Giotto, Natività, dalle Storie di Cristo, 1303-5. Affresco, 2 x 1,85 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

 

 

di Giulio Meiattini

 

 

Uno dei più grandi teologi medievali, il monaco-vescovo S. Anselmo di Canterbury (nato ad Aosta nel 1033 e abate per vari anni nell’abbazia di Notre-Dame du Bec, in Normandia) intitolò una delle sue opere più famose Cur Deus homo? Perché un Dio uomo? Perché l’incarnazione? Una domanda elementare su ciò che per il tempo era un dato ormai assimilato e scontato. Dopo secoli di cristianesimo, in un’epoca di larga e profonda diffusione della fede e della Chiesa nel continente europeo, Anselmo non si contentò di quanto acquisito e tramandato, ma pose una domanda tanto semplice quanto radicale sul “perché” di un fatto ritenuto ormai universalmente vero.

Questa domanda rivelava un’implicita insoddisfazione: la sua intelligenza, che la fede non aveva messo a tacere, chiedeva delle ragioni per poter rendere accettabile e intelligibile per la stessa ragione (senza pretendere di acclarare e dissipare il mistero) l’incarnazione del Figlio di Dio. Nasce quel metodo tipicamente anselmiano di argomentazione teologica sintetizzato nell’espressione fides quaerens intellectum: la fede cerca l’intelligenza. Intelligenza di cosa? L’intelligenza di sé medesima. La fede, cioè, non si contenta di ripetere dogmi e asserzioni che escono dai confini della ragione naturale, ma in quanto atto di un essere libero e ragionevole quale è l’uomo, cerca dei motivi che mostrino la sua non irragionevolezza e non arbitrarietà. Perché intuisce che l’irragionevolezza nella fede aprirebbe poi la strada all’arbitrio a tutti i livelli, anche nella vita morale, nelle relazioni umane, nell’esercizio del potere.

Questo metodo non era naturalmente del tutto nuovo. I Padri della Chiesa, i primi concili ecumenici che hanno solennemente elaborato gli aspetti più fondamentali del dogma cristologico, avevano sempre adoperato categorie e concetti raffinati e sottili della ragione filosofica, per formulare con misura e verità la fede nell’incarnazione del Figlio di Dio. Già in Agostino la reciprocità di ragione e fede (fides et intellectus), nella loro distinzione irriducibile e nella necessaria complementarietà, era un aspetto consolidato e chiaramente consapevole. Ma Anselmo accentua questo movimento di ricerca della ragionevolezza del punto centrale della fede cristiana. Se nei primi secoli i Padri sollecitano la coscienza cristiana piuttosto allo stupore davanti al prodigio del Cielo che scende sulla terra, Anselmo nello slancio del suo affectus cerca anche di sondarne con la ragione il perché ultimo.

Davanti al mistero centrale del Dio che nasce in carne umana la ragione e la fede si sono fecondate e criticate reciprocamente, in un rapporto faticoso, qualche volta litigioso, alla fine sempre fecondo. Il cristianesimo è vissuto di questa dialettica e dialogica fra ragione e fede, nelle quali l’una obietta, provoca e sorregge l’altra. Per questo la teologia ha avuto un grande rispetto della ragione e i frutti filosofici maturati all’interno della tradizione cristiana stanno a dimostrare che la fede, con la sua eccedenza sovra-razionale, ha aperto nuove possibilità e nuovi percorsi di pensiero e di cultura nella civiltà. Il di più della fede non mortifica la ragione, ma la sollecita a perlustrare regioni nuove e a porsi quesiti sempre diversi, talvolta a purificarsi da velleità di dominio assoluto.

Ma questo metodo che il cristianesimo, in modo speciale il cattolicesimo, ha adottato davanti al mistero del Dio fatto uomo, non è un metodo estrinseco, inventato per l’occasione per convenienza o utilità. È un metodo che consegue dallo stesso mistero che è oggetto di contemplazione e riflessione. L’unità di umanità e divinità in Gesù di Nazareth rappresenta il fondamento ontologico e personale, la massima realizzazione dell’inseparabilità di principio di naturale e soprannaturale, di capacità e impegno dell’uomo e grazia di Dio, ultimamente di ragione e fede. Ragione e fede vanno insieme perché in Gesù Cristo il divino e l’umano sono distinti e uniti, “inconfusi e indivisi”, per riprendere una celebre formulazione del Concilio di Calcedonia del 451. L’incarnazione di Dio fonda la reciprocità e l’unità di ragione e fede, salvaguardando dagli eccessi del razionalismo autosufficiente e sterile e dal fideismo integralista e alla fine fanatico.

A questa scuola bimillenaria di pensiero e di vita anche noi oggi possiamo domandarci Cur dies natalis celebratur? Perché si celebra un giorno di Natale? L’ovvio delle feste natalizie è scosso da questa domanda che la maggior parte delle persone, nelle nostre città e nelle nostre nazioni, non si pongono più. Questa domanda, ancora una volta, sono soprattutto i cristiani che possono e debbono porla. Certo non solo loro, ma soprattutto loro. L’apatia di chi celebra le feste cristiane senza saperne il perché, di chi fa regali e porge auguri senza conoscerne il motivo, di chi imbandisce mense e abbellisce alberi perché così “si fa”, è l’apatia di chi non pensa, di chi non usa la propria ragione, di chi agisce senza capire. Perché meravigliarsi se a questa assenza di ragione fa riscontro il vuoto della fede? Chi abbandona l’una ha già cominciato ad abbandonare anche l’altra e viceversa. Costoro ripetono gesti di cui non capiscono il senso e si accodano a comportamenti svuotati di ogni significato, se non il gradevole o forse noioso ritrovarsi a mangiare e divertirsi insieme.

Che un numero così elevato di persone accettino di agire in questo modo, fra il comodo e il conformistico, è preoccupante. Finché si tratta di fare un regalo e riunirsi attorno a una mensa, l’abitudine irriflessa può essere anche benefica o innocua, a parte qualche possibile eccesso bulimico. Ma chi assicura che costoro, che agiscono senza riflettere e senza porsi, almeno ogni tanto, una domanda sul “perché il Natale”, non siano poi altrettanto disposti ad accodarsi a qualunque altra abitudine indotta senza farsi domande? Chi è solito agire senza porsi domande sul senso di ciò che fa, chi ha l’abitudine di vivere senza il pungolo della ragione che interroga e verifica, è il soggetto più facile da assoggettare a consuetudini e mentalità di qualunque tipo. Chi obbedisce senza pensare e interrogarsi può assuefarsi anche alle peggiori nefandezze. Si comincia con poco, come nelle droghe. Quando ci si accorge dell’abisso, può essere troppo tardi.

L’augurio natalizio di quest’anno, e anche per gli anni che Dio vorrà accordarci, potrebbe essere allora una semplice domanda, fatta per la ragione e che nasce dalla fede: perché il Natale? Cur dies natalis? La fede ci spinge a riattivare la ragione critica, e la ragione a riscoprire la novità della fede.

 

 

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