S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Principi non negoziabili e programmi dei partiti

Rilanciamo dal sito Osservatorio Van Thuan il capitolo 10 del libro del vescovo Giampaolo Crepaldi “A compromesso alcuno. Fede e politica dei principi non negoziabili” edito da Cantagalli nel 2014, in quanto ci sembra di grande attualità.

 

Mons. Giampaolo CrepaldAi, arcivescovo di Trieste
Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste

 

Ricordo che quando si è costituito il governo Letta, dopo le elezioni politiche del febbraio 2013. alcuni partiti che partecipavano alla coalizione di governo tenevano duro su alcuni “principi non negoziabili”, come la soppressione dell’Imu, l’odiata tassa sulla casa, oppure l’abolizione dell’aumento di un punto dell’Iva. Su questi punti un partito ha spesso minacciato di ritirarsi dalla coalizione di governo. Come si vede ogni partito ha, a seconda dei momenti, in relazione alle vicende politiche, alcuni punti irrinunciabili che ne rappresentano in quel momento l’identità e non tenerli per fermi vorrebbe dire “tradire” il proprio elettorato. Credo che questo sia comprensibile. Un partito fa campagna elettorale su alcuni punti specifici, di solito pochi di numero, per essere incisivo e non confondere l’elettore, ed è quindi normale che, avendo giocato tutto su di essi, poi ne faccia la propria bandiera.

Quanto vale per la tattica politica non necessariamente vale però per la strategia. Ed è appunto la strategia l’elemento che sta venendo meno nei programmi dei partiti. Bisogna distinguere tra agenda, programma, progetto. Vediamo di cosa si tratta.

Ricordo che durante il governo presieduto da Mario Monti, da novembre 2011 alle elezioni politiche del 2013, circolava con insistenza l’espressione “Agenda Monti”. Agenda vuol dire “le cose da fare”. Mario Monti era stato chiamato dal Presidente Napolitano in un momento di stallo della politica e di grave pericolo finanziario per il nostro Paese, per fare alcune cose, soprattutto in campo economico. Ed infatti quel governo fece la riforma delle pensioni e del lavoro e rimise sotto controllo il bilancio dello Stato ponendo le basi per la fine della procedura per deficit eccessivo presso l’Unione europea. Chi, però, voleva che Monti continuasse la sua corsa politica anche alle elezioni e dopo le elezioni, parlava insistentemente di “Agenda Monti”, come uno stile di fare politica, concreto, tecnico ed efficiente. Si voleva in altre parole che la politica diventasse tecnica. Monti fu chiamato al governo proprio in quanto tecnico. Ma una semplice agenda non poteva svolgere un compito così grande. Quando la palla passa alla politica servono dei progetti e dei programmi e non solo delle agende. Fu così che il partito messo insieme piuttosto in fretta da Mario Monti ottenne alle elezioni meno voti del previsto, nonostante alcuni successi sul piano tecnico. Si può affidare ad una agenfa una politica di emergenza, non un futuro politico di un Paese.

Come si collocano i principi non negoziabili rispetto all’agenda politica? Nessun programma politico di ampio respiro può prescindere da essi, ma una agenda limitata nel tempo e nell’iniziativa politica sì, può prescindervi. Del resto, per intervenire sui principi non negoziabili non bastano piccoli interventi, come sono appunto quelli di un’agenda, ma servono grandi progetti. La cosa è vera, ma solo in teoria. In realtà si vede che anche se un’Agenda non contempla interventi sulle tematiche legate ai principi non negoziabili di fatto accade che si incida anche su di essi. Difficilissimo tenerli fuori. Nel periodo del governo Monti, nonostante l’agenda di governo prevedesse di occuparsi di tutt’altro, ci furono interventi significati anche su questi temi, come quando fu cambiato il Piano nazionale per la famiglia addirittura togliendo dal testo la definizione stessa di famiglia naturale.

Un governo solo tecnico non esiste e quindi un’agenda politica non è mai solo una agenda. Del resto, mentre governa un governo tecnico, i problemi non si fermano, le pressioni culturali e ideologiche non si placano, la società civile non cessa di fare pressioni e contropressioni. Un’agenda politica, così, parte con un certo numero di cose fa fare, poi però si fa investire da altre che riguardano anche i principi non negoziabili. Ciò dipende dal fatto che quelli non negoziabili sono dei principi e come tali investono tutte le problematiche, anche economiche o finanziarie. Come è possibile riformare il lavoro, come ha fatto il governo Monti, senza tenere conto della famiglia? E’ quindi inevitabile che anche i governi che si basano solo su delle limitate agende, alla fine siano costretti ad occuparsi dei principi non negoziabili.

Oltre le agende ci sono poi i programmi. Questi sono delle agende un po’ più robuste, articolate, di maggiore respiro, Non prevedono solo interventi chirurgici, ma strutturali. Per esempio, alle ultime elezioni del 2013 il Partito Democratico aveva espresso un programma in dodici punti, ma ognuno di questi punti si articolava poi in una cinquantina di sottotemi. Qualcuno ha osservato che era fin troppo vasto ed analitico e perciò inefficace elettoralmente. Purtroppo le esigenze della comunicazione politica fanno sì che oggi i programmi trovino molta difficoltà, perché richiedono riflessione e volontà di approfondire i problemi, mentre un slogan politico concentrato su un solo punto chiaro e sentito dagli elettori risulta preferibile. Per questo i programmi sono in crisi ed anche quando i partiti li predispongono, poi in campagna elettorale li riducono ad agende, ed anche di pochissimi punti, perché rimangano impressi nella memoria dell’elettore.

Bisogna però distinguere tra la necessità di avere un programma di governo e la prassi comunicativa elettorale. La complessità della situazione odierna richiede di avere un programma, anche se non troppo articolato proprio a causa della velocità dei cambiamenti. Ora, i principi non negoziabili fanno parte essenziale di questo programma, sia che vengano affrontati in un modo o in un altro. Oggi nessun programma politico se ne può disinteressare. Per esempio, dopo la sentenza della Corte Suprema americana sull’abolizione del Marriage Defense Act che difendeva il matrimonio tra un uomo e una donna, quale partito politico americano che si presentasse alle elezioni potrebbe non affrontare il tema del riconoscimento delle coppie omosessuali? Quale potrebbe evitare di rapportarsi all’ideologia del gender? Dopo che in Francia migliaia di sindaci si sono rifiutati di celebrare il matrimonio tra omosessuali, quale partito politico potrebbe tralasciare dal proprio programma una presa di posizione su questi temi?

Al di sopra dei programmi ci sono poi i progetti. Parlo di progetti di società, modelli di convivenza comunitaria, visioni dell’uomo, della famiglia, della vita. Sono i grandi paradigmi culturali, che di solito non scendono nei particolari programmatici, ma propongono delle grandi visioni di insieme. Una volta li si chiamava ideologie o grandi narrazioni oppure paradigmi politici. Non sono venuti meno, anche se sono stati ripensati. Sono meno strutturati ed organizzati, più affidati ad un comune sentire culturale che a delle idee codificate, più ibridi e ricchi di contaminazioni, ma sono tuttora molto presenti, aggregano le menti e coordinano la prassi.

Quando uno pone mente a questi paradigmi, la pretesa di affidarsi ad una semplice agenda politica pare ridicola, e la pretesa di concentrarsi sui programmi pure. Non è infatti sufficiente –  anche se necessario – vedere l’elenco delle cose da fare, prima di decidere a quale partito dare il proprio assenso. L’agenda vale meno del programma e il programma vale meno del progetto. Quest’ultimo è il collante immateriale che lega le menti e che guiderà l’azione politica concreta, nonostante le agende e i programmi. Agende e programmi si possono cambiare strada facendo, quello che non cambia sono i riferimenti culturali di fondo. Un argomento caldo può non esserci in un programma, ma sbucare poi strada facendo grazie alla cultura di riferimento di chi realizza il programma. Una difesa dei principi non negoziabili può esserci nel programma, ma poi venire disattesa e trascurata per una carenza di cultura politica da parte di chi dovrebbe realizzare il programma.

È evidente che i principi non negoziabili prima di tutto devono esserci nei progetti, poi nei programmi e quindi nelle agende. Se non ci sono là, non ci saranno di fatto nemmeno qui. In politica non conta ciò che si scrive, conta ciò che si fa. Ma ciò che si fa non dipende dall’agenda, dipende dalla visione delle cose, dalla cultura di riferimento di chi agisce. Il principale problema dei principi non negoziabili è che spariscono dal sentire comune, dalla cultura diffusa, perfino da quella cattolica. E’ encomiabile quindi lo sforzo che tanti fanno perché a livello culturale queste cose non vadano perdute, ma bisogna riconoscere che l’ondata contraria, nella scuola e nei media, è travolgente.

Questo punto apre ad una considerazione molto importante. Oggi non è più sufficiente che certi principi siano contemplati nelle premesse dei programmi e basta. Essi devono anche informare tutti i punti analitici del programma. Questo discende, come abbiamo già più volte visto, dal fatto che i principi non negoziabili siano appunto dei principi. Però va sempre tenuto presente che a fare la differenza è il progetto, la dimensione immateriale delle menti e dei cuori che condividono una certa visione delle cose. Per questo ci deve essere un continuo rapporto tra chi dentro i partiti promuove i principi non negoziabili e chi fuori dei partiti incalza, sollecita, promuove, convince, informa, mobilita. E questo, si badi bene, anche nel caso che un partito non sia ostile ai principi non negoziabili o addirittura li contempli nel programma. Non è possibile affidare la realizzazione di un programma concernente i principi non negoziabili solo a chi è dentro il partito. Ci vogliono i convegni, le manifestazioni, gli articoli di giornale, le pressioni di massa affinché il progetto – prima del programma – si espanda e tanga le posizioni. Ciò in modo particolare quando un partito non prende formalmente posizione sui principi non negoziabili. In questo caso il suo orientamento sarà influenzato maggiormente dall’opinione pubblica che porta avanti il progetto sul piano culturale e delle convinzioni. Nel caso invece di un partito che nega i principi non negoziabili nel programma ed anche nella cultura di riferimento pretendere di entrare per far passare i principi non negoziabili è velleitario e il rischio di strumentalizzazione molto grande.

Oggi va di moda pensare a dei contenitori politici in cui, si dice, possano convivere varie culture politiche. Era stato il caso del Partito Democratico dopo la svolta del Lingotto ai tempi della segreteria di Veltroni. In seguito però il Partito si è assestato su una cultura politica di riferimento molto legata alla storia del Pci-Pds. Un altro caso si è verificato con la nascita di Lista Civica di Mario Monti che si è presentata alle elezioni politiche del 2013. Anche in questo caso era stato espressamente detto che erano bene accolte tutte le varie culture politiche e lo stesso Monti ebbe a dire che il partito come tale non faceva alcuna scelta definita sui principi non negoziabili e le questioni etiche. Cosa dire in proposito?

Nel primo caso ora esaminato, è evidente che eventuali correnti politiche che portassero una chiara cultura dei principi non negoziabili in un contenitore plasmato da un progetto alternativo non avrebbero alcun riconoscimento pratico, se non la tolleranza. Per di più quando il programma prevede interventi legislativi contrari ai principi non negoziabili. Non riesco a capire cosa ci stia a fare colui che tiene ai principi non negoziabili in un partito la cui cultura di riferimento maggioritaria e quanto è scritto nel programma va contro i principi non negoziabili. Non c’è in questo caso alcuna possibilità di incidere sulla linea politica se non su questioni marginali. A meno di non considerare i principi non negoziabili come questioni solo marginali, ma così non è, come abbiamo visto.

Nel secondo caso ora visto, il raggruppamento non prende posizione sui principi non negoziabili, a differenza del caso precedente. Si potrebbe quindi entrare e sostenere una competizione tra anime culturali dentro il raggruppamento per fare in modo che nei programmi trovino corpo i principi non negoziabili, anche contrastando i colleghi di partito. La cosa è possibile, a patto che non esistano altre possibilità politiche che offrano maggiori garanzie del rispetto, sia come progetto sia come programma, dei principi non negoziabili. Entrare in un raggruppamento di questo genere, inoltre, richiede di non farlo a titolo personale, ma avendo alle spalle fette di società civile e di cultura che possano appoggiare il progetto e influenzare il programma. Da soli si viene stritolati.

I programmi dei partiti non possono essere mai neutri rispetto ai principi non negoziabili. I programmi, infatti, dipendono dai progetti e i progetti hanno alla loro origine l’adesione o meno ai principi non negoziabili in quanto questi rappresentano l’architettura della visione della società. Non si può avere una visione della società lasciando fuori il senso del venire alla vita, il senso della famiglia e il senso dell’educazione dell’uomo.

Oggi, però, come ho già accennato, si tende a negare l’esistenza di visioni omnicomprensive della società e sembra esserci una povertà di progetti di ampio respiro. Sembra che gli interessi si parcellizzino, che ci sia attenzione solo per i bisogni del momento e per la fruizione dell’istante. Ma così non è e bisogna tenerne conto per non cadere in inganno. Le visioni antropologiche e teologiche non hanno smesso di plasmare la società tramite la politica. Si parla di uguaglianza di genere e fa capolino l’ideologia del gender che è una ideologia omnicomprensiva della identità umana e delle relazioni sociali. Si parla di lotta all’Aids e fa capolino una visione della sessualità, dell’uomo e della donna, della “salute” che rispondono ad uno schema materialistico. Si parla di piste ciclabili e di aria pulita e fa capolino una visione del rapporto tra uomo e natura di tipo panteistico, anche se nella forma dolce della news age. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Si crede di essere oggi posti davanti ai problemi concreti e che le grandi visioni siano finite, ma dietro ogni singolo problema concreto esse ci sono ancora.

Devo riconoscere che simili errori di valutazione, frutto di semplicismo e ingenuità, sono fatti soprattutto dai cattolici. Pesa, in molti casi, il desiderio di dialogare troppo in fretta e collaborare con gli altri. Si pensa che mobilitarci tutti insieme contro l’Aids sia una cosa bella, sia perché appunto si collabora sia perché si può essere d’accordo su questo punto anche se non su tutti gli altri. Questo è in parte vero, però vale ancora il principio che “tutto si tiene” e che collaborando su un punto con chi ha una visone completamente opposta alla mia, alla fine significa portare acqua alla sua visione. Oggi, per fare un altro esempio, c’è una notevole attenzione verso gli animali, che però sfocia spesso nell’animalismo. Si vuol più bene al cane che ai propri simili, si spendono più soldi per il gatto che per i cristiani, si tutelano di più i diritti degli animali che quelli dei bambini, a cominciare da quelli impediti di nascere. E’ encomiabile collaborare con chi la pensa diversamente da noi per la campagna contro l’abbandono dei cani d’estate, per esempio, a patto però che questo aspetto non venga assolutizzato a danno di altri aspetti, molto più importanti. Però questo è il rischio concreto, frutto dell’ingenuità: si pensa di collaborare ad aiutare gli animali e in realtà si sta collaborando a diffondere l’ideologia animalista.

Con queste osservazioni torno a segnalare la problematicità della collaborazione nei partiti con persone che fanno riferimento ad altre visioni delle cose. Non credo sia da minimizzare questo problema. La retorica del dialogo e della collaborazione in realtà produce la secolarizzazione dell’etica e la sua espulsione dall’ambito pubblico per gettarla nella coscienza politica individuale. In ogni caso tale collaborazione non dovrebbe mai dimenticare che va fatta a partire dalla propria cultura di riferimento, alla quale non può mancare il rimando ai principi non negoziabili. In altre parole, senza questo riferimento culturale, la presenza nei partiti risulta essere, più o meno, strumentalizzata.

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