Anna Frank
Anna Frank

 

 

di Lucia Comelli

 

Leggendo nel Diario di Anna Frank l’elenco delle privazioni subite dagli Ebrei olandesi in seguito all’invasione tedesca dei Paesi Bassi, si rimane colpiti dalla malvagità ed insensatezza delle disposizioni:

[…] I bei tempi finirono nel maggio 1940; prima la guerra, la capitolazione, l’invasione tedesca, poi cominciarono le sventure per noi ebrei. Le leggi antisemitiche si susseguivano l’una all’altra. Gli ebrei debbono portare la stella giudaica. Gli ebrei debbono consegnare le biciclette. Gli ebrei non possono salire in tram, gli ebrei non possono più andare in auto. Gli ebrei non possono fare acquisti che fra le tre e le cinque, e soltanto dove sta scritto “bottega ebraica”. Gli ebrei dopo le otto di sera non possono essere per strada, né trattenersi nel loro giardino o in quello di conoscenti. Gli ebrei non possono andare a teatro, al cinema o in altri luoghi di divertimento, gli ebrei non possono praticare sport all’aperto, ossia non possono frequentare piscine, campi di tennis o di hockey eccetera. Gli ebrei non possono nemmeno andare a casa di cristiani. Gli ebrei debbono studiare soltanto nelle scuole ebraiche[…][1]

Come nei Paesi Bassi, così la persecuzione antiebraica si andava allargando negli altri Paesi europei via via conquistati dalle truppe del Terzo Reich.

In Italia, tuttavia, le discriminazioni contro gli Ebrei non furono imposte dall’occupazione militare, ma dalle leggi razziali che il regime fascista introdusse nel 1938, ad imitazione di quelle tedesche (Leggi di Norimberga del 1935).

Si trattava di posizioni inedite per il fascismo e per la cultura italiana, rimasta fino a quel momento estranea alle elaborazioni naziste. Per trovare una sorta di giustificazione a queste misure ‘impopolari’ il governo chiamò in causa la Scienza: fu così che il 14 luglio 1938 venne pubblicato il Manifesto degli Scienziati Razzisti, sottoscritto da numerosi studiosi e docenti universitari [2], sotto l’egida del Ministero della Cultura. Il documento [3] – che sosteneva l’esistenza di una pura razza italiana ‘ariana’ e la non assimilabilità in essa degli ebrei – fu seguito nei mesi successivi, dalla Dichiarazione sulla Razza, approvata da Gran Consiglio del Fascismo il 6 ottobre 1938 e dalle cosiddette leggi razziali: un complesso di regi decreti, leggi e circolari emanate in brevissimo tempo con lo scopo di cancellare la comunità ebraica in Italia.

Tutta la legislazione, accompagnata da una forte campagna di stampa, traeva legittimazione dunque dalle definizioni ‘biologiche’ di ebreo e di popolo/ Nazione Italiana sancite dal Manifesto, non senza qualche significativa incertezza che evidenzia il carattere ideologico di tutta l’operazione (si veda ad esempio – nel box ala fine dell’articolo – il contenuto della circolare emanata dai podestà con i criteri da adottare nella schedatura della popolazione ebraica, avvenuta a fine agosto).

Dagli assunti pseudoscientifici del Manifesto derivarono in rapida successione una serie di divieti per i cittadini italiani ebrei: essi andavano dall’impedimento ad insegnare / frequentare scuole e università, con il conseguente allontanamento degli studenti e dei docenti da tutti gli istituti; alla proibizione – che suscitò un serio contenzioso tra il regime e la Santa Sede – di contrarre matrimonio con cittadini non ebrei; nonché di possedere aziende importanti per la difesa nazionale o che superassero determinate dimensioni; di prestare servizio alle dipendenze di amministrazioni pubbliche, civili e militari; di iscrizione ai vari Albi delle libere professioni … Furono vietate inoltre la macellazione rituale e la pubblicazione della stampa ebraica.

 

L’applicazione delle leggi fu capillare grazie alla meticolosità dell’intera catena burocratica


Nonostante la comunità giudaica nel nostro Paese fosse solo una frazione, per di più ben inserita, della popolazione, l’Italia divenne ufficialmente un paese antisemita dal 1938 al 1945. Più precisamente, si può parlare in Italia – secondo lo storico Michele Sarfatti – di persecuzione dei diritti fino al 25 luglio 1943 e di persecuzione delle vite dal 8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, quando risorse nell’Italia del nord uno stato fascista – la Repubblica di Salò – satellite della Germania e la parte orientale della Penisola venne inglobata nel Litorale Adriatico (entrò cioè a far parte direttamente del Terzo Reich): fu allora che alcune migliaia di Ebrei italiani vennero arrestati e deportati nei lager (principalmente ad Auschwitz) da cui erano destinati a non fare più ritorno [4].

Il Parlamento italiano per ricordare questa pagina oscura della nostra storia ha istituito (con la legge del  20 luglio 2000 n. 211per il 27 gennaio, data in cui furono abbattuti i cancelli di Auschwitz, il “Giorno della Memoria”:  

al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati…in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

Mi sono chiesta più volte, come insegnante di storia e filosofia, se questa e altre consimili commemorazioni abbiano un senso: lo hanno, mi sono detta, se non rimangono isolate e avulse dal resto dell’insegnamento delle mie (o altrui) discipline e dall’attualità. Far comprendere, ad esempio,  che esistono diritti inviolabili, come asserisce l’articolo 2 della nostra Costituzione, significa parlare agli studenti con passione di Socrate, che ha sacrificato la propria vita per un ideale, ma anche di Platone, che ha scoperto in termini razionali la dimensione trascendente della realtà[5], e di Aristotele, che ha incentrato la propria filosofia sul concetto di natura (i diritti inviolabili infatti sono tali proprio perché non vengono concessi dal governo, ma ineriscono all’essere stesso dell’uomo); significa altresì spiegare come cambia con il diffondersi della visione cristiana la concezione dell’uomo: ‘agganciato’ direttamente a Dio, egli si scopre infatti ultimamente irriducibile al ‘tutto’ (società/Stato) di cui è parte … Preparare gli studenti a trattare con consapevolezza la Giornata della Memoria significa anche insegnare con passione le vicende storiche, mostrando come esse siano significative per il nostro presente, che ancora mostra le tracce del passato: per questo nella mia regione, al confine orientale, ho visitato con gli allievi di due quinte liceo la Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio italiano, perché – come ha scritto nell’Apologia della storia Ernst Bloch – il mestiere dello storico è un continuo andirivieni tra passato e presente. Affrontare questa ricorrenza con gli studenti significa infine farsi, assieme a diversi intellettuali di valore, come Hannah Arendt o Primo Levi, domande scomode: come è potuta accadere la Shoah? Che cosa ha spinto tanti ‘tedeschi comuni’ a partecipare – anche in forma volontaria – all’omicidio di massa degli Ebrei?

Lo storico statunitense C. R. Browing, analizzate le oltre 200 testimonianze scritte dagli uomini del Battaglione 101 (riservisti della polizia tedesca), responsabili di diversi massacri in Polonia, ha dichiarato [6]:

La maggioranza degli uomini… fecero tutto quello che fu detto loro di fare, senza voler mai rischiare un confronto con l’autorità o l’eventualità di apparire deboli. Essi circondarono e ripulirono ghetti, fecero la guardia nei luoghi delle esecuzioni, guidarono colonne di ebrei ai treni diretti a Treblinka e, quando venne loro richiesto, fecero parte dei plotoni di esecuzione… a trasformare degli uomini comuni in sterminatori fu sufficiente una combinazione di fattori di condizionamento sociale e di sovrapposti fattori ideologici, che insieme concorsero a vedere nelle vittime l’immagine del nemico e della razza inferiore.

 

A fronte di tutto questo, è importante chiedersi che cosa permetta oggi a noi di resistere al male. Anzitutto è necessario saperlo riconoscere!

Concentrando l’attenzione sulla prima fase della persecuzione antiebraica, segnata dalle crescenti discriminazioni, ritrovo elementi presenti nel momento storico attuale. Non prevedo per questo l’istituzione di campi di concentramento per l’eliminazione dei no vax e dissidenti vari, ma il sadismo delle restrizioni ricordate da Anna Frank traspare – a mio avviso – anche nelle disposizioni degli ultimi DPCM: impediscono agli anziani (che magari rifiutano di iniettarsi una terza dose perché usciti malconci dalle precedenti) di entrare in Posta per ritirare la pensione, o costringono i ragazzini senza green pass alla Dad, anche se sani[7] e vietano loro di fare sport, anche all’aperto… Questo in un Paese come il nostro, in cui il parlamento da due anni si limita a ratificare le decisioni del governo, anzi negli ultimi mesi di un Presidente del Consiglio (e di alcuni suoi stretti collaboratori) che cambiano continuamente, e in maniera spesso incomprensibile, se non contraddittoria, le regole del gioco, rendendo evanescente lo stesso Stato di diritto.

L’acquiescenza di larga parte della popolazione italiana a queste misure governative è moralmente giustificabile?   

 

Il diavolo si nasconde nei dettagli: chi è ebreo?

Per la legislazione fascista era ebreo chi era nato da: genitori entrambi ebrei, da un ebreo e da una straniera, da una madre ebrea in condizioni di paternità ignota, oppure chi, pur avendo un genitore ariano, professasse la religione ebraica.

Inoltre, attraverso l’emanazione della Legge nº 1024 del 13 luglio 1939-XVII, il regimeammise la figura del cosiddetto ebreo arianizzato, concedendo con la L. 1024/1939-XVII al Ministro dell’interno la «facoltà di dichiarare, su conforme parere della Commissione, la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile».

Ma essere ebreo allora è una questione biologica o è un fatto culturale e politico?

[1] Dal Diario di Anna Frank: Sabato, 20 giugno 1942.

[2] Il testo era stato in realtà preparato da G. Landra, professore di antropologia a Roma, su indicazioni precise di Mussolini. Tra i firmatari di maggior rilievo, il fisiologo S. Visco e il patologo N. Pende (gli unici a formulare una qualche vaga protesta per i modi della pubblicazione, che era avvenuta senza consultarli), L. Cipriani, docente di antropologia all’università di Firenze, E. Zavattari, direttore dell’Istituto di zoologia dell’università di Roma, F. Savorgnan, docente di demografia a Roma e presidente dell’Istituto centrale di statistica, e il neuropsichiatra A. Donaggio, presidente della Società italiana di psichiatria.

[3] Il testo fu pubblicato, con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, il 14 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia e ripreso sul primo numero della rivista La difesa della razza, voluta da Mussolini in persona.

[4] Circa 7.500 ebrei italiani persero la vita; ovvero il 13% dei 58.412 cittadini italiani di “razza ebraica o parzialmente ebraica” censiti nel 1938. Gli ebrei perseguitati poterono però contare in Italia su una omertà diffusa e sull’attiva solidarietà non solo di singoli individui, ma anche di organizzazioni clandestine di resistenza come la DELASEM e di settori significativi della Chiesa cattolica, solidarietà che offrì una protezione efficace a migliaia di ricercati fino alla Liberazione o ne favorì l’emigrazione clandestina in Svizzera

[5] Quindi i valori legati al corpo o esteriori non sono gli unici beni e neppure ‘i più alti’.

[6]  Christopher R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi 2022.

[7] Se in classe almeno 2 compagni sono risultati positivi.

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