Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da John L. Allen Jr. e pubblicato su Crux Now. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

L’arciv. Georg Ginswein e Papa Francesco
L’arciv. Georg Ganswein e Papa Francesco

 

Secondo le indiscrezioni diffuse questa settimana da una giornalista vicina a Papa Francesco, Elisabetta Piqué dell’argentina La Nacion, il pontefice potrebbe essere sul punto di nominare il suo ex bête noire (“pecora nera”, ndr), l’arcivescovo tedesco Georg Gänswein, come nunzio apostolico, cioè ambasciatore, in un paese straniero non specificato.

Ieri, il veterano vaticanista Gian Guido Vecchi del Corriere della Sera ha ipotizzato che l’incarico potrebbe essere quello di nunzio apostolico negli Stati baltici di Lituania, Estonia e Lettonia, un posto vacante dall’11 marzo scorso, quando l’arcivescovo Petar Rajič, il precedente titolare, è stato nominato nuovo inviato papale in Italia e a San Marino.

Le notizie giungono sulla scia delle ben documentate tensioni tra Francesco e Gänswein, nel ruolo di quest’ultimo come massimo aiutante del defunto Papa Benedetto XVI – “ben documentate”, in gran parte, perché entrambi gli uomini hanno parlato apertamente dei loro contrasti in libri-verità scritti in collaborazione con i giornalisti. Ganswein lo ha fatto in Nient’altro che le verità con il giornalista italiano Saverio Gaeta, e Francesco ha risposto in El sucesor con il giornalista spagnolo Javier Martínez-Brocal.

Tra gli ammiratori di Papa Francesco, la possibilità di dare a Gänswein un nuovo incarico, dopo averlo esiliato in Germania dopo la morte di Benedetto senza avere nulla da fare, viene interpretata come una lodevole scelta di mettere una pietra sopra. Come ha scritto la Piqué nel suo articolo del 10 aprile, si tratterebbe di “una decisione inaspettata, ma totalmente in linea con la misericordia, l’apertura di cuore e la mancanza di rigidità che il primo papa gesuita ha predicato fin dall’inizio del suo pontificato”.

I meno inclini a vedere Francesco in termini così positivi potrebbero essere tentati di considerarla invece come una vuota mossa di pubbliche relazioni, volta a smorzare le critiche piuttosto intemperanti che il pontefice ha rivolto a Gänswein nel nuovo libro, dicendogli che mancava di “nobiltà e umanità”, senza in realtà attribuirgli molta influenza o autorità reale, e in particolare collocandolo lontano dall’azione a Roma.

(Una vignetta editoriale del Corriere della Sera di domenica mostrava Gänswein con le valigie pronte sotto la didascalia: “Prima ero in Vaticano. Ora mi mandano in Lituania e dicono che è un segno di avvicinamento al Papa. Davvero?”).

Tuttavia, anche mettendo da parte la questione soggettiva delle intenzioni del Papa, ci sono un paio di ragioni strutturali per cui nominare Gänswein ambasciatore papale nelle attuali circostanze potrebbe meritare un ripensamento.

Prima di arrivare a questo punto, eliminiamo una potenziale obiezione: il sessantasettenne Gänswein non ha studiato alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, la consueta palestra di formazione per i futuri inviati papali, e non ha alcuna esperienza diplomatica, e quindi potrebbe non essere qualificato.

Innanzitutto, ci sono precedenti di un ex funzionario dell’Ufficio dottrinale vaticano che è passato con successo al servizio diplomatico del Vaticano: L’arcivescovo americano Charles Brown, che ha prestato servizio presso la Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1994 al 2011, quando Papa Benedetto XVI lo ha nominato suo inviato in Irlanda. A detta di tutti, Brown ha svolto un ottimo lavoro aiutando la Chiesa irlandese a superare le tempeste della crisi degli abusi sessuali, e oggi è in servizio come nunzio apostolico nelle Filippine.

Avendo ricoperto la carica di Prefetto della Casa Pontificia sia sotto Benedetto che sotto Francesco, Gänswein è abile nel trattare con i capi di Stato e altri attori diplomatici, e quasi certamente potrebbe scoprire abbastanza rapidamente tutto ciò che deve sapere.

Le vere obiezioni a questa nomina riguardano ciò che dice sul Paese a cui Gänswein potrebbe essere assegnato, e anche sul ruolo stesso del nunzio apostolico.

Per cominciare dal Paese, la cosa più importante che interessa a qualsiasi nazione quando uno dei suoi partner diplomatici sceglie un nuovo ambasciatore è che la scelta indichi che viene presa sul serio. Se si assegna una persona che si ritiene abbia un peso reale nell’amministrazione che rappresenta, il Paese ricevente si sentirà soddisfatto della scelta; se invece si sceglie una persona percepita come estranea o, peggio ancora, in disaccordo con il proprio capo, la nomina potrebbe risultare quasi un insulto.

È quasi come dire: “Mi importa così poco del nostro rapporto con te che ti mando qualcuno di cui non mi fido veramente, solo per toglierlo di mezzo”.

Come corollario, tali percezioni limiterebbero probabilmente anche l’efficacia di Gänswein. La risorsa più importante di qualsiasi ambasciatore è la percezione di poter parlare con autorevolezza a nome del proprio capo. In queste circostanze, tuttavia, sembra ragionevole che una nazione ospitante possa avere dei dubbi su come prendere sul serio qualsiasi cosa Gänswein dica come dichiarazione delle intenzioni papali.

Inoltre, c’è anche la questione dell’impatto di una tale nomina sul morale del corpo diplomatico vaticano.

Nel corso dei secoli, servire come inviato papale è stato considerato un ruolo di enorme importanza, e l’Accademia di Roma, fondata da Papa Clemente XI nel 1701 per formare i diplomatici papali, è tradizionalmente vista come una destinazione “di prim’ordine” per i giovani chierici. I nunzi non sono solo la voce e il volto del Papa negli scambi con i governi presso i quali sono accreditati, ma rappresentano anche la Santa Sede e il pontefice nella vita della Chiesa locale di quel Paese.

In altre parole, si tratta di un incarico critico e qualsiasi Papa dovrebbe volere che le persone incaricate di tale responsabilità lo prendano sul serio.

Alla luce di ciò, ci si potrebbe ragionevolmente chiedere se sia saggio per un Papa inviare il segnale, anche se inavvertitamente, che si preoccupa così poco del ruolo del nunzio da essere disposto a bruciare un posto semplicemente per liberarsi di una figura percepita come un problema.

Per tornare al paragone con Brown, quando è stato inviato in Irlanda nel 2011, si pensava che arrivasse con la profonda fiducia e il sostegno personale del pontefice e che entrasse in una situazione in cui il suo background con la dimensione canonica della crisi degli abusi sarebbe stato particolarmente utile. Il fatto che Brown fosse estraneo al mondo diplomatico non è stato quindi preso come un affronto dagli altri nunzi, ma è difficile capire come essi possano trarre le stesse conclusioni su Gänswein.

Tutto questo, naturalmente, non significa che Papa Francesco non voglia veramente seppellire l’ascia di guerra o che non creda che Gänswein possa comportarsi bene come ambasciatore. Tuttavia, suggerisce che se l’idea dovesse andare avanti, il pontefice potrebbe voler trovare un modo per chiarire che si tratta di qualcosa di più di quello che gli italiani chiamano derisoriamente “parcheggio”, cioè un posto auto, solo per dare a Gänswein qualcosa da fare.

Altrimenti, per risolvere un problema temporaneo, il Papa potrebbe ritrovarsi con problemi a lungo termine, sia con un altro Paese sia all’interno del suo stesso corpo diplomatico.

John L. Allen Jr.

 


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