“Il Libano è più di un paese – è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente e l’Occidente”. – Papa San Giovanni Paolo II. Un articolo della professoressa Ines Murzaku, pubblicato su National Catholic Register, nella mia traduzione. 

 

Messa di Giovanni Paolo II a Beirut 11 maggio 1997 - photo AL SAFIR-AFP via Getty Images
Messa di Giovanni Paolo II a Beirut 11 maggio 1997 – photo AL SAFIR-AFP via Getty Images

 

 

di Ines Murzaku

 

Il 1° luglio, i leader delle Chiese cristiane del Libano – compresi i capi delle comunità maronita, melchita, greco-ortodossa, siro-ortodossa, caldea, siro-cattolica ed evangelica – si sono riuniti a Roma per una giornata di preghiera e riflessione con Papa Francesco, in risposta alla devastante crisi economica e politica del Libano.

Questi leader religiosi hanno fatto appelli speciali ai cittadini libanesi affinché non si scoraggino e non si perdano d’animo; ai leader politici affinché trovino soluzioni all’attuale crisi economica, sociale e politica; ai libanesi della diaspora affinché servano la patria; e ai membri della comunità internazionale affinché intraprendano uno sforzo comune per salvare il Libano.

Nelle parole di Papa Francesco, l’intenzione dell’incontro era che il Libano “deve rimanere un progetto di pace. La sua vocazione è quella di essere una terra di tolleranza e pluralismo, un’oasi di fraternità dove si incontrano diverse religioni e confessioni, dove diverse comunità vivono insieme, anteponendo il bene comune ai loro interessi individuali”.

Perché il Libano è un messaggio 

Il principe Klemens von Metternich (1773-1859) fu ministro degli esteri dell’Austria e architetto del “Concerto d’Europa” – un valido sistema diplomatico tra le potenze europee che mantenne l’Europa in pace per quasi un secolo dopo le guerre napoleoniche.

Prima di inviare il suo ambasciatore a Costantinopoli, Metternich lo istruì: “Dì al Sultano che se c’è guerra in Libano ci sarà guerra nel Levante, se c’è pace in Libano ci sarà pace nel Levante”.

Lo statista e diplomatico austriaco sapeva come mantenere l’equilibrio e la bilancia dei poteri per assicurare la pace e la stabilità. Aveva capito che un Libano pacifico contribuiva ad una regione pacifica e stabile, ma una regione esplosiva sarebbe prima o poi tornata a colpire l’integrità territoriale del Libano, la presenza cristiana nella regione e la coesistenza tra le sue comunità religiose.  

Il Libano è eccezionalmente diversificato per quanto riguarda la demografia religiosa. Secondo le statistiche del 2020, la popolazione totale del Libano è di 5,5 milioni, con il 67,8% di musulmani (31,9% sunniti, 31,2% sciiti e piccole percentuali di alawiti e ismailiti). Anche se i cristiani sono una minoranza (32,4%), hanno giocato un ruolo importante in ogni aspetto della storia, della politica e dell’economia del Libano.

Tra i cristiani, i cattolici maroniti sono il gruppo più grande, seguiti dai greco-ortodossi. I greco-cattolici (melchiti), gli armeni ortodossi, gli armeni cattolici, i siriaci ortodossi, i siriaci cattolici, gli assiri, i caldei cattolici, i copti, i protestanti, i cattolici latini e i mormoni sono gli altri gruppi cristiani che vivono nel paese. Il 4,5% della popolazione è drusa, e ci sono anche piccoli numeri di ebrei, baha’i, buddisti e indù.

Ciò che è particolare tra queste comunità religiose è un sistema di condivisione del potere e di rappresentanza iniziato nel 1860 con il Règlement Organique (Regolamento Organico) tra l’Impero Ottomano e le Potenze Europee, e continuato con l’Accordo Ta’if del 1989 che ha reso il Libano, nelle parole di Kamal Salibi, una “casa di molti palazzi”, e ha portato lunghi periodi di pace. I leader religiosi del Libano hanno lavorato per istituzionalizzare la coesistenza religiosa come mezzo per costruire la nazione dalle fondamenta.

La crisi attuale del Libano non è nuova. È stato 40 anni fa, il 2 ottobre 1979, il primo anno del suo pontificato, che Papa Giovanni Paolo II si è rivolto alla 34a Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dando la priorità alla ricerca di una soluzione alle crisi in Medio Oriente. Per Giovanni Paolo II l’unico modo per risolvere le crisi e restituire sicurezza e prosperità ai cristiani del Libano era salvare l’integrità del Libano stesso. Giovanni Paolo II credeva che il Libano potesse essere salvato solo attraverso un sincero impegno di tutte le comunità religiose al dialogo e alla costruzione della pace. Il Papa vedeva il Libano come un modello di relazioni cristiano-musulmane, un caso di pluralismo e sicurezza per i cristiani in Medio Oriente.

Come disse Giovanni Paolo II il 7 settembre 1989, il Libano è “più di un paese – è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente e l’Occidente”.

Il discorso del pontefice all’ONU ha fissato la priorità di portare la pace in Medio Oriente sulla base dei diritti di tutti e per tutti, preservando l’integrità del Libano anche a costo di opporsi ad alcuni cattolici maroniti e monaci maroniti che erano a favore della conservazione del cristianesimo facendo avanzare l’egemonia maronita o dividendo il paese in enclavi religiose. Questi gruppi erano anche contro i rifugiati palestinesi, considerati intrusi.

Tuttavia, Giovanni Paolo II rimase fermo nella sua comprensione che se c’è pace in Libano, ci sarà pace in Medio Oriente. Egli disse:

“Una pace che, essendo necessariamente basata sul riconoscimento equo dei diritti di tutti, non può non includere la considerazione e la giusta soluzione della questione palestinese. Connessa a questa questione è quella della tranquillità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Libano all’interno della formula che ne ha fatto un esempio di coesistenza pacifica e reciprocamente fruttuosa tra comunità distinte, una formula che spero venga mantenuta, nell’interesse comune, con gli adattamenti richiesti dagli sviluppi della situazione”.

L’appello di Giovanni Paolo II a tutti i musulmani in favore del Libano è significativo. Mostra un pontefice romano che si appella ai fedeli musulmani per far sentire la loro voce e per unirsi a tutti coloro che sostengono il diritto del Libano a vivere in libertà, pace e dignità e a preservare la libertà religiosa. Il modello della Santa Sede per le relazioni cristiano-musulmane in Libano ha ottenuto il sostegno dei musulmani sunniti del Libano. La lettera del 2012 del Gran Muftì del Libano Mohammed Rachid Qabbani a Papa Benedetto XVI ha spiegato le relazioni privilegiate tra cristiani e musulmani del Libano, che secondo il leader musulmano sunnita sono “il loro messaggio al mondo”.

L’appello urgente di Papa Francesco e di altri leader cristiani per la fine della crisi in Libano sarà preso sul serio dalla comunità internazionale, perché salvare il Libano significa salvare il Medio Oriente: “Che le animosità cessino, che i disaccordi svaniscano e che il Libano torni a irradiare la luce della pace”, come ha detto Papa Francesco concludendo una giornata mondiale di preghiera e riflessione per il Libano.

 

 

 

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