Salvador Dalì , “Cristo di San Giovanni della Croce”, olio su tela, 1951, Kelvingrove Art Gallery, Glasgow, Scozia.
Salvador Dalì , “Cristo di San Giovanni della Croce”, olio su tela, 1951, Kelvingrove Art Gallery, Glasgow, Scozia.

 

 

di Lucia Comelli

 

 

Mi sono proposta per la Quaresima di rileggere ogni giorno qualche pagina dell’opera Gesù di Nazareth di Benedetto XVI, in particolare della seconda parte, che parla della Passione di Cristo. [1]

Ho mantenuto a fatica, e non sempre, questo mio intento, a motivo della difficoltà che provo a stare di fronte al mistero della crocifissione, cioè alla strada che Dio ha scelto per la salvezza mia e di ogni altro essere umano. Come gli Ebrei del suo tempo, avrei preferito di gran lunga una manifestazione ‘veterotestamentaria’ della sua Onnipotenza che sterminasse i cattivi, liberando la restante parte dell’umanità (la meno peggio, in cui istintivamente a torto o a ragione mi pongo) dal giogo dei malvagi.

A ben vedere, si tratta della stessa tentazione a ribellarmi o a pensarci il meno possibile, che ho spesso provato quando nella vita mi sono misurata con la sofferenza mia o di chi mi stava vicino.

Eppure, la spiegazione che Papa Ratzinger ha dato nel suo libro della atroce agonia di Gesù che, in obbedienza al Padre, ha accettato di espiare al posto nostro il male che commettiamo (anche per semplice omissione), mi ha molto colpito:

 

“Dio non può semplicemente ignorare tutta la disobbedienza degli uomini, tutto il male della storia, non può trattarlo come cosa irrilevante ed insignificante. Una tale specie di ‘misericordia’, di ‘perdono incondizionato’, sarebbe quella ‘grazia a buon mercato’ contro la quale Dietrich Bonhoeffer, di fronte all’abisso del male del suo tempo, si è a ragione pronunciato. L’ingiustizia, il male come realtà non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Solo questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso – questa è la bontà ‘incondizionata’ di Dio, una bontà che non può mai essere in contraddizione con la verità e la connessa giustizia […] Questa sua fedeltà consiste nel fatto che Egli non agisce soltanto come Dio nei confronti degli uomini, ma anche come uomo nei confronti di Dio, fondando così l’alleanza in modo irrevocabilmente stabile. Per questo la figura del servo di Jahvè che porta il peccato di molti (Isaia 53,12), va insieme con la promessa della nuova Alleanza, fondata in maniera indistruttibile […] nel cuore dell’uomo, dell’umanità stessa. Fin da allora a tutta la marea sporca del male si oppone l’obbedienza del figlio, nel quale Dio stesso ha sofferto e la cui obbedienza pertanto è sempre infinitamente più grande della massa crescente del male (Romani 5,16-20)” [2].

 

Il sangue degli animali versato nei tradizionali sacrifici: non aveva potuto espiare il peccato, né congiungere Dio e gli uomini. Era stato solo un segno della speranza e dell’attesa di un’obbedienza più grande e veramente salvifica. Con le parole che Gesù ha pronunciato nell’Ultima Cena sul calice del vino: Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti, Egli ha donato ad ogni credente la nuova Alleanza, fondandola nel suo stesso sangue, cioè nel dono totale di sé stesso. Con il suo sacrificio Gesù ha attirato l’umanità nella propria incondizionata obbedienza al Padre e – soffrendo fino in fondo l’orrore del male e della morte – ha vinto entrambi.

Come ci mostra Papa Ratzinger in quest’opera straordinaria – che rappresenta il frutto più maturo delle meditazioni e delle preghiere di una vita – non esiste una reale contraddizione tra il lieto messaggio di Gesù e la sua accettazione della Croce, al contrario: l’incarnazione di Gesù è ordinata al sacrificio di sé stesso per gli uomini e quest’ultimo alla resurrezione, altrimenti il lieto annuncio del cristianesimo non sarebbe vero.

Rimane il fatto che, quando arriva il momento della prova, la consapevolezza di dover seguire Cristo – pur necessaria – non è sufficiente a vincere l’intorpidimento dell’anima, come mostrano gli stessi discepoli quando, nell’Orto degli Ulivi, si lasciano vincere dal sonno:

La sonnolenza dei discepoli rimane lungo i secoli l’occasione favorevole per il potere del male. Questa sonnolenza è un intorpidimento dell’anima, che non si lascia scuotere dal potere del male nel mondo, da tutta l’ingiustizia e da tutta la sofferenza che devastano la terra. È una insensibilità che preferisce non percepire tutto ciò; si tranquillizza col pensiero che tutto, in fondo, non è poi tanto grave, per poter così continuare nell’autocompiacimento della propria esistenza soddisfatta. Ma questa insensibilità delle anime, questa mancanza di vigilanza sia per la vicinanza di Dio che per la potenza incombente del male conferisce al maligno un potere nel mondo.

 

La noncuranza dell’anima per la potenza incombente del male permette a quest’ultimo – come accade in modo particolarmente visibile oggi in Occidente – di dilagare nel mondo.

Pensare di potersi salvare senza rinunciare ai propri comodi, cioè senza dover affrontare la croce è per i cristiani e la Chiesa stessa una perenne tentazione [3], ma poiché il sacrificio lungo la via che porta alla salvezza è inevitabile e nessun uomo è in se stesso abbastanza forte per percorrerla fino alla fine, preghiamo il Padre che ci renda capaci di farne la volontà, perché – associandoci liberamente ai patimenti di Cristo – possiamo partecipare un giorno alla gloria della Sua Resurrezione.  

 

 

 

[1] Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione. Libreria Editrice Vaticana 2011.

[2] Ivi, p. 151.

[3] Soprattutto la Chiesa odierna, nella sua ansia di compiacere il mondo, tende a sminuire o addirittura negare l’esistenza stessa del peccato, soprattutto in ambito sessuale, mentre grava il credente di nuovi comandamenti morali (come quello di vaccinarsi o di contribuire al risparmio energetico).

 


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