Chi contesta questa posizione deve offrire risposte non solo moralmente accettabili ma anche concretamente realizzabili
di Fabio Vessillifero
L’inganno del capitalismo globale e il ruolo dell’immigrazione massiccia
La società multietnica e la mobilità indistinta delle popolazioni non sono processi del tutto spontanei o inevitabili, ma si inseriscono chiaramente nelle logiche del capitalismo globale. L’immigrazione di massa rappresenta lo strumento ideale per accelerare questo processo: staccando enormi masse di persone dalle loro terre, dalle famiglie e dalle tradizioni d’origine, il sistema economico crea una riserva inesausta di manodopera sradicata e isolata. Questo fenomeno agisce simultaneamente su due fronti. Da un lato, il lavoratore immigrato, privato della sua rete comunitaria d’origine e privo di punti di riferimento nell’ambiente d’arrivo, si trova in una condizione di estrema vulnerabilità, disposto ad accettare condizioni contrattuali svantaggiose che comprimono i salari di tutti. Dall’altro lato, la dissoluzione delle identità locali e dei valori tradizionali trasforma sia chi arriva sia chi già risiede in individui atomizzati. Un individuo sradicato dalla propria storia, senza una comunità di riferimento e privato di forti riferimenti valoriali, diventa un consumatore perfetto: non avendo più una cultura condivisa o una comunità con cui identificarsi, cerca la propria identità esclusivamente nelle merci che acquista, risultando infinitamente più plasmabile dalle logiche del mercato. In questo grande ingranaggio, la persona umana smette di essere considerata un fine in sé e viene ridotta a semplice fattore di produzione e consumatore passivo.
La denatalità, l’aborto e la manodopera a basso costo
È qui che l’aborto e la cultura della denatalità rivelano la loro profonda natura funzionale al grande capitale: essi servono a creare il vuoto demografico che giustifica l’importazione di manodopera a basso costo. Una famiglia tradizionale, radicata sul territorio e aperta alla vita, esige stabilità, salari dignitosi, tempo per la cura e forti protezioni sociali: tutte barriere che il turbocapitalismo vede come intollerabili ostacoli al profitto. Disincentivare la genitorialità e normalizzare l’aborto serve a trasformare i cittadini in individui isolati, lavoratori senza vincoli e consumatori a tempo pieno, concentrati solo sull’appagamento immediato. Questo collasso demografico indotto genera ad arte il vuoto che viene poi colmato dall’immigrazione forzata. In questa morsa spietata, aborto e immigrazione svolgono la medesima funzione: da un lato si deprime la natalità interna per disgregare il tessuto sociale stabile, dall’altro si importa forza lavoro a basso costo, priva di radici e di difese sindacali.
L’impatto sociale e la crisi della capacità educativa
L’afflusso massiccio e non governato di popolazioni provenienti dal mondo islamico o dalle tradizioni asiatiche pone un nodo irrisolto di natura antropologica e giuridica. La nostra civiltà e la Costituzione italiana si fondano sul principio personalista, l’idea che la persona umana, con la sua dignità intrinseca e inviolabile, sia la fonte stessa del diritto e il fine di ogni istituzione. Molte delle culture e religioni d’importazione muovono invece da schemi storici e concettuali differenti, in cui l’individuo non possiede il medesimo concetto di “persona” autonomamente intesa, ma viene recepito primariamente come membro subordinato all’ordine comunitario. Questa radicale divergenza trasmette una visione dell’uomo e del mondo in profondo contrasto con le basi della civiltà occidentale. Di fronte a numeri imponenti e a una simile distanza valoriale, la capacità assimilativa della scuola e delle istituzioni educative crolla: ci si trova così dinanzi al drammatico interrogativo se tali visioni possano mai essere realmente integrate o se non siano destinate a creare una permanente frattura sociale.
Il vero senso del bene comune e l’amore ordinato per la propria terra
Parlare di difesa della propria civiltà e ipotizzare percorsi di remigrazione non significa cedere all’egoismo o alla mancanza di rispetto verso gli altri, ma riconoscere che il bene comune è fatto di una precisa eredità spirituale, filosofica e culturale che va custodita. Il comandamento cristiano di amare il prossimo come se stessi presuppone un sano e doveroso amore di sé, che rappresenta la misura stessa della capacità di donarsi. Come insegnato dalla grande tradizione del pensiero sociale della Chiesa attraverso il concetto del “diritto a non emigrare”, ogni popolo ha il diritto e il dovere primario di preservare la propria casa, la propria storia e le proprie istituzioni. Questa prospettiva trova un solido fondamento nell’architettura concettuale di San Tommaso d’Aquino e nei principi della Summa Theologiae. In primo luogo, il realismo della legge tomista ricorda che la normativa umana non deve mirare a una perfezione astratta o irrealizzabile, ma adattarsi agli uomini reali e alle loro concrete capacità morali: “La legge umana si dà alla moltitudine degli uomini, nella quale la maggior parte è composta da persone non perfette nella virtù. Perciò dalla legge umana non sono proibiti tutti i vizi… ma solo i più gravi, e specialmente quelli da cui è possibile che la maggior parte della moltitudine si astenga, e soprattutto quelli che sono a danno degli altri, senza la cui proibizione l’umana società non si potrebbe conservare” (I-II, q. 96, a. 2). Se una proposta politica richiede condizioni ideali irrealizzabili, per Tommaso non è buona politica, ma un’imprudenza che causa mali peggiori. In secondo luogo, il primato del bonum commune impone che il fine della politica sia la conservazione della pace e della stabilità (pax et unitas); chiunque critichi le strutture che tutelano la comunità ha l’obbligo morale di mostrare come intenda garantire quello stesso bene senza generare il disordine, uno dei mali più gravi per la società. Infine, la virtù della prudentia — intesa come recta ratio agibilium, la retta ragione applicata all’azione — insegna che un’idea dichiarata “buona” in teoria ma disgregatrice nella pratica manca di valore morale. Pertanto, esigere che chi contesta la salvaguardia identitaria offra risposte concretamente realizzabili rispecchia esattamente il realismo politico tomista: un’etica disgiunta dalla fattibilità e dalla tutela reale della comunità non è vera virtù, ma astratta e pericolosa utopia. Solo una comunità forte delle proprie radici e consapevole del proprio valore inestimabile può resistere alle logiche del capitalismo predatorio, costruendo un ordine giusto e offrendo un’accoglienza che non si traduca in una reciproca e fatale dissoluzione.




















strano che chi parla di razzismo altrui non prenda in considerazione che quell’ altrui “considerato razzista” in realtà non è per niente razzista ma è solamente amante dell’ordine di ogni cosa