Spirito Santo , Vetrata Basilica di San Pietro, Roma
Spirito Santo , Vetrata Basilica di San Pietro, Roma

 

 

di John M. Grondelski

 

La pneumatologia è quella branca della teologia che si occupa dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è inteso come presente nella Chiesa e tale da preservarla dall’errore.

L’inerranza della Chiesa non è né politica né storica; essa può commettere errori in questi ambiti e li ha commessi. L’inerranza della Chiesa è legata alla sua missione. La Chiesa esiste per un solo motivo (e solo per quello): salvare le anime proclamando il Regno di Dio in Cristo. Salus animarum suprema lex. Per adempiere alla sua raison-d’être, la Chiesa deve essere in grado di insegnare con autorità e correttezza in materia di fede e morale. Ecco perché lo Spirito Santo dimora nella Chiesa.

Un recente articolo di una fonte italiana ha sollevato questa domanda: abbiamo oggi a che fare con una pneumatologia invertita? Se si ascoltano alcuni esponenti della Chiesa contemporanea, sembra che lo Spirito Santo agisca in modo quasi opposto a come i cattolici hanno sempre inteso la Sua azione.

La Nuova Bussola Quotidiana, riportando la conclusione del “processo sinodale” della Conferenza Episcopale Italiana, ha criticato aspramente ciò che ha visto nel documento della conferenza come un tentativo di dare approvazione morale all’attività omosessuale (vedi qui). L’articolo solleva interrogativi su come alcuni sembrano oggi interpretare il ruolo dello Spirito Santo nella Chiesa.

Tradizionalmente, lo Spirito Santo era inteso come guida della Chiesa – come promesso da Cristo (Gv 16,13) – «alla verità tutta intera». Oggi, invece, sembra quasi che lo Spirito Santo sia volato fuori da una di quelle famose finestre aperte da Giovanni XXIII per insegnare alla Chiesa dall’esterno. Se si ascoltano molti discorsi ecclesiali oggi, si ha l’impressione che lo Spirito Santo si sia trasferito nel secolarismo e in tutte le sue opere e trovate, utilizzandoli come strumenti di insegnamento per la Sua Chiesa «arretrata» affinché si adegui al nuovo programma spirituale.

È evidente che un numero non trascurabile di ecclesiastici — specialmente quelli dell’Europa occidentale — sembra pensare che lo Spirito che si muove dove vuole (Spiritus spirat qui vult; cfr. Gv 3,8) abbia una decisa preferenza per muoversi principalmente al di fuori della Chiesa. Se si ascolta questa rinnovata “lettura dei segni dei tempi”, l’aggiornamento odierno sembra assumere principalmente la forma del ruolo dello Zeitgeist nel portare la Chiesa al passo con i tempi spirituali. Si rimane sbalorditi di fronte a quanto la Chiesa sembri essere stata «rigida» e «resistente», costringendo lo Spirito, ora trasferitosi altrove, a insegnare dai bar gay, dalle famiglie divorziate e risposate e da ogni altra religione tranne quella cattolica.

A difesa di questo approccio viene spesso offerto un rinnovato appello all’«esperienza vissuta». Ma questo solleva problemi teologici critici. L’esperienza vissuta è importante, ma non si interpreta da sola. Né è coestensiva con la fides. Il sensus fidelium presuppone un sensus fidei precedente, che gli ecclesiastici di oggi spesso ignorano. Come ho già sostenuto in precedenza (qui), l’“esperienza” non è né buona né cattiva in sé; è semplicemente un fatto. L’esperienza deve essere messa alla prova, non canonizzata. Il suo significato e soprattutto il suo valore dipendono dalla sua conciliabilità con la fede ricevuta e professata dalla Chiesa in cui lo Spirito già dimora.

Questa pneumatologia invertita è stata anche selettiva. Nell’affrontare la modernità, i lettori dello «spirito» dei segni dei tempi odierni sembrano aver ignorato la seconda metà di 1 Tessalonicesi 5,21: «Esaminate ogni cosa; trattenete ciò che è buono.» Tale «esame» non avviene ex nihilo. Avviene all’interno della tradizione viva e continua della Chiesa, manifestamente ispirato dallo Spirito Santo e oggetto di discernimento attraverso un’ermeneutica della continuità, poiché presumiamo che lo Spirito Santo non sia nominalista e quindi non incline all’autocontraddizione.

Sono consapevole che alcuni potrebbero attaccare queste riflessioni come esagerate, ma chiediamoci se abbiamo bisogno di affrontare onestamente la pneumatologia che sta ispirando alcuni sviluppi attuali nella Chiesa. Sono abbastanza anziano da ricordare come, subito dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, sia diventato di moda ignorare ciò che i testi conciliari dicevano effettivamente a favore della lettura dello “spirito” del Concilio. Ricordo anche che un teologo francese (il cui nome ora mi sfugge) chiese di identificare quello “spirito”, nel caso in cui alcune delle sue manifestazioni potessero richiedere un esorcismo.

In quest’ottica, sembra giusto chiedersi sia se alcuni nella Chiesa odierna stiano operando sulla base di una pneumatologia invertita che “discerne” le azioni dello Spirito ovunque tranne che nella Chiesa, sia quali siano le conseguenze ecclesiali di tale pensiero. Tale domanda appare particolarmente urgente di fronte a quello che sembra essere un “processo sinodale” fluttuante, in cui questioni dottrinali e morali consolidate appaiono instabili in nome di un “discernimento” indefinito. Con tutto il rispetto, dubito che ciò che alcuni sembrano pensare sia lo ‘Spirito’ che parla dopo 30 secondi di silenzio seguiti dalla “condivisione”. Sembra che abbiamo bisogno di una pneumatologia più ricca.

 

(L’articolo che il prof. John M. Grondelski ha inviato dagli Stati Uniti al blog è apparso in precedenza su New Oxford Review. La traduzione è a cura di Sabino Paciolla)

 


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