Gesù Bambino

 

II Domenica dopo Natale

(Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18)

 

di Alberto Strumia

 

In questa seconda domenica dopo Natale – quasi imitando Dio Creatore che «cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gen 2,2) – la liturgia sembra fermarsi compiaciuta della «cosa buona» (Gen 2,4 e sgg) che è avvenuta nel Natale, e riprendere i testi più belli che ha già presentato, che parlano della “Bellezza” (il termine teologico è “Gloria”) di Cristo, il Figlio di Dio e il prototipo dell’Uomo. Sembra farlo per invitare anche noi a fermarci in un attimo di Eternità anticipata qui sulla terra, perché non ci sfugga, come normalmente accade, per fretta e cause contingenti, che il Signore c’è ed è vicino. Le tre letture di oggi sembrano quasi dei tesori di Verità, racchiusi negli scrigni che i Magi recheranno alla grotta nel giorno dell’Epifania.

– L’elogio della Sapienza, nella prima lettura: «La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria».

– L’inno cristologico della Lettera agli Efesini, nella seconda lettura: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo».

– Il Prologo del Vangelo di san Giovanni, nel brano del Vangelo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio».

Tutte e tre le letture uniscono inseparabilmente la lode ammirata per la Creazione, opera di Dio unica e insuperabile per un’armonia e una regola che vogliono farsi conoscere e ammirare dalle creature, in una sorta di “Rivelazione cosmica”. Tutta la nostra ricerca scientifica, filosofica, teologica; tutta la nostra arte e tutta la nostra tecnica si fondano, sviluppano e vivono grazie al Fondamento che è loro dato in Dio Creatore. E se lo dimenticano finiscono per dissolversi dopo qualche tempo, facendo ricadere l’umanità nell’ignoranza, nella bruttezza, nel degrado e nella disperazione.

Mentre la creatura umana è modellata sull’“esemplare” perfetto che è Cristo, primogenito della Creazione, nel quale spirito e materia sono pensati e realizzati in un’unità originaria che la libertà della creatura razionale è invitata ad apprezzare anche in sé stessa, ma che può anche disprezzare e infrangere, illudendosi di saper fare di meglio da sola, sostituendosi a Dio, e riducendo il ricordo di Cristo a quello di un suo remoto e svilito ispiratore. L’unità della persona l’essere umano può sì spezzarla nel proprio essere di creatura, ma non nell’unione ipostatica delle due nature in Cristo.

La Sapienza “creatrice”, si dimostra, a quel punto della storia umana e cosmica anche nel suo volto di Sapienza “redentrice”, riparatrice, offrendo agli uomini la possibilità di ricredersi, di riconoscere di essersi gravemente sbagliati, per orgoglio e presunzione, nel non riconoscerla come unica e adorabile, provvidente e premurosa.

L’Incarnazione è allora descritta, oltre che nella sua “caratteristica originaria” di essere in Dio, eternamente codificata nel Cristo che vive nella Gloria della Trinità, anche nel suo manifestarsi nella storia della creazione, nella storia dell’umanità. In questa storia scandita dal ritmo del tempo dell’uomo, l’Incarnazione appare come realizzata in un punto preciso, nell’istante del concepimento dell’uomo Gesù di Nazaret nel grembo della Vergine Maria, resa visibile a tutti con la nascita di quel Bambino che abbiamo adorato nella liturgia del Natale, e continua ad essere realmente presente e adorabile, oggi, nell’Eucaristia.

Dopo avere contemplato e ammirato la Gloria di Dio

– nel manifestarsi cosmico della Sapienza (prima lettura);

– nel manifestarsi più esplicito della Rivelazione storica, fissata nella Scrittura e giunta alla pienezza in Gesù Cristo (seconda lettura e Vangelo);

le letture di questa domenica ci parlano della Chiesa, pensata e voluta come “luogo fisico” della continuazione nella storia della Presenza di Dio, del Verbo che unisce in sé la natura divina e quella umana, fin dall’origine del piano di Dio.

La prima lettura accenna profeticamente alla Chiesa, nella figura di Sion-Gerusalemme («mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso»).

Il Vangelo dice esplicitamente che «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», realizzando così quanto aveva stabilito fino dall’Antico Testamento: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”» (prima lettura).

Nella seconda lettura san Paolo raccomanda a Dio, nella preghiera, proprio la Chiesa, perché «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di Lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi». Oggi noi abbiamo bisogno di rivolgere a Dio la stessa preghiera dell’Apostolo Paolo, perché la Chiesa ritorni ad essere sé stessa, in questo avvilente momento della storia nel quale si è avverato quanto dice l’Evangelista Giovanni: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Ma, subito dopo, dice che «a quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». C’è, dunque, la possibilità di riprendersi e le letture di questa seconda domenica dopo Natale ce lo dicono, fermando per qualche attimo la storia, in un fotogramma nel quale si è fissata la Verità: la grotta è la Chiesa; in essa è realmente presente il Signore, il Verbo fatto carne, centro e significato di tutto, unico Salvatore. Accanto a Lui c’è Maria, la Madre di Dio, nella persona della quale tutta la Salvezza si è già realizzata in anticipo. Con loro c’è Giuseppe, che ci rappresenta con la nostra stessa umanità segnata dal peccato originale, la redenta dalla Grazia di Cristo. A noi come a lui il Bambino è affidato, perché lo facciamo crescere e custodire conoscere presso tutto gli uomini e le donne, per quello che Lui veramente è.

A loro ci affidiamo e affidiamo il destino di questi nostri giorni bui, perché in Lui essi tornino a riconoscere «la luce degli uomini; la luce [che] splende nelle tenebre e [che] le tenebre non […] hanno vinta».

 

Bologna, 2 gennaio 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. È direttore del sito albertostrumia.it

 

 

 

 

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