Un professore tedesco emerito di filosofia, Berthold Wald, Presidente dell’Associazione delle Facoltà teologiche cattoliche, ha inviato a mons. Sequeri, presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma, una lettera aperta in cui critica la sua gestione delle recenti e controverse modifiche all’istituto, affermando che “contraddicono i diritti e i doveri fondamentali delle istituzioni accademiche”. Afferma pure che Mons. Paglia, Gran Cancelliere dell’istituto pontificio, non è al di sopra di questi diritti e doveri. Per questo, vi sono stati “atti arbitrari delle autorità ecclesiastiche” e un “abuso della libertà accademica”

Ecco la lettera riportata da Edward Pentin, pubblicata sul National Catholic Register, nella mia traduzione. 

 

Prof. Berthold Wald, professore emerito di filosofia sistematica.

Prof. Berthold Wald, professore emerito di filosofia sistematica (foto: EWTN.tv)

 

Caro mons. Sequeri,

Ci siamo incontrati a Roma in un colloquio del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia nel novembre 2017. A quel tempo, lei era già da un anno che ricopriva la carica di presidente dell’Istituto, succedendo al professore [Padre Livio] Melina. Lei sembrava preoccupato di salvaguardare la continuità dell’Istituto in termini di docenti e di contenuti accademici durante i cambiamenti che sarebbero avvenuti. Ora, con la recente approvazione dei nuovi statuti, si sta attuando la rifondazione dell’Istituto, annunciata dal motu proprio Summa Familiae Cura di papa Francesco del settembre 2017. Tuttavia, come si può desumere da varie notizie di cronaca, le modalità concrete di attuazione della rifondazione dell’Istituto sono in contrasto con i diritti e i doveri fondamentali delle istituzioni accademiche. Nel quadro giuridico ecclesiastico e laico per la creazione e la gestione degli istituti di istruzione superiore, è strettamente necessario coinvolgere gli organismi accademici nella deliberazione sugli statuti e sui regolamenti universitari. Allo stesso modo, il diritto della facoltà ad avere un’opinione fondamentale nel processo di scelta dei nuovi professori fa parte del quadro delle norme ecclesiastiche e deve essere rispettato. Il Gran Cancelliere di un istituto pontificio o di un’università ecclesiastica non è al di sopra di queste norme. Piuttosto, il suo ufficio lo obbliga a far rispettare queste norme.

Come si è potuto leggere nelle notizie, nel processo di riorientamento dell’Istituto Giovanni Paolo II, questi principi sono stati ignorati in un modo senza precedenti. I nuovi statuti sono stati definiti senza cooperazione accademica e senza consultazione dei professori, che sono stati semplicemente informati del loro licenziamento a causa del nuovo orientamento dell’Istituto. L’eventuale obiezione che non si tratta di licenziamenti, ma piuttosto di un semplice non impiego in una nuova istituzione, non regge. Questo sarebbe un argomento solo se l’istituto fosse stato chiuso dopo aver consultato gli organi accademici, se i professori fossero stati informati per tempo della necessità di chiuderlo e se l’istituto avesse effettivamente cessato l’attività almeno per un certo periodo di tempo. Niente di tutto ciò era vero. In ogni università statale una tale giustificazione pseudo-legale del licenziamento di professori di ruolo sarebbe stata vista come un tentativo di ingannare il pubblico. L’obiettivo avrebbe dovuto essere il riorientamento dell’istituto in modo tale da permettergli di continuare a dedicarsi al tema del matrimonio e della famiglia, e questo in modo tale da giustificare il riferimento in nome del suo fondatore iniziale, papa Giovanni Paolo II.

Il cambiamento più conseguente è probabilmente l’eliminazione della cattedra di morale fondamentale, che compromette implicitamente l’obiettivo dell’Istituto di studiare le questioni antropologiche ed etiche fondamentali, obiettivo che Giovanni Paolo II considerava indispensabile. Il fatto che Giovanni Paolo II sia ancora in primo piano nel nome dell’Istituto non fuorvierà nessuno. In realtà, la continuità con la precedente istituzione, che aveva un forte orientamento filosofico-antropologico di base, è solo apparente.

Senza approfondire ii discutibili contenuti materiali di questa decisione, si può vedere che la procedura formale adottata per la creazione di questo nuovo Istituto può mettere in pericolo il riconoscimento pubblico delle istituzioni accademiche legalmente affiliate alla Chiesa cattolica. In qualità di presidente dell’Associazione delle Facoltà teologiche cattoliche (Katholisch-Theologischer Fakultätentag), sono stato direttamente coinvolto nell’attuazione del Processo di Bologna in collaborazione con la Congregazione romana per l’educazione cattolica, la Conferenza episcopale tedesca e le istituzioni statali competenti che si occupano di politiche di istruzione superiore. Non ci si sarebbe mai aspettati di ignorare il diritto di parola delle facoltà, il che avrebbe reso assolutamente impossibile la riforma del programma di studio. Infatti, sia la Conferenza dei presidenti universitari tedeschi che il Consiglio scientifico tedesco dell’epoca riconosceva che la partecipazione attiva delle facoltà e delle università cattoliche al Processo di Bologna era stata esemplare e conforme agli standard delle borse di studio. L’uguaglianza delle istituzioni accademiche ecclesiastiche con le università statali non è da dare per scontata, in quanto non c’è garanzia di permanenza. Questa uguaglianza si basa essenzialmente sul riconoscimento delle stesse regole di base che servono a proteggere e preservare la libertà accademica. Il fatto che lo Stato riconosca la possibilità di avere istituzioni di istruzione superiore legate alla confessione religiosa cattolica non è, tuttavia, carta bianca per un’interferenza autoritaria nei diritti accademici dei professori. Avendo collaborato in due commissioni del Consiglio scientifico tedesco, so che è proprio il sospetto di interferenze ecclesiastiche nei processi accademici a danneggiare maggiormente la reputazione delle istituzioni cattoliche di istruzione superiore.

Il fatto che, da una prospettiva tedesca, Roma sia lontana non mi rassicura affatto. Al contrario, temo che gli atti arbitrari delle autorità ecclesiastiche che sono emersi quando l’Istituto è stato rifondato non si limitino a danneggiare la reputazione accademica dell’Istituto stesso. Possono anche alimentare un atteggiamento antiromano generale e quindi mettere in pericolo lo status accademico delle università ecclesiastiche nel loro insieme. Anche il fenomeno dell’abuso della libertà accademica può essere inteso come un riflesso latente e inconscio per scongiurare la minaccia di interferenze ecclesiastiche con la libertà accademica. Qualsiasi professore universitario che abbia mai ricoperto una posizione di responsabilità in una facoltà ecclesiastica lo sa fin troppo bene. Mi chiedo quali siano le vere ragioni per cui lei, come noto accademico, non vede la minaccia che le istituzioni accademiche della Chiesa si privino del proprio valore. Poiché non si tratta affatto di un affare esclusivamente romano, la mia lettera apparirà anche sulla stampa tedesca e forse internazionale.

Cordiali saluti,

 

Berthold Wald

 

Berthold Wald è professore emerito di filosofia sistematica presso la Facoltà Teologica Paderborn, Germania.

 

 

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