesiani di questo pontificato. Non cadrà in contraddizione su questo. Anche qui, silenzio.

Viviamo nella società dell’immagine rumorosa: tutto è suono, icona, messaggio. Il silenzio ritualizzato – fisicamente circoscritto: un minuto, il gesto che non turba il nostro stile di vita perché lo spettacolo deve continuare – finisce per rivestire una valenza luttuosa.

Una comunità muta genera imbarazzo, manifesta sospensione o assenza della vita, saluta i migliori che se ne vanno per poi riaccodarsi alle proprie magagne come nulla fosse accaduto.

Il silenzio esprime anche tacito assenso o vigliaccheria. Omissione e disprezzo nei più raffinati, talvolta. Nei parchi pubblici si ingiunge ai bambini di non fare schiamazzi – il chiasso dei bambini è particolarmente molesto alle nostre orecchie sensibili – mentre si tollera, anzi si chiede musica sparata a tutto volume negli anfratti della movida, della pubblicità, dei luoghi di passaggio. Per tacere di ciò che accade in televisione. La nostra società ha un profondo orrore del silenzio, salvo evocarlo per evadere certe pratiche arcaiche come ad esempio accommiatarsi dai morti o elaborare i traumi.

Il silenzio è, per la maggior parte di noi, un vuoto che ognuno può riempire con ciò che più gli aggrada. Diciamo per semplicità che il silenzio, alle orecchie di noi contemporanei, porta seco una forte carica ambigua. Nel foro muto della propria coscienza ognuno può sentirsi chi vuol essere e non è.

Il papa e la Chiesa sono persino prolissi e, bisogna dire, efficaci nel descrivere i mali del mondo: l’economia che uccide, la cultura dello scarto, la guerra mondiale a pezzi, la fratellanza universale, l’accoglienza dei migranti e del diverso, il rispetto dell’ambiente. Lo story-telling diventa più asciutto e ripetitivo quando si parla di Dio e del suo primo erede Gesù Cristo. Qui, fatta salva l’attitudine generale del giornalismo a vendere aria fresca ad organismi aerobici, anche le formule sono meno ricercate e notiziabili.

Si suppone del resto che Dio non si offenda se parli d’altro: di lui ormai sappiamo tutto ciò che serve sapere, che è buono, perdona tutto a tutti, e dulcis in fundo è indifferente al fatto di essere chiamato Ganesha o Quetzalcoatl. Possiamo ben parlare d’altro.

L’indeterminazione della parola – nelle preghiere, nelle formule rituali, ci sono parole esatte – il silenzio, il vuoto come ambito creativo dove ognuno esprime sé stesso con parole sue appare, inutile nasconderlo, come una babele di rumorini che ci piacerebbe avessero valore spirituale. La notizia buona è che one size fits all, i rumorini vanno bene per tutti, come i cappellini da baseball. Quella cattiva è che non hanno alcun valore: sono il nulla.

Per il cristiano, il silenzio non è uno spazio vuoto di rumore o l’assenza di parole. Il silenzio è stare al cospetto di Dio, che è il Verbo fatto carne. Dio è Parola, la Parola è viva, corporale, onnisciente e onnipotente. Il silenzio umano è contemplazione di questo, oppure è vuoto incolmabile. Si ascolta, ci si appiglia alla Parola che salva, non alle altre, e meno che mai al mutismo selettivo che dovrebbe suggerire pensieri alati, ma nessuno potrebbe giurare che alla fine non facciano la fine di Icaro.

Quella Parola va pronunciata, non nascosta per un indicibile pudore infero: è il diavolo che tace e non nomina Dio e Sua Madre, per dirla chiara. Bisogna che sia una Parola precisa, senza fronzoli, senza picchi immaginifici, senza spazi creativi che gratificano l’ego e immiseriscono l’anima.

Tempo strano, il nostro. Ci sono parole che vanno assolutamente dette – linguaggio inclusivo, lo chiamano – ed altre che vanno tassativamente proibite, interdicendo gli autori. Per tutto ciò che si sottrae a questo gioco – il poco che resta – vale la regola argentea dell’attribuzione dell’intenzione comunicativa.

Tornando all’intervista pasquale di papa Francesco, il convitato di pietra è: cosa avrà veramente inteso comunicare il Pontefice?

Un’intervista televisiva è una sorta di spettacolo ad uso e consumo di terzi. Lo scopo dell’intervistatore e dell’intervistato non è lo scambio, l’approfondimento e l’arricchimento personali, ma l’allestimento di una rappresentazione rivolta ad un pubblico invisibile. La prima cosa non è naturalmente esclusa, ma non è centrale.

Ognuno è libero di attribuire l’intenzione che ritiene più consona – il professor Alberto Contri parlerebbe forse di confirmation bias, il meccanismo distorsivo per cui il destinatario accoglie e interpreta il messaggio solo nel senso che già ritiene vero – il che pone in posizione preminente il destinatario, vale a dire il soggetto che filtra, comprime il messaggio nel già saputo. In altri termini, il mittente e il messaggio diventano irrilevanti: il gioco avviene nella mente dello spettatore. 

Il rischio capitale è una Chiesa Cattolica appiattita sulla prossemica da una parte, e dall’altra votata a parlare di tutto ciò che l’agenda setting massmediatica impone: migranti, ambiente, omosessuali, pace, fratellanza, multiculturalismo, convivenza pacifica delle religioni, povertà, vaccini per tutti e chi più ne ha più ne metta.

L’intenzione che la Chiesa, a partire dal Sommo Pontefice, attribuisce al pubblico dei credenti e dei non credenti (il confine fra le due categorie è vieppiù impalpabile) è il voler sapere cosa essa pensi e come giudichi cose già note a chi ascolta. Peggio ancora, sembra ritenere di dover confermare il pubblico in questi giudizi e convinzioni, spesso di carattere squisitamente emotivo. Questo naturalmente le garantisce performance mediatica e popolarità.

Non a caso, una delle frasi fatte pescate dal sentire comune più ricorrenti che vengono rilanciate dai media è  che il papa sarebbe “uno come noi“. Per contrappasso o suggestione, torna alla mente il discorso del sergente Hartman in Full Metal Jacket: qui vige l’uguaglianza, non conta niente nessuno. Un rischio da non obliterare.

Nell’altro campo, il pubblico attribuisce al papa e alla Chiesa l’intenzione di pronunciarsi su questi argomenti perché sono in re ipsa importanti, qualificando però di importanza ciò che si conosce e si vuole sentir confermare. La comunicazione diventa una partita a tennis dove la stessa pallina rimbalza da un campo all’altro senza posa. La pallina, rotonda, gialla e pelosa, quella è. Nulla cambia.

Per contro, la Chiesa e il Pontefice sembrano diventare afasici su argomenti che sono, per così dire, la ragione sociale del cattolicesimo e che giocoforza obbligano ad una presa di posizione netta rispetto alle verità di Cristo e del cristianesimo.

Si è forse deciso, non so quanto lucidamente o in modo praeter-intenzionale, di scommettere gli ultimi spiccioli di credibilità – crollo delle presenze a messa e dei cattolici e delle vocazioni religiose in Europa – sulla ruota delle intenzioni personali di un pubblico prima abbandonato a se stesso da decenni di diseducazione religiosa (e non solo: abbiamo bucato il Black Friday del pacchetto completo), in seguito accreditato di portare chissà quali patrimoni spirituali innati, in larghissima misura e com’è ovvio assenti. In ossequio ad un secondo meccanismo, quello della razionalizzazione ex-post: agire a caso, e giustificarsi a cose fatte.

Protesi nello sforzo inane di comunicare tutto il profano inseguendolo sul suo terreno abituale, quello degli accidenti e della cronaca più frollata, si finisce per non aver più tempo né parole da dedicare al Sacro. Il sacer, che è uno spazio inviolabile separato dal resto per sua essenza divisivo, diventa una parentesi piena di vuoto in cui ognuno riconosce se stesso nel momento in cui l’immagine di Dio scolora e naufraga, trascinando a picco quella infinitamente meno consistente dell’uomo.

Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

(T.S. Eliot, The Hollow Men)

 


 

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