“La mia speranza è che, quando qualcuno finisce un mio libro, possa aver ricevuto qualcosa che lo spinga a riprendere in mano la sua vita”. Giorgio Ponte, giovane scrittore, insegnante e omosessuale cattolico racconta a Francesco Corridori de ilGiornale.it la sua esperienza di vita e spiega le sue prese di posizione politiche.

 

Giorgio Ponte
Giorgio Ponte, scrittore

 

Quando e come hai scoperto di essere omosessuale?

“La mia tendenza omosessuale si è sviluppata con l’adolescenza. Inizialmente è stata preceduta da una confusione sul mio sesso d’appartenenza. Già verso i sette anni fantasticavo sulla possibilità di trasformarmi in una principessa e i miei giochi avevano al centro figure femminili. Poi, questa cosa è venuta meno e, nel momento in cui sarei dovuto essere attratto da chi sentivo diverso da me, ho sviluppato un’attrazione verso chi mi era simile perché, essendo cresciuto sempre in un contesto femminile, di fatto, non conoscevo il mio sesso d’appartenenza. Sentivo, quindi, diverso da me chi mi era simile perché non avevo relazione con quel tipo di mondo. All’inizio questa attrazione è nata come un’attenzione verso gli uomini più grandi e, poi, tutto si è acuito dopo l’esperienza di abusi che ho subito”.

Di che tipo di abusi si trattava?

“Tra gli 11 e i 14 anni mi è capitato che più di una volta venissi disturbato da persone più grandi mentre prendevo i mezzi per andare a scuola. La mia impotenza davanti a questi abusi mi ha confuso. Queste persone mi confusero ancora di più, incuneandosi in un modo distorto nel mio bisogno di attenzione da parte del mondo maschile. Non riuscire a difendermi mi faceva sentire corresponsabile, colpevole e questa è una cosa molto comune a tantissime vittime di abusi”.

Quando hai fatto coming-out?

“Non ho mai fatto coming-out: ho fatto una condivisione di vita, che è ben diverso. il coming-out è una dichiarazione in cui si antepone la propria omosessualità alla propria identità, facendo coincidere le due cose. La persona si pone davanti agli altri con questa etichetta pretendendo di essere riconosciuto in quanto omosessuale. Io, invece, ho condiviso con la mia famiglia verso i 26-27 anni la mia storia personale e le ferite che mi portavo dietro, mentre verso i 25 ho smesso di vivere nascosto la mia omosessualità. Non ho mai fatto dichiarazioni. Ho semplicemente lasciato che questa cosa fosse una tra le mille altre della mia vita. Non nascondo la mia omosessualità né la esalto. Il coming-out è una cosa diversa”.

La tua famiglia come ha preso la notizia?

“Per la mia famiglia non è stata una sorpresa perché c’erano già stati tanti segnali. Il punto non è stato l’omosessualità, ma condividere le nostre ferite comuni da cui l’omosessualità è nata. È stato importante poter guardare in faccia i miei genitori e i miei fratelli e raccontarci tutta la sofferenza interiore che ci portavamo dentro da tanto. Era importante poterci perdonare a vicenda del male che ci eravamo fatti involontariamente”.

Quando hai scoperto la fede?

“La fede ha sempre fatto parte della mia vita. Vengo da una famiglia dove Dio non è un rito, ma una persona reale, uno “di casa” e questo è stato certamente un dono. Tuttavia la mia esperienza di fede a un certo punto doveva portarmi a chiedermi le mie ragioni per cui credevo, diverse da quelle dei miei genitori. Dovevo capire chi fosse davvero quella Persona che abitava la mia casa e di cui mi dicevano cose che non mi sembravano vere. Di fronte agli abusi subiti mi chiedevo: perché Dio, che dovrebbe amarmi, non mi ha difeso? Le risposte sono arrivate grazie a un cammino di fede fatto con una congregazione di suore che gestiva mia scuola, giù a Palermo: Dio era lì con me, in quel dolore, e aspettava solo che me ne accorgessi, per trarre con Lui da esso nuova Vita”.

Come riesci a conciliare la tua fede e il tuo orientamento sessuale?

“A una persona omosessuale non è richiesto nulla di diverso da quel che è richiesto ad ogni altra persona sulla terra e cioè di coltivare la castità dell’amore che non è semplicemente continenza, ma imparare ad amare senza possedere e questa cosa è richiesta a tutti, anche agli sposi. Esiste infatti anche una castità matrimoniale. A volte si possono avere rapporti sessuali con la propria moglie formalmente perfetti ma sostanzialmente non liberi: anche tua moglie puoi usarla solo per il tuo piacere personale. Così come potresti non avere alcun rapporto sessuale eppure non essere comunque casto. La castità è l’amore gratuito che, a seconda del proprio stato di vita, significa anche, ma non solo non avere rapporti sessuali. Io da questo punto di vista non sono diverso da qualsiasi altro single o non sposato. Se una persona arriva a 50 anni senza essere sposata gli viene chiesta la stessa condizione di vita che viene richiesta a me: una castità che è anche continenza. Questo non vuol dire che io riesca sempre a viverla. I periodi di maggiore libertà di solito sono quelli in cui il mio cuore è colmo d’amore, ma ho anche periodi in cui il peso delle situazioni che vivo fa riemergere la mia fragilità. Vivo la vita che vivono tutti e combatto come tutti per essere sempre più libero. Per fortuna so che questa non è una battaglia che combatto da solo, ma con Dio. So che c’è una bellezza più grande che ho anche sperimentato e perciò, per quante cadute possa avere, quella è la direzione verso la quale cerco di camminare”.

Hai mai subito delle discriminazioni omofobiche?

“No e non all’interno della chiesa. Ho subito del bullismo legato al fatto che ero un bambino facilmente emarginabile perché grasso e non bravo nello sport. L’omosessualità è venuta dopo. L’essere emarginato mi ha portato a desiderare un riconoscimento da parte del mondo dei maschi che si è erotizzato diventando un’attrazione omosessuale. Sono stato discriminato più dal mondo gay in quanto cattolico che dal mondo cattolico in quanto omosessuale”.

Che tipo di discriminazioni hai ricevuto dal mondo Lgbt per le tue posizioni?

“Il mondo Lgbt giudica omofobo il fatto che io parli di ragioni psicologiche dell’omosessualità e di storie di persone che hanno riscoperto una dimensione eterosessuale, così come il fatto che io cerchi la castità. Per quel mondo, io sono un omofobo interiorizzato, cioè qualcuno che odia se stesso, pur avendo dimostrato il contrario in molti modi e occasioni. Ho ricevuto ridicolizzazioni, minacce e diffamazioni da gente che mi attribuisce cose che io non ho mai detto o manipola le mie dichiarazioni”.

Cosa ti ha spinto a esporti pubblicamente e a partecipare al Family Day?

“Sapevo che c’era un universo di gente con una visione di vita diversa da quella del mondo Lgbt la cui voce non era rappresentata da nessuno. Non è solo un fatto di fede, ma di come si guarda il mondo e l’essere umano. Oggi ci sono tante persone che non si sentono libere di parlare perché hanno paura di esprimere un pensiero in contrasto con quello del Main Stream. A un certo punto ho capito che c’era bisogno che qualcuno si esponesse per dare coraggio a tanti altri che sono convinti di essere i soli al mondo a vivere diversamente, soltanto perché chi vive secondo l’ideologia Lgbt ha più voce per farsi sentire”.

Perché sei contrario ai matrimoni gay?

“Celebrare il matrimonio gay significa alimentare la convinzione che ci sia una stabilità a lungo termine in un rapporto omosessuale cosa che, nella mia esperienza diretta e osservata, non è possibile per ragioni strutturali di non complementarietà. Poi è chiaro che anche tra uomo e donna oggi la stabilità delle relazioni è terribilmente precaria, per la stessa immaturità affettiva che sta alla base anche dell’attrazione omosessuale, ma in quel caso si tratta di un’opzione. Tra uomini, invece, è la regola: una coppia o si frantuma una volta passata l’idealizzazione, o a lungo andare non è in grado di restare fedele. Al di là di questo, il matrimonio gay si basa su un falso antropologico: se cose uguali davanti alla legge devono avere lo stesso trattamento, dare gli stessi riconoscimenti a una coppia omosessuale come a una eterosessuale significa dire che le due coppie sono sostanzialmente uguali, ma perché questo sia vero, bisogna anche sostenere che uomo e donna sono sostanzialmente intercambiabili. E questo è falso. Uomo e donna sono sostanzialmente diversi, né migliori né peggiori, ma diversi, pertanto due uomini, non possono essere uguali a un uomo e una donna (anche qui, diversi non vuol dire peggiori), e quindi non possono avere lo stesso trattamento davanti alla legge. E se fingiamo di credere che le unioni civili italiane siano diverse dal matrimonio perché non richiedono fedeltà e non permettono le adozioni, siamo degli illusi: come in tutte le nazioni dove simili leggi “a metà” sono passate, sappiamo che questo è solo il primo passo per poi ammettere in futuro anche le adozioni gay che non tengono conto del bene del bambino, il quale per crescere ha bisogno, nelle migliori delle condizioni possibili, almeno di un padre e di una madre”.

Cosa pensi del ddl Zan?

“Penso che sia una legge non necessaria, esattamente come non lo era quella sulle unioni civili. In quel caso perché a livello di diritto privato tutto ciò che doveva tutelare la legge era già tutelato, mentre per quanto riguarda il DDL, già adesso chiunque dovesse picchiare un omosessuale è punibile per legge con in più avrebbe l’aggravante per futili motivi. Il DDL Zan non solo non aggiunge niente a livello di tutele, ma aggiunge moltissimo a livello di prevaricazione perché categorizza un certo tipo di reato rendendolo più grave rispetto alle discriminazioni che altre persone possono subire per altre ragioni. Inoltre non definendo in maniera oggettiva quali siano le condotte omofobe rende, di fatto, denunciabile qualsiasi atto non conforme a un certo tipo di ideologia in quanto potrebbe ledere “la sensibilità” di una persona omosessuale, anche la semplice espressione di idee contrarie. La sensibilità, infatti, non è un dato giuridico, poiché per definizione essa cambia da persona a persona, e l’applicazione di una legge non può quindi mutare in funzione di essa. La legge deve basarsi su qualcosa di oggettivo e misurabile e né un’opinione né un desiderio hanno queste caratteristiche. Inoltre, proprio come la legge sulle unioni civili, il ddl Zan fa un torto antropologico perché dice che non esiste più la distinzione uomo-donna, ma parcellizza l’identità umana sulla base di categorie aleatorie legate al desiderio. Questo è molto pericoloso perché potremmo arrivare al paradosso per cui chiunque, anche se non ha fatto l’operazione totale, potrebbe pretendere che la gente lo riconoscesse come donna e in quanto donna richiedesse di accedere, per esempio, alle quote rosa in una lista di partito: pena denuncia per discriminazione. Al di là di quel che uno vive nella sua vita privata, infatti, fare una legge su criteri del tutto interpretabili rischia di generare un caos incontrollato anche all’interno dello stesso attivismo che sta sostenendo la legge: da mesi Lesbiche e femministe sono sul piede di guerra contro i Trans per questa ragione. Non si capirà più chi è la vittima e chi è il carnefice e tutti avranno un pretesto per denunciarsi a vicenda e, in qualche modo, ci sarà sempre qualcuno a cui verrà fatto un torto”.

Politicamente come ti identifichi?

“In questi anni non sono mai stato sotto il cappello di nessun movimento, partito o associazione. Anche quando ho militato tra le Sentinelle in Piedi non l’ho fatto come segno d’appartenenza, perché le sentinelle sono una forma di manifestazione, non un’organizzazione cui aderire. Mi riserbo, perciò, il diritto di restare in silenzio e libero su questo. Dal momento che non nutro una fiducia incondizionata in nessuno che non sia Cristo, per il resto voto quei partiti che difendono i valori in cui credo, a prescindere dai motivi per cui lo fanno e a prescindere dalle condotte personali dei loro leader. In fondo, un uomo politico è chiamato a guidare la società e il bene collettivo e dei singoli individui e non è detto che una persona brava a fare questo nella vita pubblica sia altrettanto bravo a farlo nella sua vita privata. Sappiamo bene che i grandi uomini politici che hanno salvato l’Occidente in tempi di grande crisi, a livello personale, avevano tonnellate di vizi. La coerenza non è di questo mondo, purtroppo, e chi si ritiene al di sopra di questa legge non scritta, pecca di superbia. Se invece parliamo di correnti politiche, senza soffermarci su un partito o su un altro, personalmente credo che se una persona è davvero cristiana, non si può identificare oggi con quell’ala della sinistra che sostiene tutte le leggi contro la vita e l’essere umano nelle sue componenti strutturali, solo in virtù dell’appeal che ha quella millantata attenzione verso gli immigrati, che in realtà, il più delle volte è un’attenzione fatta di spot e di buonismo e non di concretezza. Aborto, eutanasia, divorzio, unioni civili, suicidio assistito, leggi omosessualiste… Tutte le battaglie della sinistra moderna sono per la distruzione della società. Non posso scandalizzarmi per gli uomini che muoiono in mare, se lascio che migliaia di bambini tutti i giorni vengano uccisi nelle pance delle loro madri. Non posso preoccuparmi solo di come accogliere lo straniero, se lo accolgo in un mondo disintegrato alle sue fondamenta. Inoltre non posso amare una corrente ideologica che nasce dalla divisione del mondo in poveri buoni e ricchi cattivi e sull’odio sociale tra essi. L’odio non è mai la strada. Ci sono emergenze sociali sul cui approccio si può discutere e poi ci sono i fondamenti della vita: i valori non negoziabili”.

Quando e come è nata la tua passione per la scrittura?

“È nata con me. Fin da piccolo ho sempre avuto il desiderio di raccontare storie, perché ne ho sempre riconosciuto il grande potere salvifico e di insegnamento: un storia ti permette di trasmettere un concetto rendendolo vivo, molto più che parlare del concetto stesso in maniera teorica. Io desideravo raccontare la speranza e la scrittura è il modo con cui cerco di farlo”.

La tua più grande paura?

“Morire senza aver fatto tutto quello per cui Dio mi aveva chiamato a questo mondo: senza aver amato abbastanza; senza aver speso tutti i talenti che avevo; senza aver raccontato tutte le storie che avevo da raccontare o aver speso ogni goccia di questa vita per il bene che mi era chiesto”

Il tuo più grande errore?

“Non saprei decidere. Di errori ne ho fatti molti, ma a parte quelli dettati dal vizio, gli altri erano sempre mossi da una ricerca autentica della volontà di Dio, e nel momento in cui li ho commessi mi sono fidato di ciò che in quel momento mi sembrava la scelta migliore. Così ho fatto esperienza di come, per quanti errori si possano fare, se si sta realmente cercando la propria strada, nessun errore è veramente tale, ma solo un passo in più che ti avvicina alla strada che Dio ha pensato per te”.

 

 

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