
di Lucia Comelli
Nella prima parte del suo intervento online [1] – che ho sintetizzato nell’articolo pubblicato ieri – Roberto Mazzoni ha esaminato le ragioni della clamorosa vittoria di Trump: la protesta della popolazione ispanica contro l’immigrazione selvaggia, permessa dall’amministrazione Biden, che ha causato nei quartieri ‘latini’ delle città americane un aumento di criminalità e disoccupazione; la svolta degli americani di colore, che hanno sostenuto Trump in proporzioni decisamente superiori rispetto al passato e l’appoggio dei nuovi elettori, convinti a votare il candidato repubblicano da opinion leader molto popolari tra i cittadini più giovani, come Elon Musk, il cui appoggio nella campagna presidenziale di Trump è stato determinante. O la stanchezza per il carattere ideologico della politica democratica, incentrata su questioni come la cultura Woke, la fluidità di genere o l’illimitata estensione del diritto d’aborto (l’unico vero contenuto della campagna presidenziale della Harris) che contrastano con le necessità e il sentire della gente comune, ancora legata a valori tradizionali, come la difesa della famiglia naturale: basti pensare alla massiccia discesa in campo a favore di Trump degli Amish in Pennsylvania. Per non parlare delle difficoltà in campo economico, che le disastrose guerre avviate dall’amministrazione Biden hanno aggravato, e delle disfunzioni di un sistema burocratico, quello del governo federale, dispendioso quanto inefficace: una sorta di ‘soviet degli Stati Uniti’ che Trump aveva iniziato a riformare già nel corso del suo primo mandato, prima che il dramma del Covid ne ostacolasse i progetti. Sappiamo che Elon Musk sarà incaricato da Trump di ridurre e razionalizzare la spesa pubblica, non attraverso un incarico ministeriale preciso, ma come una sorta di agente mobile, incaricato di rendere più efficiente il sistema. Questo tentativo toccherà giganteschi interessi economici, suscitando naturalmente formidabili resistenze, anche perché il Partito democratico detesta Elon Musk. L’imprenditore, infatti, attraverso X ha rotto il muro della censura eretto dai social network, massicciamente schierati – assieme allo star system – a sostegno della Harris e del ‘politicamente corretto’, ma allo stesso tempo, la necessità indilazionabile di una riforma profonda del sistema ha guadagnato il consenso di una parte del cosiddetto Deep State, ad esempio di alcuni elementi importanti del Pentagono. Malgrado le somme enormi spese dagli Usa per gli armamenti, le disastrose prove sul campo (ad esempio in Ucraina) ne hanno infatti dimostrato la profonda inadeguatezza ed Elon Musk, che è uno dei fornitori della difesa, ha promesso di migliorare i risultati dei contratti militari: riuscirà nel suo intento?[2]
Piano economico – Di certo Musk ha dimostrato nelle sue varie attività imprenditoriali di essere capace di ridurre i costi drasticamente e di ottenere risultati comunque superiori rispetto a prima: l’ha fatto a Twitter e in altri posti. In termini di politica economica generale, Trump ha dichiarato che la sua ambizione sarebbe, anzitutto, quella di eliminare la tassa su reddito e sostituirla con le tariffe.
Le tariffe [cioè i dazi sull’import] all’inizio del Novecento erano la forma di reddito più importante per gli Stati Uniti, solo nel 1913 – con l’introduzione della tassa sul reddito – gli Stati Uniti le hanno abbandonate. Nel piano di Trump, lo Stato si manterrebbe quindi aumentando i dazi imposti sui prodotti provenienti dall’estero: di conseguenza, se l’americano non vuole essere tassato, comprerà prodotti locali. Un progetto ambizioso che probabilmente il futuro governo non riuscirà a realizzare compiutamente, ma che va in una certa direzione, destinata a porre definitivamente fine al processo di globalizzazione. Il rischio di questo piano è quello di provocare un rialzo dell’inflazione, una spinta che potrebbe, tuttavia, essere compensata dal taglio della spesa pubblica.
Questi cambiamenti purtroppo non avvengono mai in modo lineare: ci saranno quindi ritardi, effetti di rimbalzo, periodi in cui i prezzi saliranno e altri in cui magari scenderanno e si stabilizzeranno. Il percorso, anche nel migliore dei casi, non sarà dunque privo di scossoni. Gli attacchi a Trump si moltiplicheranno: in questo momento cercheranno di impedirgli di arrivare alla Casa Bianca ma, se riuscirà ad insediarsi senza ostacoli, con questo risultato elettorale sarà difficile bloccarlo.
Arrivato alla Casa Bianca, Trump non rappresenterà quindi più un obiettivo e gli attacchi principali degli avversari politici riguarderanno J.D. Vance, per indebolirne un’eventuale candidatura alla presidenza in futuro, e sicuramente Elon Musk, considerato dai suoi nemici come il jolly che potrebbe scardinare interessi radicati. In termini di politica estera, sappiamo che Trump si è impegnato a porre fine alla guerra in Ucraina: non conosciamo esattamente le modalità e i tempi del suo piano, ma già vediamo i primi attacchi nei confronti di Musk, accusato di tenere contatti segreti con il Cremlino.
Sicuramente, vedremo tornare il Russiagate, e questa volta tra i protagonisti di questa narrazione inventata ci sarà anche l’imprenditore suddetto, ma in questo caso l’attacco avrà probabilmente un’efficacia relativa, sia perché i mass media americani sono ormai totalmente screditati, sia perché l’attenzione popolare oggi si concentra sulla crisi economica.
Gli americani sono effettivamente stanchi di finanziare guerre che non porteranno loro alcun beneficio: vogliono che quei soldi rimangano nelle loro tasche oppure, se proprio devono essere dati allo Stato, vengano utilizzati per infrastrutture che migliorino la produttività del Paese.
Trump ha già spiegato le linee generali della sua strategia in termini di politica industriale: intende riportare in casa quante più imprese sia possibile e concentrarsi sull’industria energetica in particolare. Sebbene gli Stati Uniti siano già il primo produttore di petrolio al mondo (e tra i principali produttori di gas naturale), Trump vuole aumentarne ulteriormente la produzione per abbassarne il prezzo a livello mondiale, costringendo Putin – che con un calo del prezzo del petrolio avrebbe meno risorse per continuare il conflitto in Ucraina – a trattare per la pace. Nello stesso tempo l’ampia disponibilità energetica permetterebbe di riconfigurare l’industria americana, soprattutto il settore dell’intelligenza artificiale che ha bisogno di moltissima energia, e quelli dell’industria meccanica ed elettronica (in particolare quella di precisione) che adesso vertono soprattutto su Taiwan e che gli Stati Uniti vogliono riportare in patria: un obiettivo perseguito in modo piuttosto maldestro durante l’amministrazione Biden, che Trump riprenderà con decisione.
Quindi potenziare la produzione energetica interna, mettere tariffe su tutto quello che si può, soprattutto come elemento di trattativa nei confronti dei Paesi esteri e in particolari europei, a cui Trump vuole trasferire sostanzialmente la spesa della Nato, un’infrastruttura che – come aveva già detto già nel 2016 – si è dimostrata fatiscente, anacronistica e inutile, e che per gli Stati Uniti rappresenta semplicemente una palla al piede. Quindi il nuovo governo si adopererà per un disimpegno militare graduale degli Stati Uniti dall’Europa e dalla Nato, con un trasferimento dei relativi costi ai Paesi europei e nello stesso tempo per la chiusura della guerra in Ucraina e una gestione più intelligente del conflitto in Medio Oriente.
Trump è legato a filo doppio con la lobby israeliana: da cui sono pervenute donazioni importanti alla sua campagna elettorale; quindi, sicuramente egli si colloca come uno dei presidenti più vicini allo Stato di Israele nella storia degli Stati Uniti. Però Trump comprende anche che la politica perseguita oggi da Israele non è sostenibile e parallelamente, ha ottenuto un forte sostegno alla propria rielezione dall’elettorato islamico statunitense. Infatti, nella parte finale delle elezioni, Trump ha dialogato con i rappresentanti delle comunità islamiche presenti negli Usa per concordare un piano di pace. In effetti, le comunità islamiche non sono particolarmente interessate a difendere Hamas o altri gruppi che hanno obiettivi politici locali e origini piuttosto sospette: secondo alcuni, lo stesso Hamas è un prodotto indiretto dell’amministrazione di Netanyahu.
Mazzoni ha visto ed è stato un evento che lo ha scosso, personaggi di rilievo del mondo islamico partecipare ai comizi di Trump per dire: “siamo sicuri che Dio abbia salvato la vita di Trump durante l’attentato perché lui dovrà salvare altre vite […] in modo da evitare che si sparga altro sangue in Medio Oriente e quindi voteremo per lui”. E in effetti il candidato repubblicano ha vinto in Michigan con il sostegno essenziale della comunità islamica, molto numerosa in quello stato, dove fino a quel momento il partito democratico era estremamente forte: in questo modo si è avverata la maledizione che la comunità islamica aveva lanciato contro Kamal Haris colpevole, assieme al suo partito, di aver finanziato l’eccidio israeliano della popolazione palestinese a Gaza e l’invasione in Libano: “vi puniremo, impedendo in tutti i modi che Kamala Harris venga eletta”. E hanno mantenuto fede al loro impegno: sono comparsi sul palco per sostenere direttamente Trump e lo hanno votato, contribuendo alla valanga rossa che ha travolto il Partito democratico.
Questo pone basi nuove anche al rapporto che Trump può avere con Israele. Innanzitutto, non potendo più essere rieletto, non ha più bisogno dell’appoggio in tal senso della lobby israeliana, ma – secondo Mazzoni – sarà in grado, comunque, di offrirle una qualche forma di soddisfazione e, al tempo stesso, di porre fine ai combattimenti, trovando una quadratura negoziale tra le varie parti in causa ed evitando una guerra con l’Iran a cui egli non è assolutamente interessato e che gli americani potrebbero solo perdere. Quindi, nel complesso, il giornalista ritiene che per la politica estera l’arrivo di Trump rappresenti una buona notizia, ma – proprio perché la sua posizione è del tutto contraria alla continuazione dei conflitti in corso – è possibile che ci siano alcune [brutte] sorprese da qui all’insediamento a gennaio. Una volta che Trump sarà alla Casa Bianca, un’escalation in Ucraina diventerà infatti impossibile e sarà difficile che avvenga in Medio Oriente: si andrà invece verso una distensione dei rapporti internazionali. Anche perché il nuovo Presidente e i suoi collaboratori sanno che gli Stati Uniti non sono in grado di combattere queste guerre, che l’impianto della difesa americana va completamente ristrutturato e il Paese deve ritirarsi dalle aree dove la sua presenza non è realmente utile, riportando così a casa risorse materiali ed umane essenziali per far quadrare meglio i conti e permettere all’economia di crescere nuovamente, concentrando lo sviluppo futuro dell’industria bellica in direzioni nuove, che vedranno protagonista l’intelligenza artificiale.
Tutto questo può avere dei risvolti preoccupanti e sicuramente li avrà, non esiste in effetti impresa umana che non comporti dei rischi: la stessa corsa verso l’intelligenza artificiale, che a questo punto appare inevitabile, andrà intelligentemente gestita, per fare in modo che si realizzi a vantaggio del bene comune. Ma, perlomeno, i percorsi autodistruttivi sui quali gli Stati Uniti procedevano con grande velocità sono stati rallentati e potranno essere gestiti meglio e reindirizzati.
La svolta spirituale dell’America – Un segnale importante in tal senso è la partecipazione in massa dei nuovi elettori: questo vuol dire che, nonostante la grande propaganda [che veicola spesso messaggi del tutto negativi], l’uso diffuso delle droghe e la generale distruzione del livello morale attuata negli Stati Uniti di proposito, esistono tanti giovani ancorati a principi più solidi delle vecchie generazioni. Si assiste negli Usa ad una forte ricrescita della spiritualità, addirittura molti personaggi anche politici importanti, che prima aderivano al tradizionale protestantesimo, si convertono al cattolicesimo. Anche il nuovo vicepresidente, J.D. Vance, è cattolico e, a differenza di Joe Biden, ha le idee un pochino più chiare in materia, così come è cattolico Ron De Sanctis, combattivo governatore repubblicano della Florida, che esce vittorioso da questa elezione, che ha assegnato a lui e al suo partito una posizione assolutamente dominante. La Florida si pone oggi negli States come il polo alternativo rispetto alla California.
De Santis vince nel proteggere la Florida – In più De Santis ha vinto anche contro Trump, battendosi contro la proposta, presente sulla scheda elettorale, cui avevano aderito entrambi i partiti, di modificare la Costituzione della Florida per consentire l’uso personale della marijuana. Come il governatore ha spiegato pubblicamente, in realtà l’uso personale non consisteva nel permettere a chiunque di poterla consumare, ma nel progetto di una società canadese che la produce di facilitarne l’uso in qualsiasi tipo di prodotto commestibile. Si trattava, come succede in altri stati, ad esempio nel Colorado, di inserire la marijuana o l’estratto della sostanza – che è estremamente pericoloso – dentro cibi classici come i cioccolatini, causando effetti disastrosi se ingerita da un giovane, per esempio un bambino […] La Florida ha detto no al 60% nonostante l’invito di Trump e di Kamala Harris; quindi, ha dato ragione a De Santis: questo dimostra che questo Stato, anche dal punto di vista culturale, può contribuire a determinare la direzione dei cambiamenti in atto e a tenere Trump sui binari corretti. Quindi un risultato elettorale molto positivo e, soprattutto, un segnale forte da parte del popolo americano di porre fine a queste guerre interminabili […].
Quattro anni incandescenti – Di certo ci aspettano quattro anni estremamente movimentati e interessanti, durante i quali gli Stati Uniti cambieranno rotta rapidamente su molti fronti e vincerà chi riuscirà a comprendere in Occidente queste direzioni, non necessariamente per farle proprie, ma per decidere come posizionarsi. Il problema dell’Europa è che moltissimi tra i suoi politici si sono schierati contro Trump nel periodo preelettorale, addirittura gli inglesi hanno mandato migliaia di persone per aiutare Kamala Harris a vincere le elezioni e hanno fatto di tutto per bloccare il funzionamento di X negli States: quindi – secondo Mazzoni – con la Presidenza di Trump sarà impossibile per la Gran Bretagna avere qualsiasi tipo di rapporto con gli Usa che vada oltre la pura formalità […]. Quanto all’Europa, il suo problema è che ha un meccanismo decisionale molto diluito e affidato a persone in questo momento decisamente sgradite all’amministrazione Trump e complessivamente viste con sospetto anche dai Paesi sul fronte BRICS: saranno necessari nuovi leader e una maggiore flessibilità e dinamicità da parte dei singoli Stati. Questa prospettiva, secondo il giornalista, favorisce l’Ungheria – che con Orbán ha già dei rapporti molto stretti con Trump e con i Paesi BRICS – e che ha già dimostrato di potersi muovere indipendentemente rispetto all’Unione Europea: il suo attuale governo, quindi, potrebbe fare da giunto politico importante tra queste diverse realtà. Altri stati europei potrebbero seguirne l’esempio: si tratta in qualche modo di decidere da che parte andare e mantenere un minimo di coerenza sulla direzione prescelta […].
Note:
[1] Ho sintetizzato in due articoli l’intervento online del giornalista Roberto Mazzoni che, dalla Florida in cui vive, aggiorna con competenza e onestà intellettuale, i connazionali su questioni di varia attualità. Invito chi legge l’articolo a vedere il video: Mazzoni, Trump stravince – MN # 297, 7.11.2024, in www.mazzoninews.com. Ho reso più scorrevole il testo del suo intervento, eliminando le ripetizioni tipiche del linguaggio parlato.
[2] Fin qui il riassunto di quanto ho riportato dell’intervento del giornalista nel primo articolo.
[3] In Colorado, dove questa pratica è diffusa e controllata dal partito democratico, si usa marijuana geneticamente modificata, da cui si estrae un olio estremamente concentrato e pericoloso, che produce dipendenza e può anche causare psicosi: esistono casi di bambini che si sono suicidati dopo essersi cibati dei cioccolatini in cui era stato introdotto. Ivi.
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Che si arrivi a consentire l’estratto di marijuana in cioccolatini alla portata dei bambini per compiacere gli affari di una industria mi sembra demoniaco
Queste cose non si sanno da noi, ( non se ne vuole parlare?) Che il tutto sia controllato dai Democratici d’oltralpe e tollerato anche dai Repubblicani la dice lunga sullo sfascio ( voluto?) della società negli USA
C’è da dire che USA e Italia non sono pari. La distanza tra la propaganda DEM e il paese reale si è palesato con un esito del voto di tale portata che probabilmente nemmeno i brogli avrebbero potuto più di tanto. Qui invece ancora troppa gente segue pedissequamente le sciocchezze del mainstream, scambiandole per realtà. A sentire i leader del pensiero unico, il sacro siero ci avrebbe salvato, i russi avrebbero combattuto scalzi e con le pale delle pizze come arma, SatanaHarris sarebbe stata avanti quattro punti e via dicendo. Ed ora, lorsignori, non sono capaci di accettare che la realtà li abbia contraddetti, perché di essa sono intrinsecamente nemici, e non gli rimane perciò che insultare il popolo USA bollandolo come sciocco. La domanda è: perché permettere che costoro abbiano ancora un lavoro (magari retribuito dal contribuente)?