(qui il video del Papa)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Le parole del Papa di ieri a Santa Marta, che a molti erano sembrate una autentica sconfessione del duro attacco attuato dai vescovi nei confronti del Presidente del Consiglio Conte, sono molto probabilmente il frutto del dietrofont di Conte, e dunque un ordine chiaro a moderare i toni in vista di possibili cambiamenti nella linea del governo sulla spinosa questione della ripartenza delle messe.

Il Papa ieri mattina nella omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta (qui il video integrale) aveva detto: “In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni.”

In quelle parole, molti hanno visto un chiaro riferimento, anzi un netto contrasto, con la posizione assunta dalla CEI e da alcuni vescovi nei confronti del Presidente del Consiglio. A molti, le parole del Papa sono parse una autentica sconfessione. Molti hanno pensato ad un drastico dietrofront sulla falsariga di quello che si era già visto a marzo scorso, quando un pomeriggio di quel mese il card. Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, aveva decretato la chiusura delle chiese di Roma, ma, dopo le parole del Papa pronunciate a Santa Marta il mattino dopo, che sconfessavano quella posizione, il card. De Donatis fu costretto ad emettere un nuovo decreto che smentiva quello del pomeriggio precedente. Salvo poi spiegare che il tutto, chiusura e riapertura delle chiese, era avvenuto con il totale accordo del Papa. In quel caso, la critica e la protesta dei fedeli, e di qualche alto prelato, avevano avuto un ruolo cruciale.

E in vece no. Questa volta la posizione del Papa può essere spiegata, come detto, con il dietrofront di Conte.

Si ricorderà che nella conferenza stampa di domenica scorsa, il Premier era rimasto vago sulla riapertura delle chiese per la celebrazione delle messe al pubblico. Cosa che aveva sconcertato I prelati che si aspettavano una indicazione chiara, che doveva far seguito alle parole “aperturiste” pronunciate su Avvenire del 23 aprile scorso dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Il ministro aveva detto: “Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”.

Le parole di Conte hanno dato luogo a un duro comunicato della CEI che così concludeva: “I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”. Un’autentico scontro che non si vedeva da decenni. A questo hanno fatto seguito le parole infuocate di alcuni vescovi, come quelle del cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi europei e per dieci anni alla guida della Cei, che ha definito una “disparità di trattamento inaccettabile” la decisione del governo di aprire i musei e di vietare le messe; a quelle del vescovo di Ascoli Piceno, monsignor Giovanni D’Ercole, che afferma che “è una dittatura quella di impedire il culto perché è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione. Su questo non possiamo fare sconti. La Chiesa non è il luogo dei contagi. I funerali ce li avete fatti fare come dei cani. La gente ha sofferto”; a quelle, infine, di Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, che in una intervista al Quotidiano.net, si era detto “deluso” e “rattristato che non si sia tenuto conto dei sentimenti e delle attese del popolo cristiano” e, riferendosi alla decisione del governo, aveva aggiunto: “esprime un’arbitraria violazione della libertà religiosa, sancita dalla Costituzione”.

Le paole della CEI, e quelle dei vescovi suddetti, hanno trovato pronta accoglienza in tantissimi fedeli che le hanno viste, finalmente, come un abbandono di una posizione di acquiescienza nei confronti del potere politico, da alcuni condiserata ai limiti della pavidità.

E’ partita dunque una forte protesta da parte di un popolo che già da settimane la esprimeva sui social contro un governo considerato anticattolico ed usurpatore del diritto di culto dei fedeli, ed in particolare contro la figura di Conte, che pure si definisce cattolico e seguace di San Pio da Pietrelcina. Tale movimento e queste aperte proteste devono aver fortemente impensierito lo stesso Conte fino a fargli fare una parziale marcia indietro lanciando dei ponti verso la CEI.

Ponti che sono arrivati al Papa, il quale, avendo recepito il messaggio, ha ritenuto che fosse il caso dargli credito e, quindi, di spegnere l’incendio. Si spiega così l’alt, fermo e chiaro, giunto da Casa Santa Marta alle polemiche nei confronti di Conte , nonostante sia stata proprio la Segreteria di Stato vaticana a dare il via libera alla Cei di innescare lo scontro con Palazzo Chigi. Si spiegano forse anche in questo senso le altre parole che il Papa ha usato. Ha parlato infatti di “linciaggio provocato dalle parole”. Aggiungendo: “È un linciaggio, un vero linciaggio. (…) E pensiamo a noi, alla nostra lingua: tante volte noi, con i nostri commenti, iniziamo un linciaggio del genere. E nelle nostre istituzioni cristiane, abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dal chiacchiericcio. Il Signore ci aiuti a essere giusti nei nostri giudizi, a non incominciare o seguire questa condanna massiccia che il chiacchiericcio provoca.”

E’ stato poi compito del portavoce della Cei nonché sottosegretario, don Ivan Maffeis, in una intervista all’Adnkronos a spiegare che la Chiesa italiana non ha alcuna volontà “di strappare col governo, né di fare fughe in avanti. L’intenzione è quella di andare avanti col dialogo costruttivo”.

“Il richiamo del Papa alla prudenza e alla saggezza – annota ancora il portavoce della Cei – è davvero la cifra che ci serve per contemperare due esigenze che non possono essere contrapposte, la salute di tutti non può essere sottovalutata. Sottovalutare le indicazioni dell’autorità sanitaria significherebbe di fatto irresponsabilità che nessun cittadino può permettersi, sarebbe come calpestare i tanti morti, medici, infermieri, gli stessi sacerdoti e quanti, in una forma o nell’altra, si sono esposti per curare i malati di coronavirus compromettendo la loro stessa salute. Una sottovalutazione che sarebbe una irresponsabilità non scusabile”.

Don Maffei non sottace comunque che “La nota [della CEI] esprime amarezza di fronte al fatto che con la ripartenza di attività considerate giustamente strategiche per la vita del Paese non ci venisse riconosciuta la possibilità di tornare ad abitare le nostre chiese nel rigoroso rispetto delle norme”.

La ragione di tutto, come si diceva più sopra, è la repentina correzione di rotta di Conte, il quale, nel giro di 24 ore, dopo lo sconcerto causato dal prolungamento del divieto di celebrazioni religiose con fedeli, annuncia un «protocollo» per la ripresa in sicurezza, da definire con la Cei, forse pronto entro il 18 maggio, della celebrazioni delle messe.

 Avvenire  riporta che già un primo segnale potrebbe arrivare dal 4 maggio, attraverso la possibilità garantita dall’esecutivo di celebrare messe all’aperto. Il giornale dei vescovi fa sapere che queste novità sono state anticipate da fonti di maggioranza, aggiungendo che la soluzione, ancorché temporanea, avrebbe il vantaggio – sempre nel rispetto del distanziamento e dell’uso di guanti e mascherine – di non tenere i fedeli in un ambiente chiuso. Successivamente, ma comunque non prima del 18 – proseguono le medesime fonti – potrebbe arrivare la definizione del protocollo sulla nuova modalità delle celebrazioni “con popolo” all’interno delle chiese. Un protocollo che, con opportuni aggiustamenti relativi al tipo di culto, potrebbe essere applicato anche alle altre confessioni religiose.

L’annuncio “riparatore” sul «protocollo», continua Avvenire, diffuso domenica sera da Palazzo Chigi, è stato ribadito lunedì sera dal premier: «Dispiace molto, perché questo governo rispetta tutti i principi costituzionali, dispiace di creare un comprensibile rammarico della Cei. Ci siamo anche sentiti con il cardinale presidente Gualtiero Bassetti, non c’è un atteggiamento materialista da parte del governo o mancanza di sensibilità – ha detto Conte –. C’è una rigidità del Cts, sulla base della letteratura scientifica sui contagi». Il premier assicura poi che «lavoreremo per definire un protocollo di massima sicurezza per garantire a tutti i fedeli di partecipare alle celebrazioni liturgiche. Contiamo di definire questo protocollo in pieno spirito di collaborazione con la Cei».

Alla fine di questa storia non rimane che aspettare e vedere. Si ha però la sensazione, ma è più che una sensazione, che le cose cambieranno.

 

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