Pubblichiamo alcune pagine tratte dall’introduzione del libro di d. Giulio Meiattini, Dire Dio pregando. Teologia a partire dalla preghiera (Editrice La Fontana di Siloe, Torino 2021, pp. 304), da poche settimane disponibile nelle librerie.

Pensiamo che queste riflessioni abbiano qualcosa di importante da dire nel momento presente, sia dal punto di vista ecclesiale sia nel confronto dei credenti con la difficile congiuntura globale. Esse ripropongono, sotto una prospettiva particolare, la necessita di focalizzarsi sulla “questione fondamentale”, alla luce della quale tutto dovrebbe essere giudicato, ma che purtroppo viene per lo più distrattamente obliata.

Dom Giulio Meiattini, monaco presso l’abbazia della Madonna della Scala di Noci (Ba), professore di teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo, un’istituzione universitaria cattolica con sede a Roma, dipendente dalla Santa Sede. Dom Giulio Meiattini è ben noto su questo blog. 

Il libro può essere acquistato qui. qui e qui.

 

 

 

di Giulio Meiattini 

 

 

Dedicare un libro ai rapporti fra preghiera e teologia, per mostrare la loro inseparabile connessione e il ruolo fondativo della prima nei confronti della seconda, potrebbe apparire a prima vista, e nel momento attuale, un inutile lusso o un’occupazione per qualche isolato amatore. Problemi gravi e di vario genere agitano la Chiesa e destabilizzano l’intero nostro piccolo mondo globale, i cui già precari equilibri sembrano avviarsi o verso una pericolosa entropia o verso tentativi di controllo sociale neo-totalitario. Sono le questioni finanziarie, economiche, politiche, gli squilibri sociali, e soprattutto la potenza colossale della tecnologia e l’invasività sfacciata e intrusiva dell’informatica, a dare il tema e a imporre il programma, in una società che ha fatto della “nuda vita” (W. Benjamin), cioè della conservazione dell’esistenza fine a sé stessa, il suo nuovo idolo. Occuparsi di teologia e preghiera, quasi passando accanto incuranti a simili urgenze che premono da ogni parte, può apparire del tutto inattuale o fuori luogo, se non semplicemente ingenuo.

Ma proprio questo tema, apparentemente così ristretto e particolaristico, ci riconduce alla questione fondamentale da cui tutto il resto dipende, orientandoci semplicemente verso Dio in due modi distinti, inseparabili e convergenti. Parlare di Dio (teo-logia) e parlare con Dio (preghiera) ci aprono a quell’unico “Altrove” rimasto davvero fuori dalla omni-inclusiva e reclusiva omologazione tecnologica e soprattutto mentale dei giorni nostri. E quest’unico Altrove è l’immensità trascendente di Dio dischiusa per mezzo di Gesù nello Spirito Santo. Egli tutto abbraccia e non è dominabile da nessuno.

Si può meglio capire il senso di un libro come questo, se si rileggono le vibranti parole scritte da Karl Barth nel 1933, nel quadro della disputa con i «cristiano-tedeschi», cioè con quella cospicua parte degli appartenenti alle comunità ecclesiali riformate che aderirono senza riserve al dispotismo nazista, identificando la legge di Dio con la legge del popolo tedesco. Nell’articolo dal tono programmatico Theologische Existenz heute, Barth tra l’altro affermava, in modo volutamente paradossale:

 

«Mi è stato detto e ridetto, e ormai non posso più fingere di non aver sentito, che parecchi di quelli che costituivano il mio vecchio pubblico universitario, o che si interessavano al mio lavoro teologico, già da tempo si chiedevano se per caso non avessi anch’io qualcosa da dire circa i timori e i problemi riguardanti la chiesa, che ci tengono impegnati ormai da mesi. A tal proposito lasciate che faccia innanzitutto questa osservazione: la cosa decisiva che tento di dire oggi in rapporto a questi timori e problemi non può diventare oggetto di una informazione specifica, perché [è] una cosa niente affatto attuale, di una semplicità inconcepibile: consiste nel fatto che io mi impegno qui a Bonn con i miei studenti a fare teologia e solo teologia: facciamo lezioni ed esercitazioni tali quali facevamo prima, come se non fosse accaduto niente, se mai in un tono leggermente più alto, ma senza riferimenti diretti. Alla stessa maniera in cui i benedettini della vicina abbazia di Maria Laach continuano normalmente anche nel Terzo Reich la recita delle ore canoniche, senza avere dubbi, senza interrompersi o distrarsi. Ritengo che anche questa sia una presa di posizione, che riguarda comunque la politica ecclesiastica, e quindi, indirettamente, la stessa politica. E mi aspetto che questa parola senza parole speciali sia raccolta e capita da alcuni degli studenti a me affidati»[1].

Davanti alla gravità di quel momento, rappresentata dal falso messianismo hitleriano e dalla situazione di divisione e tentazione all’interno delle comunità protestanti, Barth riteneva che compito della teologia fosse mantenere la barra del timone diritta verso la sua stella polare: continuare a parlare di Dio in ascolto della Parola di Dio. E significativamente accostava alla teologia la preghiera liturgica dei monaci dell’abbazia di Maria Laach, anch’essi persistenti nel loro servizio di culto a Dio, senza interruzione, quasi nulla fosse accaduto. Due modi affini e alleati – teologia e preghiera – per riaffermare l’essenziale questione di fondo alla cui luce soltanto tutte le altre, comprese le urgenze dell’attualità, potevano trovare rischiaramento.

Nel tracimare della crisi, la preghiera e la teologia, col loro tenace e ostinato orientamento a Dio, sono di per sé stesse un atto profetico, persino provocatorio, che relativizza non solo ogni problema, ma disturba anche ogni falsa promessa di soluzione o salvezza, ogni idolatria. Sulla correlazione virtuosa fra preghiera e teologia, come vedremo più avanti, il teologo tedesco sarebbe tornato anche in una delle sue ultime opere, la mirabile Introduzione alla teologia evangelica del 1962.

Nell’articolo prima citato, egli poi aggiungeva:

 

«Se ora devo sottopormi al rischio di dire quella parola sull’attualità che da me si attende, il suo contenuto effettivo può essere solo una domanda: non sarebbe meglio per la chiesa e per noi tutti, in questo momento, non parlare addirittura “dell’attualità”, ma per l’appunto, ognuno nei limiti della sua professione, parlare “della questione di fondo”, o meditare ed elaborare i presupposti necessari per parlare giorno per giorno della “questione di fondo”, come oggi – non solo oggi, ma anche oggi – ci è richiesto?»[2].

In questa luce si può capire l’importanza di occuparsi di teologia e di preghiera, di dedicarsi ad esse, prima, e poi al loro rapporto di reciproco rafforzamento, in modo che l’una non receda dal suo orientamento a Dio a motivo della mancanza dell’altra e la seconda non resti muto atto devozionale, ma si traduca in pensiero e parola capaci di illuminare il mondo e dirigere l’azione. Proprio perché ambedue riportano all’insostituibile «questione di fondo», senza di esse ogni azione e parola dirette al mondo o riguardanti le sue necessità, per quanto importanti, sarebbero prive di efficacia e vitalità, persino controproducenti.

Se la teologia si occupa della questione fondamentale e ultima del sapere umano in questo mondo (la questione di Dio e dell’ultima Verità), più profonda e più alta della teologia, e sua più vera e intima anima, è la preghiera, nella quale l’uomo attinge il suo fine ultimo nella carità. L’uomo, infatti, è creato in vista di Dio e la conoscenza o l’esperienza che di lui si possono ottenere in questo mondo, rispettivamente nella teologia e nella preghiera, sono l’anticipazione più prossima di ciò che ci attende nell’eternità. Senza la preghiera, la teologia rischia di smarrire il suo punto focale, il suo vero obiettivo, nonché il proprio oggetto formale, cioè parlare agli uomini di Dio e di tutte le cose in quanto hanno relazione a Dio[3]. Questo oggetto formale della teologia non può essere colto al di fuori di una relazione intersoggettiva concreta col Tu divino, alla quale sia ricondotta incessantemente ogni altra relazione intramondana, fra gli uomini o tra gli uomini e il mondo della natura.

La preghiera non è evasione dal vissuto e dalla realtà mondana con tutte le sue molteplici azioni ed esigenze, ma il modo di ricondurre ogni loro aspetto a Dio, «perché ogni nostra attività abbia in Lui il suo inizio e in Lui il suo compimento» (Liturgia). È questa relazione ad-orante che qualifica e sostiene il sapere teologico, trattenendolo dal permanente rischio di trasformare Dio in cosa manipolabile o in pura idea estranea al mondo, magari riducendo sé stesso a riflessione funzionale alla prassi. Fare della preghiera e dell’adorazione la radice e la forma originaria della teologia vuol dire, perciò, mantenere unite la santità con la sapienza teologica e orientare la vita ecclesiale al vero e ultimo senso della sua missione: condurre gli uomini a Dio. Mettere al centro dell’attenzione queste due realtà significa riorientarci sull’essenziale, sulla «questione di fondo», sull’unum necessarium che non sarà mai tolto (cfr. Lc 10,41), su ciò che resta in eterno e dunque è anche sempre e in ogni caso “attuale”.

Le pagine che seguono cercano di riprendere le fila di una tradizione lunga e antica, che in epoca moderna si è indebolita e come smarrita. La correlazione di preghiera e teologia comincia dall’epoca dei Padri e prosegue fin verso la fine del Medioevo. Dopo una fase di oblio o deviazione, a partire dalla metà circa del secolo XX, sono tornati a germogliare, in vari autori, elementi preziosi per una riformulazione e un rinnovamento di questa tradizione, come si vedrà nel corso della nostra esposizione. L’assenza eclatante di una trattazione della preghiera nell’ambito della teologia fondamentale e, al contrario, la necessità di un suo reinsediamento nei fondamenti stessi del sapere teologico, vanno riconosciuti con forza, qualora ci si ponga in attento ascolto di alcune delle indicazioni del dibattito teologico recente[4].

Il percorso di questo volume indica, però, uno spostamento di accento. Se la sinergia fra teologia e preghiera nell’occidente latino, per più di un millennio, è stata sostanzialmente garantita soprattutto su base biblica, grazie al progressivo maturare della cosiddetta teoria del “quadruplice senso della Scrittura” (fondata sostanzialmente sulla lectio divina), gli elementi attualmente convergenti sembrano deporre a favore di una riproposizione del rapporto sinergico a partire dalla preghiera liturgica (opus Dei), ovviamente come inclusiva anche del dato scritturistico e della sua interpretazione. Queste due prospettive – scritturistica e liturgica – saranno rispettivamente il punto di partenza storico e quello sistematico di arrivo.

 

[1] K. Barth, Esistenza teologica oggi, in Id., Volontà di Dio e desideri umani. L’iniziativa teologica di K. Barth nella Germania hitleriana, Torino 1986, 12s.

[2] Ibid., 13.

[3] S. Tommaso, nella Summa Theologiae, avanza l’osservazione: «Tutto ciò che è trattato in una data scienza rientra nel soggetto di essa. Ora, nella Sacra Scrittura [che è la fonte prima della teologia] ci si occupa di molte altre cose distinte da Dio, per es., delle creature e dei costumi degli uomini. Quindi Dio non è il soggetto di questa scienza». A questa obiezione egli risponde: «È bensì vero che tutte le cose di cui tratta la sacra dottrina sono comprese nel termine Dio, non però come parti, specie o accidenti, ma in quanto a lui in qualche modo sono ordinate» (I, q. 1, a. 7).

[4] Questa lacuna e, insieme, questo compito da assolvere, erano già evidenziati da A. Grillo, Teologia fondamentale e liturgia. Il rapporto fra immediatezza e mediazione nella riflessione teologica, Messaggero, Padova 1995, 218-227.

 

 

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