Rilancio un articolo del prof. Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo blog

 

 

Su quale principio morale – non giuridico (di diritto internazionale) o politico (cioè di tutela di interessi), ma proprio morale – si fonda la nostra doverosa e imprescindibile condanna dell’invasione russa dell’Ucraina? Quello per cui non è lecito all’uomo fare violenza a un altro uomo. Mi pare che non possano esservi dubbi al riguardo, ma se qualcuno avesse buone ragioni per smentire tale assunto, sarei grato se me le facesse presenti, perché a me sfuggono.

Ora, noi sappiamo che la validità di un principio morale non dipende dalla coerenza di chi lo sostiene, ma ciò non significa che tale coerenza non si debba esigere, da se stessi e dagli altri. Poche cose sono più indecenti del moralismo degli immorali. Chiediamoci dunque: abbiamo noi le carte in regola per denunciare con tanta indignazione, come facciamo, l’immoralità dell’aggressione russa? È importante farsi questa domanda, perché è l’indignazione morale il carburante che alimenta il fuoco di una guerra sempre più intensa e sempre più estesa. Dal punto di vista giuridico, di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, ci si dovrebbe chiedere chi e in che modi la può sanzionare; dal punto di vista politico ci si chiederebbe, “laicamente”, che cosa conviene fare; è lo scandalo per la violenza che immette in una mentalità da “guerra santa”, del bene contro il male. Quindi lo ripeto: abbiamo noi le carte in regola? A questa domanda bisogna rispondere onestamente, singolarmente e collettivamente, cioè come persone e come stati, e se la risposta è, come io credo, “no, non le abbiamo”, la conseguenza non sarà, ovviamente, quella di annullare, e nemmeno di attenuare di un filo la condanna della violenza dei russi, ma quella di accompagnarla con il riconoscimento delle nostre responsabilità (come mi sembra che anche il papa, l’altro giorno, abbia suggerito). Il che, di per sé, ci farebbe già uscire dalla logica di guerra e ci metterebbe in quella della trattativa, pur continuando a sostenere lo sforzo ucraino di difesa del proprio territorio. In guerra, infatti, non è ammesso riconoscere che anche noi siamo cattivi: la guerra ci rende assolutamente “buoni”, per necessaria antitesi al nemico che è sempre “cattivo” per definizione. Una prova eclatante della ferrea consequenzialità di questo ben noto meccanismo culturale è l’immediato “candeggio” di cui hanno beneficiato, nella propaganda occidentale, coloro che, prima della guerra, erano marchiati, dalle stesse fonti, con la più esecranda delle etichette: neonazisti! D’un tratto è divenuto obbligatorio pensare che esistano “neonazisti buoni” – neokantiani, come qualcuno spiritosamente li ha chiamati – e ben pochi hanno fatto una piega. C’è un’espressione, nella lingua della guerra, che in questi giorni mi è tornata spesso in mente: intelligenza col nemico. Equivale pressappoco a tradimento e, in guerra, è un crimine che va punito spietatamente, passando per le armi l’intelligente o quantomeno mettendolo in prigione e buttando via la chiave. Dato che noi “siamo parlati” dalla lingua almeno quanto la parliamo, forse c’è, nostro malgrado, in quella formula più di quanto essa direttamente non significhi. Forse in guerra è l’intelligenza tout court ad essere nociva. Forse, come stiamo ampiamente vedendo in questi giorni, anche solo cercare di ragionare, farsi domande, avere dubbi sulla giustezza di quanto i nostri comandanti stanno facendo è “intelligenza col nemico”. Questo fa “l’indignazione morale dei buoni”.

Dunque la domanda urge: siamo buoni, noi? Sul piano personale, ognuno risponda per sé, nel segreto della sua coscienza. Una questione del genere, come è noto, fu posta da Gesù ad una folla di virtuosi che volevano punire, a norma di legge mosaica, una donna colpevole di un crimine allora considerato meritevole di lapidazione, e sappiamo come andò a finire quella volta. Sul piano collettivo, invece, potremmo e dovremmo dire un sacco di cose, relativamente ad ambiti e argomenti diversi.

Io ne dico una che è di stretta attualità, e che mi sembra particolarmente grossa. Pare che la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, oggi formata (grazie alle nomine fatte da Trump: gliene sia dato il merito), da giudici più rispettosi della legge di quanto non lo fossero i loro predecessori, sia in procinto di riconoscere ciò che è palese a chiunque sia onesto, cioè che la Costituzione degli Stati Uniti non vieta al popolo di nessuno degli Stati federati di legiferare in materia di aborto. Di conseguenza, per stare al caso su cui la Corte si deve pronunciare, se il popolo del MIssissipi, attraverso i rappresentanti che ha democraticamente eletto, vuole vietare l’uccisione dei feti oltre la quindicesima settimana di gravidanza, può farlo. Punto. Dal 1973 è invece obbligatorio fingere che nella costituzione americana sia sancito un “diritto all’aborto” che prevale sulla potestà legislativa degli Stati federati, i quali, come è noto, essendo appunto Stati, hanno competenza in materia di diritto penale. La diffusione, illegale ma non sorprendente (hanno sempre giocato sporco e sempre lo faranno), di una bozza della sentenza che la Suprema Corte sta preparando, sta facendo dare di matto a tutta l’America liberal, la stessa che brandisce con tanta enfasi lo scandalo morale per la violenza di Putin e se ne serve per fomentare in ogni modo la guerra in Ucraina, “guerra santa” del bene contro il male, che si deve concludere con la vittoria dei buoni e la caduta del cattivo. Contro la temuta sentenza della corte, si stanno già moltiplicando le manifestazioni e di qui sino al momento in cui dovrà essere emessa è facile prevedere che ci saranno pressioni di ogni tipo, oltre l’immaginabile, per farla cambiare. E non è detto che non vi riescano.

Ora, che cos’è l’aborto? L’uccisione di un individuo appartenente alla specie umana. E questo non è controvertibile. Chi lo nega, si autoesclude dal novero delle persone con cui si può parlare. Ma se l’aborto viene considerato un diritto, vuol dire che in certi casi è un diritto uccidere individui appartenenti alla specie umana. In quali casi? Qui bisogna essere onesti fino alla brutalità e dire le cose come stanno. E’ un diritto uccidere chi è così debole da non potersi in alcun modo difendere. Tale presunto “diritto”, infatti, si affievolisce quando la vittima ha un certo potere di far sentire la sua voce e scompare del tutto quando è abbastanza forte da impedirlo. Perché in alcuni stati americani si può abortire fine al momento della nascita, ma non si può uccidere il neonato? (Per ora, ma già cominciano a spuntare proposte di legge per rimediare a questa incoerenza e permettere anche l’infanticidio). Qual è la differenza, se non che uccidere un neonato è più “disturbante”? Nei termini della “teoria dell’attaccamento” di Bowlby e Ainsworth si drebbe che il bambino già nato ha la possibilità di creare, attraverso dei comportamenti di attaccamento, dei legami che lo proteggono, aumentando le sue probabilità di sopravvivenza. Il feto di nove mesi ce l’ha in misura molto minore, e l’embrione non “sembra” neanche un essere umano (ma tutti sanno che lo è).

Analogamente: nel mondo ci sono oggi decine e decine di guerre, guerricciole, oppressioni violente di popoli da parte di stati e formazioni politiche di vario genere: perché delle tante vittime innocenti di tutte le ingiustizie sparse per il mondo ce ne freghiamo bellamente? Perché sono così deboli da non essere in grado di difendersi “facendosi sentire” e dandoci fastidio. Punto. L’ipocrisia dell’immoralità dominante è sempre la stessa: sul piano delle singole esistenze, dice che si possono impunemente uccidere individui come i bambini non nati, perché sono così deboli da non essere in grado di protestare, mentre ci si deve virtuosamente scandalizare per le offese (anche infinitamente minori della morte) inflitte a individui più forti e organizzati; a livello politico internazionale sposa la linea che si possono tranquillamente aggredire popoli e stati tanto deboli e “periferici” da non fare paura e creare problemi a nessuno, ma se la vittima è un paese abbastanza importante da creare problemi a noi, allora è “intollerabile per la coscienza morale del mondo intero” l’aggressione ai suoi danni. E quindi, guerra!

Leonardo Lugaresi

 


 

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