Ho pensato di fare cosa utile per i lettori di questo blog preparare una sintesi dell’enciclica Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II, un testo fondamentale. Ecco la terza parte. Le parti precedenti le trovate qui e qui. Buona lettura.

            Comelli Lucia

 

 

Weyden, Depositione Discesa di Cristo dalla croce
Weyden, Depositione Discesa di Cristo dalla croce

 

«Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1) – La questione fondamentale che le teorie morali sopra ricordate pongono con particolare forza è quella del rapporto tra la libertà dell’uomo e la legge di Dio, cioè – ultimamente – del rapporto tra la libertà e la verità.

Il confronto tra la posizione della Chiesa e la culturale odierna mette in luce l’urgenza che su tale questione fondamentale si sviluppi un’intensa opera pastorale per sostenere con amore i fedeli nella formazione d’una coscienza morale che giudichi secondo verità:

 F. Zurbaran, Cristo crocifisso
F. Zurbaran, Cristo crocifisso

«Questo essenziale legame di Verità-Bene-Libertà è stato smarrito in larga parte dalla cultura contemporanea … La forza salvifica del vero è contestata, affidando alla sola libertà, sradicata da ogni obiettività, il compito di decidere autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Questo relativismo diviene, nel campo teologico, sfiducia nella sapienza di Dio … A ciò che la legge morale prescrive si contrappongono le cosiddette situazioni concrete, non ritenendo più, in fondo, che la legge di Dio sia sempre l’unico vero bene dell’uomo»[1].

Quest’opera della Chiesa trova il suo punto di forza non tanto negli enunciati dottrinali e negli appelli pastorali alla vigilanza, quanto in uno sguardo fisso sul Signore Gesù, nella consapevolezza che solo in Lui sta la risposta vera al problema morale. In particolare, in Gesù crocifisso essa trova la risposta alla questione che tormenta tanti uomini contemporanei: come può l’obbedienza alle norme morali universali e immutabili rispettare l’unicità e l’irripetibilità della persona? Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà, lo vive in pienezza nel dono totale di sé e chiama i discepoli a prendere parte alla sua stessa libertà.

La riflessione razionale e l’esperienza quotidiana dimostrano la debolezza, da cui è segnata la libertà – reale, ma finita – dell’uomo: essa non ha il suo punto di partenza assoluto e incondizionato in se stessa, ma nell’esistenza dentro cui si trova e che rappresenta per essa, nello stesso tempo, un limite e una possibilità. È la libertà di una creatura, ossia una libertà donata, da accogliere come un seme e da far maturare con responsabilità: in essa risuona la vocazione originaria con cui il Creatore chiama l’uomo al Bene, e ancora di più, con la rivelazione di Cristo, a entrare in amicizia con lui, partecipando alla stessa vita divina. La libertà si radica dunque nella verità dell’uomo ed è finalizzata alla comunione.

Ragione ed esperienza dicono non solo la debolezza della libertà umana, ma anche il suo dramma: l’uomo scopre infatti che la sua libertà è misteriosamente inclinata a tradire questa apertura al Vero e al Bene e che troppo spesso, di fatto, egli preferisce scegliere beni limitati ed effimeri. Ancor più, dentro gli errori e le scelte negative, l’uomo avverte l’origine di una ribellione radicale, che lo porta ad erigersi a principio assoluto di se stesso:

«Voi diventerete come Dio» (Gn 3,5). La libertà, quindi, ha bisogno di essere liberata. Cristo ne è il liberatore: egli «ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1).

Cristo rivela, anzitutto, che il riconoscimento onesto della verità è condizione di autentica libertà: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). È la verità che rende liberi davanti al potere e dà la forza del martirio. Così è di Gesù davanti a Pilato: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37). Gesù rivela, inoltre, con la sua stessa esistenza, che la libertà si realizza nell’amore:Egliva incontro liberamente alla Passione e – nella sua obbedienza al Padre sulla Croce – dà la vita per gli uomini. In tal modo la contemplazione di Gesù crocifisso è la via maestra sulla quale la Chiesa deve camminare ogni giorno, se vuole comprendere l’intero senso della libertà: il dono di sé nel servizio a Dio e ai fratelli. La comunione poi con il Signore crocifisso e risorto è la sorgente inesauribile cui la Chiesa attinge senza sosta per donarsi e servire liberamente.

In tal modo la Chiesa, e ciascun cristiano in essa, è chiamata a partecipare alla grazia e alla responsabilità del Figlio dell’uomo, che «non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).

Camminare nella luce (cfr. 1 Gv 1,7) – La radicale dissociazione tra libertà e verità è manifestazione di un’altra più grave dicotomia: quella che separa la fede dalla morale. Questa separazione costituisce una delle più acute preoccupazioni pastorali della Chiesa, nel contesto di una cultura ampiamente scristianizzata in cui tanti uomini vivono «come se Dio non esistesse» e i criteri di giudizio e di scelta degli stessi credenti si presentano spesso estranei, o persino contrapposti, a quelli del Vangelo.

Urge allora che i cristiani riscoprano la novità della loro fede e la sua forza di giudizio di fronte alla cultura dominante e invadente:

«Se un tempo eravate tenebra — ci ammonisce l’apostolo Paolo —, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente… Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi» (Ef 5, 8-11.15-16).

Urge riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere con la mente: è invece una conoscenza vissuta di Cristo e dei suoi comandamenti, una decisione che impegna tutta l’esistenza.

Come scrive l’evangelista Giovanni:

«Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità… Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti … Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 1,5-6; 2,3-6).

Mediante la vita morale, come Gesù ha insegnato, la fede si fa testimonianza davanti agli uomini:

«Voi siete la luce del mondo: non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Matteo 5,13-16).

Queste opere sono soprattutto quelle della carità e dell’autentica libertà, che si manifesta e vive nel dono di sé. Sino alla fine, come ha fatto Gesù che sulla croce. La testimonianza di Cristo è paradigma per la testimonianza del discepolo, chiamato a porsi sulla stessa strada:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23).

Il martirio, esaltazione della santità inviolabile della legge di Dio – Il rapporto tra fede e morale risplende nel rispetto incondizionato che si deve alle esigenze insopprimibili della dignità personale di ogni uomo, difese dalle norme morali che proibiscono senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. L’universalità e l’immutabilità della norma morale si pongono a tutela della dignità personale, ossia dell’inviolabilità dell’uomo, sul cui volto brilla lo splendore di Dio (cfr. Gn 9,5-6).

Le teorie etiche «teleologiche»[2]che negano il valore universale dei divieti morali riguardanti comportamenti determinatitrovano una eloquente smentita nei martiri cristiani, da sempre presenti nella vita della Chiesa.

A. Gentileschi, Susanna e i vecchioni
A. Gentileschi, Susanna e i vecchioni

Già nell’Antica Alleanza incontriamo ammirevoli testimonianze di una fedeltà alla legge santa di Dio spinta fino alla volontaria accettazione della morte. Emblematica è la storia di Susanna: ai due giudici ingiusti, che minacciavano di farla morire se si fosse rifiutata di cedere alla loro passione impura, così rispose:

«Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me, se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!» (Dn 13,22-23).

Con la sua disponibilità al martirio Susanna testimonia non solo la sua fede in Dio, ma anche l’obbedienza all’assolutezza dell’ordine morale: essa manifesta così, nei suoi atti, la santità stessa di Dio.

Alle soglie del Nuovo Testamento Giovanni Battista, rifiutandosi di tacere la legge del Signore e di venire a compromesso col male, sacrifica la sua vita per la verità e la giustizia.  Per questo:

«fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce … e fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo»[3].

Nella Nuova Alleanza si incontrano numerose testimonianze di seguaci di Cristo – a cominciare dal diacono Stefano – che sono morti martiri per confessare la loro fede e il loro amore al Maestro. Innumerevoli altri martiri accettarono le persecuzioni e la morte piuttosto che bruciare come idolatri – l’incenso davanti alla statua dell’Imperatore. Nell’obbedienza, essi consegnarono, come Cristo stesso, la loro vita al Padre, a colui che poteva liberarli dalla morte (cfr. Eb 5,7).

La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Nel loro sacrificio risplendono la santità della legge di Dio e l’intangibilità della dignità umana: una dignità che non è mai permesso di svilire, qualunque siano le difficoltà, come Gesù stesso ci ammonisce severamente:

«Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36).

Se il martirio rappresenta il vertice della testimonianza alla verità morale, a cui relativamente pochi possono essere chiamati, nondimeno tutti i cristiani devono esser pronti a dare ogni giorno, anche a costo di gravi sacrifici, una coerente testimonianza. Infatti di fronte alle molteplici difficoltà che anche nelle circostanze più ordinarie la fedeltà all’ordine morale può esigere, il cristiano è chiamato, con la grazia di Dio invocata nella preghiera, ad un impegno talvolta eroico, sostenuto dalla virtù della fortezza, mediante la quale — come insegna san Gregorio Magno — egli può perfino «amare le difficoltà di questo mondo in vista del premio eterno».

In questa testimonianza all’assolutezza del bene morale i cristiani non sono soli: essi trovano conferme nel senso morale dei popoli e nelle grandi tradizioni religiose e sapienziali. Valga per tutti l’espressione del poeta latino Giovenale:

«Considera il più grande dei crimini preferire la sopravvivenza all’onore e, per amore della vita fisica, perdere le ragioni del vivere». (Satirae, VIII, 83-84).

La voce della coscienza ha sempre richiamato gli esseri umani che ci sono verità e valori morali per i quali si deve essere disposti anche a dare la vita: in questo estremo sacrificio la Chiesa riconosce la medesima testimonianza alla verità che risplende pienamente sul volto di Cristo.

G. Reni, Mosè con le Tavole della
G. Reni, Mosè con le Tavole della

Le norme morali universali e immutabili al servizio della persona e della società – La fermezza della Chiesa nel difendere la permanente validità dei precetti che proibiscono gli atti intrinsecamente cattivi è giudicata spesso come il segno di un’intollerabile intransigenza. In realtà, la maternità della Chiesa non può mai essere separata dalla sua missione di insegnare «a tutti gli uomini di buona volontà» una norma morale di cui «non è né l’autrice né l’arbitra»: un compito che essa deve compiere come Sposa fedele di Cristo, la Verità in persona[4]. Nello stesso tempo, la limpida presentazione della verità morale non può prescindere da un profondo rispetto, animato da amore paziente e fiducioso, di cui sempre necessita l’uomo nel suo cammino morale, reso spesso faticoso da debolezze e situazioni dolorose. Paolo VI ha esortato nella comunicazione della verità morale ad imitare l’esempio di Cristo: venuto non per giudicare, ma per salvare (cfr. Gv 3,17), Egli fu certo «intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone», (Lett. enc. Humanae vitae, 29).

La risolutezza con cui la Chiesa difende le norme morali universali e immutabili, a tutela delle esigenze irrinunciabili della dignità umana, non ha nulla di mortificante: dal momento che non c’è libertà al di fuori o contro la verità, la sua difesa, rappresenta una condizione imprescindibile per l’esistere stesso della libertà.

Questo servizio è rivolto a ogni uomo: solo nell’obbedienza alle norme morali universali egli trova piena conferma della sua unicità di persona e la possibilità di una vera crescita morale. E, proprio per questo, tale servizio è rivolto anche alla società in quanto tale. Queste norme costituiscono, infatti, il fondamento di una giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia, che può nascere e crescere solo sull’uguaglianza di tutti i suoi membri. Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l’ultimo «miserabile» sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali. In particolare, i comandamenti della seconda tavola del Decalogo, ricordati anche da Gesù al giovane del Vangelo (cfr. Mt 19,18), costituiscono le prime regole di ogni vita sociale.

Questi comandamenti sono formulati in termini generali. Ma, il fatto che «principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali deve essere la persona umana»[5], permette di esplicitarli in un codice di comportamento più dettagliato. Al di là delle intenzioni, talvolta buone, e delle circostanze, spesso difficili, le autorità civili e i singoli cittadini non sono mai autorizzati a trasgredire i diritti fondamentali e inalienabili della persona. Così, solo una morale che riconosce l’esistenza di norme valide sempre e per tutti, può garantire il fondamento etico della convivenza sociale.

La morale e il rinnovamento della vita sociale e politica – Di fronte alle gravi forme di ingiustizia sociale ed economica e di corruzione politica di cui sono investiti interi popoli e nazioni, cresce l’indignata reazione di moltissime persone calpestate e umiliate nei loro fondamentali diritti umani e si fa sempre più diffuso e acuto il bisogno di un radicale rinnovamento personale e sociale capace di assicurare giustizia, solidarietà e trasparenza.

Tra le molteplici cause che alimentano le ingiustizie presenti nel mondo – come la storia e l’esperienza di ciascuno insegnano – ve ne sono alcune di natura «culturale», collegate cioè con determinate visioni dell’uomo, della società e del mondo. In realtà, al cuore della questione culturale sta il senso morale, che a sua volta si fonda e si compie nel senso religioso[6]. Solo Dio, il Bene supremo, costituisce il fondamento insostituibile della moralità, dunque dei comandamenti, specie di quelli negativi che proibiscono sempre e in ogni caso gli atti incompatibili con la dignità personale di ogni uomo. Così il Bene supremo e il bene morale si incontrano nella verità: la verità di Dio e la verità dell’uomo, che Egli ha creato e redento. Solo su questa verità è possibile costruire una società rinnovata e risolverne i complessi problemi, primo fra tutti quello di vincere le più diverse forme di totalitarismo per aprire la via all’autentica libertà della persona:

«Il totalitarismo nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo: se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente gli uni agli altri. Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere, e ciascuno tende a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo ai diritti dell’altro… La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando di annientarla»[7].

Per questo la connessione inscindibile tra verità e libertà possiede un significato d’estrema importanza per la vita delle persone nell’ambito socio-economico e politico, come emerge dalla stessa dottrina sociale della Chiesa. Così il Catechismo della Chiesa Cattolica, dopo aver affermato che:

«in materia economica, il rispetto della dignità umana esige la pratica della virtù della temperanza, per moderare l’attaccamento ai beni di questo mondo; della virtù della giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto; e della solidarietà, seguendo … la liberalità del Signore, il quale “da ricco che era, si è fatto povero” per noi, perché noi diventassimo “ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9)»[8],

presenta una serie di comportamenti e di atti che contrastano la dignità umana: il furto, il tenere deliberatamente cose avute in prestito o oggetti smarriti, la frode nel commercio, i salari ingiusti, il rialzo dei prezzi speculando sull’ignoranza e sul bisogno altrui, l’appropriazione e l’uso privato dei beni sociali di un’impresa, i lavori eseguiti male, la frode fiscale, la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero, ecc. Ed ancora:

«Il settimo comandamento proibisce gli atti o le iniziative che, per qualsiasi ragione, egoistica o ideologica, mercantile o totalitaria, portano all’asservimento di esseri umani, a misconoscere la loro dignità personale, ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come fossero merci. Ridurre le persone, con la violenza, ad un valore d’uso oppure ad una fonte di guadagno, è un peccato contro la loro dignità e i loro diritti fondamentali. San Paolo ordinava ad un padrone cristiano di trattare il suo schiavo cristiano “non più come uno schiavo, ma… come un fratello… come uomo…, nel Signore” (Fm 16)»[9].

Nell’ambito politico si deve rilevare che la veridicità nei rapporti tra governanti e governati, la trasparenza nella pubblica amministrazione, l’imparzialità nel servizio della cosa pubblica, il rispetto dei diritti degli avversari politici, la tutela dei diritti degli accusati contro processi sommari, l’uso giusto e onesto del pubblico denaro, il rifiuto di mezzi equivoci o illeciti per conquistare, mantenere e aumentare ad ogni costo il potere, sono principi che trovano la loro radice prima nel valore trascendente della persona e nelle esigenze morali oggettive di funzionamento degli Stati[10]. Quando essi non vengono osservati, viene meno il fondamento stesso della convivenza politica e tutta la vita sociale ne risulta progressivamente compromessa … Dopo la caduta, in molti Paesi, delle ideologie che legavano la politica ad una concezione totalitaria del mondo — e prima fra esse il marxismo —, si profila oggi un rischio altrettanto grave: il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità. Infatti:

«se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia»[11].

Così in ogni campo della vita personale, familiare, sociale e politica, la morale – fondata sulla verità e in essa aperta all’autentica libertà – rende un servizio originale e insostituibile non solo per la singola persona, ma anche per la società.

Grazia e obbedienza alla legge di Dio – Anche nelle situazioni più difficili l’uomo deve osservare la norma morale per obbedire ai comandamenti divini ed essere coerente con la propria dignità personale. Certamente l’armonia tra libertà e verità domanda, alcune volte, sacrifici non comuni e, come l’esperienza mostra, l’essere umano è costantemente tentato di rompere tale armonia:

«Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto… Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7, 15.19).

Donde deriva, ultimamente, questa scissione interiore dell’uomo? Egli incomincia la sua storia di peccato quando non riconosce più il Signore come suo Creatore, e vuole essere lui stesso a decidere, in totale indipendenza, ciò che è bene e ciò che è male: alla prima tentazione fanno eco tutte le altre, alle quali l’uomo è più facilmente inclinato a cedere per le ferite della caduta originale. Ma le tentazioni si possono vincere, i peccati si possono evitare, perché con i comandamenti il Signore ci dona la possibilità di osservarli. L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa, così espresso dal Concilio di Trento:

Rembrant, Ritorno del figlio prodigo
Rembrant, Ritorno del figlio prodigo

«Nessuno poi … deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti; nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e condannata con la scomunica dei Padri, secondo la quale è impossibile all’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio. Dio infatti non comanda ciò che è impossibile, ma nel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoi, a chiedere ciò che non puoi e ti aiuta perché tu possa; infatti “i comandamenti di Dio non sono gravosi” (cfr. 1 Gv 5,3) e “il suo giogo è soave e il suo peso è leggero” (cfr. Mt 11,30)».

Anche in mezzo alle difficoltà più gravi, all’uomo è sempre aperto lo spazio spirituale della speranza, con l’aiuto della grazia divina e con la collaborazione della libertà umana. Solo nel mistero della Redenzione di Cristo stanno le «concrete» possibilità dell’uomo:

«Sarebbe un errore gravissimo concludere… che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un “ideale” che deve poi essere adattato, graduato – si dice – alle concrete possibilità dell’uomo: secondo un “bilanciamento dei vari beni in questione”. Ma quali sono le “concrete possibilità dell’uomo”? E di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere … E se l’uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all’imperfezione dell’atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell’uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell’atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell’uomo … che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito»[12].

In questo contesto si apre il giusto spazio alla misericordia di Dio per il peccato dell’uomo che si converte e alla comprensione per l’umana debolezza. Questa comprensione non significa mai falsificare la misura del bene e del male per adattarla alle circostanze. Mentre è umano che l’uomo, avendo peccato, riconosca la sua debolezza e chieda misericordia per la propria colpa, è invece inaccettabile l’atteggiamento di chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul bene, in modo da potersi sentire giustificato anche senza bisogno di ricorrere a Dio e alla sua misericordia. Un simile atteggiamento insegna a dubitare dell’oggettività della legge morale e a rifiutare l’assolutezza dei divieti morali circa determinati atti umani, e finisce con il confondere tutti i giudizi di valore.

Dobbiamo, invece, raccogliere il messaggio che ci viene dalla parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (cfr. Lc 18,9-14). Il pubblicano poteva forse avere qualche giustificazione per i peccati commessi, tale da diminuire la sua responsabilità. Non è però su queste giustificazioni che si sofferma la sua preghiera, ma sulla propria indegnità davanti all’infinita santità di Dio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13). Il fariseo, invece, si è giustificato da solo, trovando forse per ognuna delle sue mancanze una scusa. Siamo così messi a confronto con due diversi atteggiamenti della coscienza morale dell’uomo di tutti i tempi. Il pubblicano ci presenta una coscienza «penitente», che – pienamente consapevole della fragilità della propria natura – vede nelle proprie mancanze, quali ne siano le giustificazioni soggettive, una conferma del proprio essere bisognoso di redenzione. Il fariseo ci presenta una coscienza «soddisfatta di se stessa», che si illude di poter osservare la legge senza l’aiuto della grazia di Dio ed è convinta di non aver bisogno della sua misericordia.

Non dobbiamo lasciarsi contagiare dall’atteggiamento farisaico, che pretende di eliminare la coscienza del proprio limite, e che oggi si esprime in particolare nel tentativo di adattare la norma morale alle proprie capacità e ai propri interessi e persino nel rifiuto del concetto stesso di norma. Al contrario, accettare la «sproporzione» tra la legge e la capacità umana, ossia l’incapacità delle sole forze morali dell’uomo senza la grazia, ne accende il desiderio e predispone l’animo a riceverla; come mostra questa preghiera di sant’Ambrogio di Milano:

«Ricordati, o Signore, che mi hai fatto debole, che mi hai plasmato di polvere. Come potrò stare ritto, se tu non ti volgi continuamente per rendere salda questa argilla, di modo che la mia solidità promani dal tuo volto? …»[13].

Morale e nuova evangelizzazione – L’evangelizzazione è la sfida più forte ed esaltante che la Chiesa è chiamata ad affrontare sin dalla sua origine. A porre questa sfida è principalmente il mandato di Gesù Cristo risorto, che definisce la ragione stessa dell’esistenza della Chiesa:

«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

Il momento che stiamo vivendo è una formidabile provocazione ad una «nuova evangelizzazione»: la scristianizzazione, che pesa su interi popoli e comunità un tempo cristiani, comporta infatti non solo la perdita della fede o comunque la sua insignificanza per la vita, ma anche, e necessariamente, un oscuramento del senso morale:e questo sia per il dissolversi della consapevolezza della morale evangelica, sia per l’eclissi degli stessi principi etici fondamentali. Le tendenze soggettiviste, relativiste e utilitariste, oggi ampiamente diffuse, si presentano non semplicemente come dati di costume, ma come concezioni teoreticamente consolidate che rivendicano una piena legittimità culturale e sociale. Pertanto la «nuova evangelizzazione» — comporta anche l’annuncio e la proposta morale di Cristo. Essa sprigiona tutta la sua forza missionaria, quando si compie attraverso il dono non solo della parola annunciata, ma anche della testimonianza vissuta. In particolare è la vita di santità, che risplende in tanti cristiani, umili e spesso nascosti agli occhi degli uomini, a costituire il modo più semplice e affascinante di percepire immediatamente la bellezza della verità e la forza liberante dell’amore di Dio. Per questo la Chiesa ha sempre invitato i credenti a cercare nei santi, e in primo luogo nella Vergine Madre di Dio «piena di grazia», la forza e la gioia per vivere una vita secondo i comandamenti di Dio e le Beatitudini del Vangelo.

Alla radice della nuova evangelizzazione e della vita morale nuova, che la Chiesa propone, sta lo Spirito di Cristo, come ci ricorda Paolo VI:

«L’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito Santo».

Allo Spirito di Gesù, accolto dal cuore umile e docile del credente, si devono dunque il fiorire della vita morale cristiana e la testimonianza della santità nella grande varietà delle vocazioni, dei doni, delle responsabilità e delle situazioni di vita. 

Nel contesto vivo di questa nuova evangelizzazione, possiamo ora comprendere il posto che nella Chiesa, spetta alla riflessione che la teologia deve sviluppare sulla vita morale. Chiamata all’evangelizzazione e alla testimonianza di una vita di fede è tutta la Chiesa cheper compiere la sua missione deve continuamente approfondire, sotto la guida dello Spirito Santo, il contenuto della fede stessa. È al servizio di questa «ricerca credente dell’intelligenza della fede» che si pone, in modo specifico, la «vocazione» del teologo nella Chiesa:

«Egli in modo particolare ha la funzione di acquisire, in comunione con il Magistero, un’intelligenza sempre più profonda della Parola di Dio contenuta nella Scrittura e trasmessa dalla Tradizione viva della Chiesa. Di sua natura la fede fa appello all’intelligenza, perché svela all’uomo la verità sul suo destino e la via per raggiungerlo. Anche se la verità rivelata … [rimane] ultimamente insondabile (cfr. Ef 3,19), essa invita tuttavia la ragione ad entrare nella sua luce, diventando così capace di comprendere in una certa misura quanto ha creduto. La scienza teologica, che … cerca l’intelligenza della fede, aiuta il Popolo di Dio, secondo il comandamento dell’Apostolo (cf 1 Pt 3,15), a rendere conto della sua speranza a coloro che lo richiedono»[14].

È fondamentale per definire l’identità stessa e, di conseguenza, per attuare la missione propria della teologia riconoscerne l’intimo e vivo nesso con la Chiesa, il suo mistero, la sua vita e missione: per sua natura la teologia autentica può fiorire solo mediante una convinta e responsabile partecipazione e «appartenenza» alla Chiesa quale «comunità di fede».

Non solo nell’ambito della fede, ma anche e in modo indivisibile nell’ambito della morale, interviene il Magistero della Chiesa, il cui compito è quello:

«di discernere, mediante giudizi normativi per la coscienza dei fedeli, gli atti che sono in se stessi conformi alle esigenze della fede e ne promuovono l’espressione nella vita, e quelli che al contrario, per la loro malizia intrinseca, sono incompatibili con queste esigenze»[15].

S’inserisce qui il compito specifico di quanti per mandato dei legittimi Pastori insegnano teologia morale nei Seminari e nelle Facoltà Teologiche: essi hanno il grave dovere di istruire i fedeli – specialmente i futuri Pastori – su tutti i comandamenti e le norme pratiche che la Chiesa dichiara con autorità. Nonostante gli eventuali limiti delle argomentazioni umane presentate dal Magistero, i teologi moralisti sono chiamati ad approfondire le ragioni dei suoi insegnamenti, ad illustrare la fondatezza dei suoi precetti e la loro obbligatorietà, mostrandone la mutua connessione con il fine ultimo dell’uomo. Spetta ai teologi moralisti esporre la dottrina della Chiesa e dare, nell’esercizio del loro ministero, l’esempio di un assenso leale al suo insegnamento nel campo del dogma come in quello morale.

Certamente oggi l’insegnamento della teologia morale si trova di fronte a una particolare difficoltà: poiché la morale della Chiesa implica necessariamente una dimensione normativa, la teologia non può ridursi in quest’ambito a un sapere elaborato solo nel contesto delle cosiddette scienze umane. Mentre queste si occupano del fenomeno della moralità come fatto storico e sociale, la teologia morale, che pur deve servirsi delle scienze dell’uomo e della natura, non è però subordinata ai loro risultati. In realtà, la pertinenza delle scienze umane in teologia morale è sempre da commisurare alla domanda originaria: Che cosa è il bene o il male? Che cosa fare per ottenere la vita eterna? Infatti, mentre le scienze umane, come tutte le scienze sperimentali, sviluppano un concetto empirico e statistico di «normalità», la fede insegna che una simile normalità porta in sé le tracce di una caduta dell’uomo dalla sua situazione originaria, ossia è intaccata dal peccato. Solo la fede cristiana indica all’uomo la via del ritorno al «principio» (cfr. Mt 19,8), una via che spesso è ben diversa da quella della normalità empirica. In tal senso le scienze umane, nonostante il grande valore delle conoscenze che offrono, non possono essere assunte come indicatori decisivi delle norme morali. È il Vangelo che svela la verità integrale sull’uomo e il suo cammino morale, e così illumina e ammonisce i peccatori annunciando loro la misericordia di Dio, il quale incessantemente opera per preservarli tanto dalla disperazione di non poter osservare la legge divina quanto dalla presunzione di potersi salvare senza merito. Egli inoltre ricorda loro la gioia del perdono, che solo concede la forza di riconoscere nella legge morale una verità liberatrice, una grazia di speranza, un cammino di vita. L’insegnamento della dottrina morale implica l’assunzione consapevole di queste responsabilità intellettuali, spirituali e pastorali. Perciò, i teologi moralisti, che accettano l’incarico di insegnare la dottrina della Chiesa, hanno il grave dovere di educare i fedeli a questo discernimento morale, all’impegno per il vero bene e al ricorso fiducioso alla grazia divina.

Il dissenso, fatto di calcolate contestazioni e di polemiche attraverso i mezzi della comunicazione sociale, è contrario alla comunione ecclesiale e alla retta comprensione della costituzione gerarchica del Popolo di Dio. Nell’opposizione all’insegnamento dei Pastori non si può riconoscere una legittima espressione né della libertà cristiana né delle diversità dei doni dello Spirito. In questo caso, i Pastori hanno il dovere di esigere che sia sempre rispettato il diritto dei fedeli a ricevere la dottrina cattolica nella sua purezza e integrità:

«Il teologo, non dimenticando mai di essere anch’egli membro del Popolo di Dio, deve nutrire rispetto nei suoi confronti e impegnarsi nel dispensargli un insegnamento che non leda in alcun modo la dottrina della fede»[16].

Le nostre responsabilità di Pastori – La responsabilità verso la vita di fede del Popolo di Dio grava in una forma peculiare sui Pastori, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: come Vescovi dobbiamo infatti insegnare ciò che conduce i fedeli sulla via di Dio, così come fece un giorno il Signore Gesù con il giovane del Vangelo. Rispondendo alla sua domanda: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?», Gesù ha rimandato a Dio, Signore della creazione e dell’Alleanza; ha ricordato i comandamenti morali, già rivelati nell’Antico Testamento; ne ha indicato lo spirito e la radicalità, invitando il giovane alla sua sequela nella povertà, nell’umiltà e nell’amore. La verità di questa dottrina è stata sigillata, sulla Croce, nel sangue di Cristo: essa è divenuta, nello Spirito Santo, la legge nuova della Chiesa e di ogni cristiano. La dottrina morale cristiana deve costituire, oggi soprattutto, uno degli ambiti privilegiati della nostra vigilanza pastorale[17].

Alla luce della Rivelazione e dell’insegnamento costante della Chiesa e specialmente del Concilio Vaticano II, ho brevemente richiamato i tratti essenziali della libertà, i valori fondamentali connessi con la dignità della persona e con la verità dei suoi atti, così da poter riconoscere, nell’obbedienza alla legge morale, una grazia e un segno della nostra adozione a figli nel Figlio unico (cfr. Ef 1,4-6). In particolare, con questa Enciclica, ho proposto valutazioni su alcune tendenze attuali nella teologia morale. Le comunico ora, in obbedienza alla parola del Signore che a Pietro ha affidato l’incarico di confermare i suoi fratelli (cfr. Lc 22,32), per illuminare il nostro comune discernimento.

Piero della Francesca, Madonna della misericordia
Piero della Francesca, Madonna della misericordia

Ciascuno di noi conosce l’importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell’insegnamento di questa Enciclica non solo per le singole persone, ma anche per l’intera società, con la riaffermazione dell’universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi.

Dio ci chiede di essere — in Cristo — perfetti come egli è perfetto (cfr. Mt 5,48): l’esigente fermezza del comandamento si fonda sull’inesauribile amore di Dio che vuole condurci, con la Sua grazia, sulla via della pienezza di vita dei figli di Dio.

Abbiamo il dovere, come Vescovi, di vigilare perché la Parola di Dio sia fedelmente insegnata. Miei Confratelli nell’Episcopato, fa parte del nostro ministero pastorale vegliare sulla trasmissione fedele di questo insegnamento morale e ricorrere alle misure opportune perché i fedeli siano custoditi da ogni dottrina e teoria ad esso contraria. In questo compito siamo tutti aiutati dai teologi; tuttavia, le opinioni teologiche non costituiscono la norma del nostro insegnamento. La sua autorità deriva, con l’assistenza dello Spirito Santo e nella comunione cum Petro et sub Petro, dalla nostra fedeltà alla fede cattolica ricevuta dagli Apostoli. Come Vescovi, abbiamo l’obbligo grave di vigilare personalmente perché la «sana dottrina» (1 Tm 1,10) della fede e della morale sia insegnata nelle nostre diocesi[18].

Nel cuore del cristiano, nel nucleo più segreto dell’uomo, risuona sempre la domanda che un giorno il giovane del Vangelo rivolse a Gesù: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» (Mt 19,16) … E quando i cristiani gli rivolgono la domanda che sale dalla loro coscienza, il Signore risponde con le parole dell’Alleanza Nuova affidate alla sua Chiesa. Ora, come dice di sé l’Apostolo, noi siamo mandati:

«a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non sia resa vana la croce di Cristo» (1 Cor 1,17).

Quando gli uomini pongono alla Chiesa le domande della loro coscienza, quando nella Chiesa i fedeli si rivolgono ai Vescovi e ai Pastori, nella risposta della Chiesa c’è la voce di Gesù Cristo, la voce della verità circa il bene e il male. 

Conclusione– Affidiamo, al termine di queste considerazioni, noi stessi, le sofferenze e le gioie della nostra esistenza, la vita morale dei credenti e degli uomini di buona volontà, le ricerche degli studiosi di morale a Maria, Madre di Dio e Madre di misericordia.

Maria è Madre di misericordia perché Gesù Cristo, suo Figlio, è mandato dal Padre come Rivelazione della misericordia di Dio (cfr. Gv 3, 16-18). Egli è venuto non per condannare, ma per perdonare (cfr. Mt 9,13). E la misericordia più grande sta nel suo essere in mezzo a noi e nella chiamata che ci è rivolta ad incontrarlo e confessarlo, insieme con Pietro, come «il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Nessun peccato dell’uomo può cancellare la misericordia di Dio e impedirle di sprigionare tutta la sua forza vittoriosa, se appena la invochiamo. Anzi, lo stesso peccato fa risplendere maggiormente l’amore del Padre che, per riscattare lo schiavo, ha sacrificato suo Figlio. Questa misericordia giunge a pienezza con il dono dello Spirito, che genera ed esige la vita nuova. Per quanto numerosi e grandi siano gli ostacoli opposti dalla fragilità e dal peccato dell’uomo, lo Spirito, che rinnova la faccia della terra (cfr. Sal 1031,30), rende possibile il miracolo del compimento perfetto del bene. Questo rinnovamento, che dà la capacità di fare ciò che è buono, nobile e gradito a Dio, è in un certo senso la fioritura del dono della misericordia, che libera dalla schiavitù del male e dà la forza di non peccare più. Donandoci una vita nuova Gesù ci rende partecipi del suo amore e ci conduce al Padre nello Spirito: è questa la consolante certezza della fede cristiana, alla quale essa deve la sua profonda umanità e la sua straordinaria semplicità. Talvolta, nelle discussioni sui nuovi complessi problemi morali, può sembrare che la morale cristiana sia troppo ardua da comprendere e quasi impossibile da praticare. Ciò è falso, perché essa consiste nel seguire Gesù Cristo, nel lasciarsi trasformare dalla sua grazia e rinnovare dalla sua misericordia, che ci raggiungono nella vita di comunione della sua Chiesa:

«Chi vuole vivere — ci ricorda sant’Agostino —, ha dove vivere, ha donde vivere. Si avvicini, creda, si lasci incorporare per essere vivificato. Non rifugga dalla compagine delle membra»[19].

 Con la luce dello Spirito, ogni uomo, anche il meno dotto, può capire dunque l’essenza della morale cristiana, anzi soprattutto chi sa conservare un «cuore semplice» (Sal 852,11). Questa semplicità evangelica non esime dall’affrontare la complessità del reale, ma può introdurre alla sua più vera comprensione, perché la sequela di Cristo metterà progressivamente in luce i caratteri dell’autentica moralità cristiana e darà, al tempo stesso, l’energia per realizzarla. È compito del Magistero della Chiesa vegliare perché il dinamismo della sequela di Cristo si sviluppi in modo organico, senza che ne vengano falsate o occultate le esigenze morali, con tutte le loro conseguenze. Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti (cfr. Gv 14,15).

Maria è Madre di misericordia anche perché a lei Gesù affida la sua Chiesa e l’intera umanità. Ai piedi della Croce, quando accetta Giovanni come figlio, quando chiede, insieme con Cristo, il perdono al Padre per coloro che non sanno quello che fanno (cfr. Lc 23,34) … Maria è resa Madre di ciascuno di noi.

La madre di Gesù è un esempio affascinante di vita morale: vive e realizza la propria libertà donando se stessa a Dio: custodisce nel suo grembo verginale il Figlio di Dio fatto uomo fino al tempo della nascita, lo alleva, lo fa crescere e lo accompagna in quel gesto supremo di libertà, che è il sacrificio totale della propria vita. Con il dono di se stessa, Maria entra pienamente nel disegno di Dio, che si dona al mondo. Accogliendo e meditando nel suo cuore avvenimenti che non sempre comprende (cfr. Lc 2,19), diventa il modello di tutti coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano (cfr. Lc 11, 28) e merita il titolo di «Sede della Sapienza». Questa Sapienza è Gesù Cristo stesso, il Verbo eterno di Dio, che rivela e compie perfettamente la volontà del Padre. Maria invita ogni uomo ad accogliere questa Sapienza. Anche a noi rivolge l’ordine dato ai servi, a Cana in Galilea durante il banchetto di nozze: «Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2,5) … Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine filosofiche o teologiche, può rendere l’uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita.

O Maria, Madre di misericordia, veglia su tutti perché non venga resa vana la croce di Cristo, perché l’uomo non smarrisca la via del bene, non perda la coscienza del peccato, cresca nella speranza in Dio «ricco di misericordia» (Ef 2,4), compia liberamente le opere buone da Lui predisposte e sia così con tutta la vita «a lode della sua gloria» (Ef 1,12).


[1] Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale di teologia morale (10 aprile 1986), 1.

[2] «consequenzialiste» e «proporzionaliste».

[3] S. Beda il Venerabile, Homeliarum Evangelii Libri, II, 23.

[4] Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 33.

[5] Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 25.

[6] Lett. enc. Centesimus annus (1° maggio 1991), 24.

[7] Lett. enc. Centesimus annus (1° maggio 1991), 44.

[8] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2407.

[9] Ivi, nn. 2408-2413, n. 2414.

[10] Esort. ap. post-sinodale Christifideles laici (30 dicembre 1988), 42.

[11] Lett. enc. Centesimus annus (1° maggio 1991), 46. 

[12]Discorso ai partecipanti a un corso sulla procreazione responsabile (1° marzo 1984), 4.

[13] De interpellatione David, IV, 6, 22.

[14] Istruz. sulla vocazione ecclesiale del teologo Donum veritatis (24 maggio 1990), 6.

[15] Ivi, 16.

[16] Donum veritatis (24 maggio 1990), 11.

[17] Il Magistero della Chiesa, attraverso questa Enciclica come sottolinea il pontefice – espone per la prima volta con una certa ampiezza gli elementi fondamentali della teologia morale e presenta le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche. La presente sintesi ne condensa il terzo e ultimo capitolo.

[18] Una particolare responsabilità si impone ai Vescovi per quanto riguarda le istituzioni cattoliche. Si tratti di organismi per la pastorale familiare o sociale, oppure di istituzioni dedicate all’insegnamento o alle cure sanitarie, i Vescovi possono erigere e riconoscere queste strutture e delegare loro alcune responsabilità; tuttavia non sono mai esonerati dai loro propri obblighi. Spetta a loro, in comunione con la Santa Sede, il compito di riconoscere, o di ritirare in casi di grave incoerenza, l’appellativo di «cattolico» a scuole, università, cliniche e servizi socio-sanitari, che si richiamano alla Chiesa.

[19] In lohannis Evangelium Tractatus, 26, 13.

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