Sua Ecc. mons. Giampaolo Crepaldi
Sua Ecc. mons. Giampaolo Crepaldi

 

 

di Lucia Comelli

 

Ho seguito con vivo interesse a Trieste, lo scorso 17 marzo, la presentazione del Quattordicesimo Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo[1], dedicato alla proprietà privata, al suo inscindibile nesso con la libertà della persona e agli attacchi portati oggi a questi principi dal nuovo globalismo del Grande Reset[2].

Il primo intervento, dopo la presentazione dei relatori, è stato quello di mons. Giampaolo Crepaldi[3], massimo esperto al mondo della DSC, che ha messo in luce come per il Magistero la proprietà privata sia un diritto naturale e quindi indisponibile.  Nato dal dovere primordiale di mantenersi in vita e di provvedere alla famiglia, questo diritto rende libere le persone, permettendo loro di avere uno spazio vitale, le abitua a vivere in un contesto concreto e ad apprezzare la tradizione preservandole dalla dispersione nell’anonimato […] Senza l’aggancio alla proprietà, persone e famiglie sarebbero manipolabili, condizionabili e ricattabili.

Eppure, tale diritto, centrale nella vita sociale, è oggi sotto attacco, non solo per il persistere di regimi politici comunisti (alcuni installati anche di recente in America Latina), ma per la nascita di nuove e inedite minacce nell’Occidente liberale, dove si mostrano oggi, inaspettatamente, forme di limitazione, controllo ed eliminazione della proprietà privata. Le possibilità che la tecnologia, soprattutto digitale, offre al controllo sociale – motivate da reali o più spesso costruite o comunque strumentalizzate emergenze sociali – delineano scenari nuovi ed inquietanti.

Il relatore ha successivamente chiarito alcuni punti controversi e di grande attualità relativi al principio in questione, a partire dal rapporto della proprietà privata con la destinazione universale dei beni.

Il Magistero della Chiesa considera entrambi i principi come ugualmente originari e legati indissolubilmente tra loro. Dio ha infatti dato agli uomini la terra perché con il loro lavoro la facessero fruttare ed è il lavoro che legittima la proprietà privata: la destinazione universale dei beni non contraddice quindi il diritto alla proprietà privata, anzi essa si realizza proprio tramite l’accesso alla proprietà privata.

Inoltre, bisogna chiarire la distinzione – già fatta da Leone XIII – tra possesso ed uso dei beni: questi due aspetti, personale e sociale, sono presenti fin da subito nel diritto di proprietà. Quando il lavoratore dipendente o l’imprenditore sviluppa la sua proprietà, per il bene suo e della famiglia, crea anche un valore sociale: questo, ovviamente, non in modo automatico, ma mettendo in gioco le proprie qualità morali, che devono già essere all’opera fin da subito nella sua attività (morale ed economia non vanno separate). Tuttavia, un cattivo utilizzo della proprietà non giustifica la negazione di quel diritto, quindi: le imposte patrimoniali, motivate per correggere politicamente il cattivo uso della proprietà privata o per garantirne la dimensione sociale, oppure le confische senza indennizzo, sono pratiche contrarie alla Dottrina sociale della Chiesa.

L’autorità politica garantisca la giustizia sociale e anche una certa redistribuzione a sostegno dei più deboli, agendo sussidiariamente affinché la proprietà privata possa mettere in moto le conseguenze sociali che le appartengono[4].

Un’ultima questione cruciale riguarda la diffusione partecipativa della proprietà privata e il suo contrario, ossia la concentrazione della proprietà in poche mani. Il magistero sociale ha sempre affermato che la proprietà va diffusa perché essa è collegata con la famiglia, la libertà e le radici di senso.

Quanto alla creazione di monopoli e di oligopoli, che mettono le sorti di molti nelle mani di pochi, le encicliche sociali non hanno ignorato le esigenze di mercato che spingono ad ingrandire e fondere tra loro le imprese, ma dicono che il fenomeno va governato e contemperato dalla valorizzazione della piccola proprietà e della piccola impresa, soprattutto a carattere familiare, nella quale capitale e lavoro collaborano naturalmente tra loro.

Nella nostra epoca la concentrazione del potere economico, finanziario e quindi tecnologico è molto cresciuta: il campo più evidente quello del digitale ove pochi centri di poteri si contendono un mercato planetario. Un altro settore è quello delle grandi fondazioni a spettro globale che, con il paravento di fare filantropia, guidano le politiche mondiali, data la loro stretta connessione con i governi degli Stati più potenti. A queste concentrazioni contribuiscono le nuove tecnologie che ormai fanno a meno dello spazio, al quale invece è legata la piccola proprietà: una realtà, quest’ultima, in abbandono oggi, data la spinta allo sharing globalista. La dottrina sociale della Chiesa non ha mai cessato di segnalare i pericoli di queste tendenze, invitando a non perdere i legami reali dell’economia con la vita.

 

Il secondo relatore, don Samuele Ceccotti – vicepresidente dell’Osservatorio – è intervenuto a illustrare le nuove insidie ideologiche che minacciano la proprietà privata così come viene intesa nella dottrina sociale della Chiesa[5].  

Per la Chiesa Cattolica il titolo originario della proprietà è il lavoro: attraverso il lavoro si ottiene quindi la partecipazione alla destinazione universale dei beni. Come affermava già papa Leone XIII, il frutto del lavoro appartiene a chi lavora, successivamente tale possesso può essere ceduto ad altri attraverso una transazione commerciale, un’eredità o un usufrutto. Quindi, per la Dottrina sociale, il principio della proprietà privata e la destinazione universale dei beni, per cui Dio ha affidato il creato all’umanità tutta non sono in contrasto, ma intimamente legate tra loro.

La tradizione cristiana e prima ancora il diritto romano legano il diritto di proprietà all’ordine naturale di giustizia: quindi tale diritto non può essere legittimamente cancellato da una norma dello Stato. Tale principio è tuttavia finalizzato non semplicemente al bene del singolo individuo, ma anche al mantenimento della sua famiglia, affinché entrambi vivano in modo indipendente, libero. La DSC ha sempre difeso la proprietà privata (un terreno, un’impresa …) come una risorsa della famiglia, un mezzo affinché le persone rimangano libere. Ma la proprietà privata permette anche all’essere umano di radicarsi in un territorio. L’identità biologica, cioè il DNA, è solo una parte della nostra identità: ne sono parte integrante anche l’essere nati in un certo luogo, in un certo contesto, parlare una determinata lingua. Tutte queste dimensioni passano attraverso la proprietà: vivere in un borgo o in una città, inseriti in una particolare storia di generazioni… Proprio perché la proprietà privata è un potente fattore identitario, disarticolarla significa distruggere l’identità di una popolazione.

Le insidie ideologiche che la minacciano vengono analizzate dal nuovo Rapporto della DSC. Oggi la proprietà privata è sotto attacco in modo diverso dalle insidie del passato: pur essendoci una reviviscenza del comunismo in America Latina, infatti, oggi non è più il marxismo leninismo la principale insidia.

 Nel mondo occidentale il pensiero nichilista ha assunto le vesti del pensiero radicale, liberal, che insidia la proprietà privata non attraverso forme apparentemente violente, ma attraverso l’azione normativa, ponendo gravami crescenti – ad esempio di ordine fiscale – sulla proprietà privata, così da dissuadere le persone a desiderarla. Naturalmente, l’autorità politica ha il diritto di chiedere il contributo dei cittadini per finanziare i mezzi pubblici, ma se fino a 50 anni fa la pressione fiscale era intorno al 15/20%, oggi oltrepassa il 50%: si tratta quindi di una forma mascherata di esproprio. Per di più, lo Stato – o entità sovrastatali come l’Ue – gestiscono questa notevole quota del reddito della popolazione in modo tale da sminuire ulteriormente la libertà dei cittadini, soprattutto nella vita concreta della loro appartenenza alla famiglia e agli altri corpi intermedi. La tendenza è quella di sfavorire la proprietà, incentivando l’utilizzo di beni di proprietà di enti terzi. Questo comporta però alcune problematiche: di chi è l’auto o l’appartamento che utilizzo? Chi decide ormai come costruire le auto o le case?

Se non possiedo più nulla, non ho più un vincolo stabile con una casa, con un’impresa, con un territorio e non lo possiedono neppure i miei figli!  Si creano così le premesse di uno sradicamento e di un perenne nomadismo. L’ideale della società che traspare dall’Agenda 2030 è riassunto nell’ espressione: “Non possiederai nulla e sarai felice!”. Si delinea un sistema socioeconomico in cui la proprietà privata risulta svantaggiosa, uno scenario in cui si va verso la sua estinzione. Basta pensare alla normativa europea green per cui il cittadino che non sarà in grado entro il 2030 di rispettare le norme in vigore sul risparmio energetico non potrà più affittare o vendere un immobile: non si nega in teoria la proprietà privata, ma si rende svantaggioso possederla.

Noi cattolici dobbiamo difendere, anche a livello culturale, il diritto alla proprietà privata non solo intesa come proprietà dei beni, ma anche delle attività economiche basate sull’intrapresa personale.

 

Il terzo relatore, prof. Gianfranco Battisti[6], infine, ha illustrato nella sua relazione e in un capitolo del Rapporto i fondamenti economici di questo progetto di trasformazione: essi vanno ricercati nel collasso del sistema americano-centrico iniziato negli anni Settanta e continuato negli Usa con il progressivo disinvestimento delle industrie e la finanziarizzazione dell’economia. A ogni crisi susseguitasi nel tempo si è reagito a colpi di guerre in qualche parte del mondo per ‘ravvivare’ l’economia, di ricapitalizzazione delle banche con denaro pubblico, di speculazioni finanziarie (gli Usa hanno cancellato nel tempo tutti i meccanismi di controllo sugli operatori istituiti dopo la grande crisi del 1929 e non li hanno ripristinati neppure dopo quella del 2008). Il Covid e la guerra in Ucraina sarebbero dunque eventi previsti e parte di una trasformazione per riorganizzare l’intera economia mondiale, passando anche attraverso l’abolizione della proprietà privata e la sua concentrazione in pochissime mani. [7]

 

Il World Economic Forum (WEF) di Davos sogna una società globale priva di possessori e di beni e fondata su uno sharing [noleggio] universalizzato: nessuno possiede nulla e tutti affittano servizi. Il ritorno del Comunismo, soprattutto in America Latina, rimette in discussione la proprietà privata con nuove forme di statalismo e di forzata socializzazione. I centri di potere che spingono per la transizione ecologica a livello planetario pretendono che i beni in proprietà vengano usati secondo certi standard ambientali da loro stabiliti, pena il venir meno di quello stesso diritto. Il ritorno (voluto) dell’inflazione, la tassazione esorbitante, le ricorrenti proposte di un’imposta ‘patrimoniale’, la dipendenza dall’assistenzialismo statale tramite il ‘reddito di cittadinanza’ minano la proprietà privata e con essa la libertà. Il principale elemento che caratterizza questo inedito attacco la proprietà privata è la convergenza mostruosa tra pensiero liberale e comunismo. Nelle società occidentali sono ormai in atto forme di controllo e di dipendenza del cittadino dal potere molto simili, se non uguali, al modello cinese. In questo social – capitalismo del controllo sociale la prima vittima da colpire è il diritto alla proprietà privata. Questo Rapporto descrive e approfondisce questo processo che va denunciato e fermato. Cfr. Retro del testo

 

[1] AA.VV., Proprietà privata e libertà: contro lo sharing globalista, Ed. Cantagalli 2022.

[2] Piano di ripresa economica elaborato dal WEF in risposta alla pandemia di Covid 19.

[3] Vescovo emerito di Trieste, fondatore dell’Osservatorio internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa (DSC), mons. Crepaldi ha scritto la Presentazione al XIV° Rapporto dell’ente: La proprietà privata nella Dottrina sociale della Chiesa. Precisazioni richieste dall’attualità (pp.13-20), a cui si è riferito nel suo discorso e da cui sono tratte le citazioni in corsivo. L’uso del neretto è dell’autrice del presente articolo.

[4] Per la DSC il welfare dovrebbe rientrare nella libera iniziativa dei corpi sociali intermedi, gli Stati hanno fatto propria questa funzione, trasformandola in un obbligo di legge.

[5] Qui mi rifaccio semplicemente agli appunti presi durante la lezione e non rivisti dal relatore.

[6] Già prof. ordinario di Geografia all’Università di Trieste ed esperto di tematiche legate alla globalizzazione, il prof. Battisti ha scritto il capitolo del Rapporto: Le logiche economiche del grande Reset (pp.37-60).

[7] Martina Pastorelli, Attaccano la proprietà privata per togliere la libertà agli uomini, LaVerità 4 maggio 2023.

 


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