di Mattia Spanò
Delle ospitate a Che Tempo Che Fa, la terza intervista di Fabio Fazio a Bergoglio è anche la prima fuori dalla Rai – il programma ha traslocato su Nove, canale Warner Bros distribuito in Italia da Sky – vale a dire fuori dal perimetro anche soltanto nominale del servizio pubblico. A Francesco interessa proprio Fazio, non la televisione di stato col suo cotè istituzionale. Assorbiti dall’evento – intervista al papa, fatto che ormai non ha più nulla di eccezionale – si rischia di tralasciare domande più rilevanti e risposte più rivelatorie. Ad esempio: perché proprio Fazio?
Partiamo da una premessa: l’intervista ad un papa non è l’intervista ad un personaggio qualsiasi. Eppure l’effetto primario che la maggior parte delle interviste si prefigge è questo: ridurre chiunque ad un personaggio qualunque. L’intervista è usata largamente da politici e artisti che devono promuovere sé stessi e il proprio eventuale lavoro ad un livello popolare, sia esso un programma elettorale, una polemica sull’attualità, un disco, nel caso di Bergoglio la sua autobiografia, Spera.
L’intervista, specie quella televisiva, funziona come un esame della persona e dei suoi trascorsi, nonché propositi presenti e futuri. Deve, o dovrebbe, tirare fuori il “non detto” che sottostà la maggior parte delle iniziative personali, la parte animica per così dire. Nulla di tutto ciò, come si può facilmente constatare. Si tratta per lo più di sproloqui pilotati.
Questo non detto è in genere posticcio, più artificioso del prodotto che si intende promuovere. Si propone un’immagine mistificata dell’intervistato, il quale deve apparire come una persona normale, disponibile, accessibile. L’intervista funziona come l’ironia pirandelliana, per l’avvertimento del contrario: più la persona è importante, più occorre farla apparire comune. L’effetto è straniante: si ricorda qualche volta che Tizio ha rilasciato un’intervista e detto cose, nemmeno uno iota di quello che ha detto. In questo caso è il papa che parla: non importa nulla a nessuno di ciò che dice. Il coautore – l’intervistato – fagocita la propria opera nascondendola sotto la propria ombra.
Il contenuto dell’intervista è diverso da un parere – più o meno competente – espresso a proposito di un argomento d’interesse. L’intervista è l’opposto logico dell’autorevolezza. È divagazione leggera, un flusso di coscienza tutt’altro che memorabile. L’intervistato parla del più o del meno di cose che non gli competono. Anzi è tanto più efficace quando più l’altro coautore – l’intervistatore – è abile a portare l’intervistato fuori dai binari. La notizia è un pilota di Formula 1 che parla di cucina, non di macchine da corsa. Nessuno ricorderà che lo ha fatto, ma tutti ricorderanno il pilota.
Il presupposto è che sia più interessante il filtro della personalità di chi esprime il parere qualunque: non cosa pensa, ma chi lo pensa, e che funzione ricopre. L’intervista celebra l’intervistato, dando ad intendere che si tratta di una persona non comune con pensieri comuni, un vissuto comune a tanti se non a tutti, desideri e obiettivi comuni al resto dell’umanità. L’intervista, se ben fatta, spoglia chiunque della propria autorità gettandolo nel magma della banalità più incandescente. Che il papa sia uno “de noantri” è chiaramente falso. Non di meno, si pretende che se il papa parla del bioritmo dei criceti lo faccia con l’autorevolezza che gli deriva dal fatto di essere papa. Il risultato è il falso di un falso.
Da questo punto di vista, l’untuoso grigiore di quel colossale professionista che è Fazio nel fingere grigiore untuoso ne fa l’intervistatore ideale per chiunque abbia necessità di porre l’accento su sé stesso, vale a dire rimestare nel proprio niente con sussiego e una forma di piacere da infliggere al pubblico, il quale sembra credere che il papa sia un uomo qualunque nonostante non lo sia affatto.
Fazio va in solluchero davanti ad un fiume di ovvietà, facendo apparire l’erogatore di queste ovvietà come un gigante della nostra epoca. Che sia Ligabue, Cecilia Sala, Ruud Gullit o il papa, davanti al minimo Fazio chiunque giganteggia. Blandire e scomparire è la diade faziesca. Il resto del contenuto è gente che portata fuori contesto parla del più e del meno in tono comaresco, dicendo cose che potrebbe dire chiunque amplificate dal mezzo che, come diceva McLuhan, è il messaggio.
Dunque perché il papa dovrebbe prestarsi e prostrarsi a Fazio? Se la breve introduzione che ho fatto può essere accettata, la conclusione è che a Bergoglio non interessa nulla di papa Francesco e molto dell’uomo Jorge Mario. Pertanto accetta di buon grado di dismettere pro tempore obblighi e orpelli della carica che ricopre per portare l’attenzione su sé stesso, ciò che pensa, ciò che scrive, ciò che crede. Non solo: sembra suggerire anche al pubblico, cattolico e non, che Bergoglio è più interessante del papa. Se infatti il papa e ciò che dice interessa solo ai cattolici, almeno sulla carta Bergoglio può interessare a tutti.
Probabilmente egli ritiene che questo sia il modo più giusto di arrivare a tutti. Ma come, e soprattutto cosa arriva? Nulla. Sfido chiunque a citare a memoria un breve lacerto delle precedenti interviste rilasciate al buon Fazio. Nella realtà, che è sempre più cruda delle nostre benemerite intenzioni, il tutto si riduce alla spettacolarizzazione della miseria umana. Tanto è vero che il papa si riduce a presentare la propria autobiografia – che è in sé la pantomima di una confessione terminale – come l’autrice di un libro di ricette qualsiasi, assecondando il gioco editoriale dell’intervistatore Fazio.
Anche se l’apparenza suggerisce che l’autorità sia Bergoglio la vera autorità è incarnata da Fazio, il quale nel suo programma pseudo-colto e progressista si occupa precisamente di certificare l’autorevolezza di chiunque sia abbastanza disponibile a piegarsi alle logiche faziesche da meritarlo. Autorevolezza che il sistema mediatico impartisce e può tranquillamente revocare a piacer suo, non certo dell’intervistato.
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Ormai, che dalle interviste propagandiste, unodirette ( che si tratti di Rai-uno-due-tre-quattro-nove…), o dalle copertine, o dalle pagine stampate, emerga o debba emergere un unico messaggio ed un unico prototipo e modello di “uomo”, risulta sempre più evidente. Il problema, ovvero il dramma nasce e si impone quando nessuno più se ne accorge, o a quasi più nessuno importa, e quando per un cattolico diventa “normale”, cioè al passo con i tempi, che persino un papa possa venire “esentato” dal dover incarnare sulla Terra il Vicario di Cristo, ma possa liberamente, “legittimamente” e “validamente” incarnare se stesso, la sua “ideologia”, le “tendenze” del momento, e in definitiva il “nulla”, il “vuoto” assoluto!
Questo è il vero dramma, che non può che richiedere e comportare, per un credente, la ripartenza dall’a-b-c, un riappacificarsi con se stesso e con la propria coscienza, con la fede e con il raziocinio, e, finalmente, tornare a “vederci” e a “sentirci”, chiaro e forte, e non finire risucchiato dal vortice implacabile del “nulla” senza ritorno!
Bravissimo Mattia: analisi perfetta! Io aggiungo: Bergoglio che dismette il ruolo di papa per mettersi sul piedistallo.
Il nulla…le banalità del papa sono sconcertanti. E la sciatteria pure! Parlare di Cristo: non pervenuto! E dovrebbe essere vicario di Cristo! Dovrebbe quindi trasmettere Cristo in modo che si convertano a Lui, se il papa crede che Cristo sia Dio. Ma ci crede?
Poi, le ripetizioni pari pari di quanto detto in precedenza, come la menzione della Turandot che aveva detto identica un anno fa sempre dal …biip… Fazio. Per non parlare della frase: “la speranza non delude mai”, cosa che non è affatto vera se si spera un qualcosa che Dio non può e vuole concedere.
Non commento la menzione della Von der Leyen…meglio lasciare stare.
Mi dispiace dirlo, ma ogni popolo di Dio si merita il papa che ha…non occorre altro.