Se non leggi i giornali, non sei informato. Se li leggi, sei disinformato (M. Twain). Foto di Gordon Johnson da Pixabay

 

 

di Mattia Spanò

 

In casi eccezionali come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. La propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti. È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si appaga di gestire la “normalità”.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Poiché non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e una sola, verità assoluta, che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico. 

La ragione di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita). È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve allontanare l’obiettivo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata di mano.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere quanto la massa esige in base a ciò che crede di pensare.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà informe delle masse, così come viene rappresentata dai mass-media. La politica finanzia i mass-media, che “leggono” la spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso. La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e di scelta irrilevante accordata al popolo, che vive nell’illusione costante di “poter cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica a cui risponde provocandone altre.

Il potere accorda al cittadino la possibilità di battersi per risolvere certi problemi: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile.

Si crede che in questo modo la società migliori il proprio già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, ci si convince di decidere liberamente del proprio destino come singoli e come comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze. Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un'”espressione democratica”.

Pensa che quella che è propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere sussista necessariamente per sancire questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e com’è come non è non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo puramente anestetico. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”, ma produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna che sia una minoranza, a volte molto sparuta, a distruggere le eccedenze e generare povertà perché viceversa un cambiamento, uno stato delle cose già accettato dalla maggioranza non permette alcuno spazio all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente né men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler. Fra le tanti ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese, e quello euro-americano, è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione molto ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti. La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è preponderante.

Si trova di fronte una maggioranza silenziosa perché nessuno le dà voce – la tradizione non porta, per assioma,  elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare degli altri.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alternative, ergo è destinata a subire – al massimo a reagire – al pensiero altrui (spesso impensabile). L’arrocco difensivo è il primo sintomo di debolezza e sconfitta imminente.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie senza per forza voler intuire disegni occulti di destabilizzazione a monte, basti considerare che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni, un sistema così studiato (a chiarissima matrice computazionale) deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale – chiamiamolo così, con generosa enfasi – fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) è ben descritto nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di brutto può veramente capitarti”.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento dello scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono comunque un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ma a questo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino menzionati. È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

 


 

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