S. Maria di Altofonte

 

 

di Ciro Lomonte

 

Un saluto a mons. Pennisi, cui va tutta la nostra ammirazione per l’estrema concretezza della Sua azione pastorale nell’Arcidiocesi di Monreale. Un saluto a tutte le autorità, i parrocchiani, gli amici presenti alla cerimonia odierna.

È senz’altro un momento di grande commozione quello di oggi, perché si completa una fase importante delle opere volute da una vivacissima comunità, quella parchitana, che ci ha chiamati a servirla con il nostro specifico approccio progettuale. Lascio al mio collega, Guido Santoro, l’onore ed il piacere di salutare le numerose maestranze e gli attori dei lavori, che oggi inauguriamo con la solenne dedicazione dell’altare.

Quelle dodici croci di vetro che verranno unte fra poco con l’olio santo sono le gemme descritte nella Gerusalemme celeste dall’autore dell’Apocalisse, sono gli apostoli a fondamento delle mura e delle porte della Chiesa, sono le dodici tribù del nuovo Israele che siamo tutti noi fedeli cristiani.

Si sta avverando il sogno del card. Scipione Caffarelli Borghese, abate commendatario dell’abbazia cistercense di S. Maria di Altofonte. Il famoso mecenate decise di costruire la chiesa parrocchiale nel 1633, lo stesso anno della sua morte. È come se avesse depositato qui un programma iconografico non ancora portato a termine. Un programma che era fatto di simboli tradotti in pietra, stucco, tela, legno, in un’epoca in cui si usavano gli ordini classici codificati nei trattati rinascimentali.

Come fare oggi, evitando di copiare acriticamente l’abaco tradizionale? Perché abbiamo scelto alcune forme e non altre? Un gruppetto di buontemponi, evidentemente con molto tempo libero a disposizione, ha scritto che noi abbiamo nascosto significati massonici nel nostro progetto. Chi ci conosce sa bene – ma del resto risulta chiaro a chi guarda al nostro lavoro senza pregiudizi – che riteniamo la Massoneria (intesa nel senso di sistema teorico) come il principale nemico non solo della Chiesa Cattolica ma anche della Sicilia tutta, contro la quale opera da più di duecento anni nella direzione di un vero e proprio genocidio (fisico, culturale, economico).

 

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Il punto è un altro. A partire dal 1908 artisti gnostici, anti cristiani, hanno demonizzato la decorazione architettonica, perché sapevano che è un linguaggio indispensabile all’arte sacra. Il minimalismo non è un semplice cambio di gusto, è una scelta ideologica bellicosa. Il nostro impegno consiste proprio nell’elaborare ornamenti architettonici che trasferiscano nei materiali da costruzione i simboli della fede cristiana, in modo eloquente e il più possibile chiaro per gli uomini del nostro tempo. Piuttosto che di colonne, capitelli e trabeazioni, facciamo un uso libero di geometrie e forme mimetiche della natura per avvolgere i fedeli in un repertorio di bellezze evocative della Storia della Salvezza. È un criterio compositivo che, fatte le debite differenze, vale per tutta l’architettura: per progettare una casa, un laboratorio artigianale, una scuola, un ospedale.

Che cosa significa pregare, soprattutto nell’ambito di quella preghiera esemplare e perfetta che è la Messa? Provare emozioni effimere e ingannevoli? Oppure entrare in dialogo reale con la Trinità Beatissima? Nella celebrazione eucaristica c’è Dio Figlio, incarnato, fatto Uomo veramente, che offre la sua vita a Dio Padre per chiedere che noi uomini veniamo perdonati della colpa originale, assistito nel Suo Sacrificio da Dio Spirito Santo. È il mistero dei misteri. Siamo chiamati a identificarci con il Messia, a entrare in comunione (cum munis) con Lui, nel senso di lasciare che la grazia dei sacramenti ci trasferisca i tria munera, i tre compiti di Gesù Cristo: Via, Verità e Vita, vale a dire Re, Maestro e Sacerdote.

Come ci rivolgiamo, da figli, a Dio Padre? In questa chiesa non c’è nessuna immagine che lo ritragga (del resto Dio Padre è Puro Spirito, solo la Seconda Persona della Trinità si è incarnata). Nella gloria in stucco sulla parete di fondo c’è l’Agnello che apre il libro con i sette sigilli, un altro rimando al Figlio. È vero, nella grande tela dell’Annunciazione c’è un Padre, vegliardo per indicarne l’eternità, che invia lo Spirito Santo a Maria. Ma aiuta fino ad un certo punto.

 

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Dove volgiamo lo sguardo quando recitiamo l’inizio del Credo (Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili)? Oppure quella parte del Gloria (Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente) che si intreccia con gli altri due versi sul Figlio? E durante il Padre nostro?

Abbiamo pensato che la forma del pavimento – due ellissi ruotate come le orbite dei pianeti attorno al Sole, con inscritte due croci ad otto punte, tenendo conto che l’intero universo partecipa ad ogni Messa – potesse essere evocativa della gloria che il creato rende al Padre. Il rosso è il fuoco dell’amore divino, il giallo è la gloria, il verde ed il grigio sono le creature, il bianco è la luce.

Ma non ci saranno troppi colori? Mani amiche hanno scritto questa obiezione nel verbale che ha causato tanti ritardi alla realizzazione del progetto, dimostrando di essere in affanno nella capacità di valutare forme inedite di architettura sacra. Molto meglio si è espressa una signora del luogo, affermando che il cromatismo del pavimento nuovo lo rende come una gemmazione armoniosa e quasi spontanea delle tonalità dell’altare barocco.

Onorio d’Autun, nel suo Specchio del Mondo, stabilisce le seguenti corrispondenze: il coro rappresenta la testa di Cristo, la navata il corpo propriamente detto, il transetto le braccia e l’altare maggiore il cuore, ovvero il centro dell’essere. Il cuore della composizione qui è il nuovo altare. Un piedistallo a quattro lati con gli stessi colori della pavimentazione, quattro riquadri con L’Ultima Cena, La Crocifissione, La Risurrezione (ancora da realizzare) e le reliquie dei martiri. Al culmine di tutto il Corpo Mistico di Cristo, una bianca ara corposa con dodici costole sagomate al di sotto.

 

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È ormai dal 1988 che ci chiedono di risolvere problemi difficili come quello posto dal presbiterio di S. Maria di Altofonte. Siamo un po’ due parafulmine, ci tocca togliere le castagne dal fuoco. Quando si tratta di grandi finanziamenti chiamano altri. E per giunta veniamo insultati come se facessimo cose strane per capriccio. Se volessimo usare un’espressione della Sacra Scrittura potremmo dire che siamo “omnium peripsema” – come spazzatura per tutti, pattumiera per tutti. Perché mai veniamo trattati così? Chissà! Forse è che il nostro lavoro dimostra che si possono realizzare con meno soldi opere più efficaci, più durature, più belle. Forse è il prezzo da pagare per mantenere la libertà di spirito, per dire la verità tutte le volte che sia necessario per servire il bene comune. «Non aver paura della verità, anche se la verità ti costasse la vita», si legge nel famoso libro Cammino al punto 34.

Molti dicono, a proposito del nuovo presbiterio, che “ci vonnu occhi ppi taliallu”. Ma ne valeva la pena? Certamente sì. Intanto per don Nino, un committente estremamente saggio, uno dei migliori che abbiamo mai avuto. E per i fedeli della parrocchia, persone ammirevolmente generose.

E poi c’è un altro motivo. L’angelo affrescato nella nicchia di destra indica alle donne che arrivano al sepolcro che Gesù è risorto. Indica Gesù realmente presente, vivo, nel tabernacolo. L’altare è il Calvario, la Passione del Signore. L’ambone – ancora da realizzare – è la pietra rotolata dalla sepoltura, dalla quale il Messia era già uscito con il suo Corpo glorioso. Dal compimento delle promesse scaturisce la grazia dei sacramenti, a cominciare dal Battesimo, che cancella il peccato originale e ci rende figli di Dio.

È questa la chiave di lettura di tutto. Quale bellezza salverà il mondo? Quella che passa necessariamente attraverso la Croce. Dalla sofferenza, dai dolori, dal sacrificio, accettati per amore in unione con il Sacrificio del Redentore, nasce la gioia, una gioia che nessuno può toglierci.

 

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Queste – e non altre – sono le verità a cui abbiamo voluto dare forma nel nostro progetto. Se ci siamo riusciti, non spetta a noi dirlo. Sarà provato dall’esperienza quotidiana di ciascuno dei fedeli della parrocchia di S. Maria di Altofonte. Noi, in questo momento, siamo profondamente felici del risultato.

 

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Ciro Lomonte

Architetto, esperto di adeguamenti liturgici e arte sacra in generale. Docente di Storia dell’Architettura Cristiana Contemporanea presso il Master di II livello in “Architettura, Arti Sacre e Liturgia” dell’Università Europea di Roma.
A partire dal 1988 si è occupato di un Centro di Formazione del Collegio Universitario Arces, all’interno del quale ha creato, nel 1995, una Scuola Orafa. È stato promotore e vice coordinatore del Master in “Storia e Tecnologie dell’Oreficeria” dell’Università di Palermo. Nel 2015 ha fondato l’Associazione culturale Magistri Maragmae (di cui è presidente), che promuove la Monreale School of Arts & Crafts.
Ha curato l’edizione italiana del libro di Steven J. Schloeder, “L’Architettura del Corpo Mistico, Progettare chiese secondo il Concilio Vaticano II”, L’Epos, Palermo 2005. Insieme a Guido Santoro ha scritto “Liturgia, Cosmo, Architettura”, Cantagalli, Siena 2009.
È redattore della rivista telematica Il Covile (www.ilcovile.it).

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