di Giusy D’Amico

 

L’attuazione della cosiddetta Carriera Alias sta passando nelle scuole, spesso senza condivisione da parte del collegio dei docenti e della componente genitori, strappando nei consigli di istituto delibere che così tradiscono l’alleanza tra scuola e famiglia prevista dal Patto di corresponsabilità educativa

La Carriera Alias, per chi non lo sapesse, è un protocollo che singoli istituti avallano, al di fuori della normativa scolastica e di qualsiasi pronunciamento del Ministro dell’Istruzione: esso consente ad alunni transgender (o per meglio dire che ‘ si percepiscono come tali’, anche nell’assenza di un certificato medico che attesti esistenza di una disforia di genere e dello stesso appoggio dei genitori) di vedere cambiato sul registro elettronico il nome di nascita con un nome di elezione, adattando di conseguenza l’accesso a bagni e spogliatoi. 

I protocolli vengono spesso avviati dalle scuole, persino a prescindere dall’esplicita richiesta di singoli studenti direttamente interessati, unicamente per i pronunciamenti a favore dell’inclusività di collettivi studenteschi.  

Ora, una scuola può considerarsi inclusiva non certo per l’applicazione di regolamenti di dubbia natura, ma quando sa mettersi in ascolto – attraverso tutti gli organi collegiali e il consenso preventivo informato – della comunità educante nella sua interezza (docenti e genitori), e, soprattutto, se si richiama a principi pedagogici ampiamente riconosciuti e condivisi. 

Il caso da poco scoppiato nel Liceo Cavour di Roma (leggi qui e qui) ha posto in evidenza la responsabilità dei docenti pressati (anche dai mass media) ad applicare protocolli che confliggono con le normative scolastiche e le altre leggi dello Stato, visto che modificano in atti pubblici i dati anagrafici degli alunni, anticipando eventuali sentenze favorevoli in tal senso, che solo tribunali ordinari possono emettere. 

Un docente, che è – tra le altre cose – un pubblico ufficiale non può, per evitare di incorrere nel reato di falso ideologico, manomettere un registro elettronico sostituendo un nome diverso da quello anagrafico (e del corrispondente codice fiscale). 

Particolarmente rilevante appare, in sede di scrutinio, la responsabilità per un insegnante di redigere un verbale nel quale dichiara il falso sulla composizione della classe, cioè sul numero specifico di studenti maschi e femmine in essa presenti.

L’autonomia scolastica va intesa come la possibilità di operare scelte flessibili (di orario, ad esempio) all’interno di un quadro normativo prestabilito e non può quindi legittimare scelte di questo tipo.

 

Altro aspetto fondamentale è la valutazione delle possibili ricadute psicopedagogiche di tali applicazioni nel contesto educativo di riferimento: se Maria da domani vorrà chiamarsi Mario, è evidente che questo avrà un forte impatto all’interno della sua classe e dello stesso istituto in cui si attua la Carriera Alias

Tali decisioni, qualora venissero supportate dal passaggio corretto di tutti gli step legati ai vari organi di competenza, quindi dall’approvazione nel Collegio dei docenti e nel Consiglio d’Istituto, dovrebbero comunque recepire il consenso informato preventivo dei genitori della classe interessata. 

Perché tutti gli adulti coinvolti siano messi in condizione di valutare la delicatezza del tema e appunto le ricadute sull’intera popolazione scolastica. 

Come docenti, abbiamo anche la responsabilità di non trasformare la scuola in un luogo dove, in nome di una malintesa comprensione, avalliamo convinzioni puramente soggettive (come accadrebbe, ad esempio, se incoraggiassimo l’ossessione per il peso forma di tante ragazzine) o incertezze e disagi strettamente legati all’età della preadolescenza e dell’adolescenza, che sono per definizione in rapida evoluzione.

Una scuola che asseconda situazioni transitorie rischia di apparire nel tempo poco credibile (se Mario, ad esempio, dopo sei mesi torna a farsi chiamare Maria), o, ancora peggio, responsabile di aver instradato allievi fragili in un percorso di transizione sempre travagliato (di futura farmacodipendenza) da cui è difficile tornare indietro (statisticamente, la stragrande maggioranza delle incertezze di genere rientrerebbero altrimenti spontaneamente).

Per questo un docente deve chiedersi seriamente se il suo operato è pedagogicamente corretto, oltre che giuridicamente fondato. Il nostro ordinamento giuridico disciplina il cambio di sesso e tutto ciò che ne consegue in termini di modifiche anagrafiche, ma, quando si tratta di minori, il giudice si accerta che sussistano i presupposti fondati di una transizione sociale. L’assunto della fluidità di genere è invece ideologico e pertanto estraneo al mondo della scuola (come stabilisce anche la circ.n.197572015 del Miur) e fortemente divisivo.

 

La marcia indietro di Paesi europei che sono stati pionieri riguardo all’identità di genere e il self-id, e ora, come l’Inghilterra – a forza di scandali (ricordiamo la clamorosa chiusura della Tavistock) e denunce di medici e detransitioner (giovani irreversibilmente danneggiati da diagnosi superficiali, cure ormonali e mutilazioni chirurgiche) – cambiano strategia nell’affronto della disforia di genere nei minori, dovrebbe interrogare dirigenti e personale scolastico (su questo tema la nostra associazione si è fatta promotrice in Italia di un importantissimo documento che invitiamo colleghi e medici a firmare, leggi qui  ).

 

Un docente dovrebbe valutare quanto questo problema andrebbe trattato con l’accompagnamento di un esperto che almeno prenda in carico i casi reali o presunti di disforia di genere.

A scuola, ad esempio, per favorire l’adeguata inclusione di bambini con bisogni educativi speciali o con disturbi specifici di apprendimento, ogni istituzione scolastica si avvale di un GLO = Gruppo di Lavoro Operativo che, con la partecipazione dei genitori e l’aiuto di esperti interni ed esterni, interagisce con il minore e con la classe in cui è inserito. 

Se, per trattare un problema delicato, la scuola si attiva solitamente con percorsi tanto complessi e strutturati, come mai con l’identità di genere, che nel nostro Paese non ha neanche profilo legislativo, si agisce con tanta leggerezza? Forse perché la Carriera Alias è nata dalla proposta di un’associazione LGBTQI e non dalla formazione e dall’esperienza di docenti? Non c’è il rischio che, nascendo ad opera di militanti, essa sia uno strumento di rivendicazioni politiche, piuttosto che servire all’interesse superiore dei minori?

La scuola da sempre si è fatta garante di un clima positivo e accogliente, senza per questo violare la legge ed entrare in territori così fragili e delicati come quelli dell’identità in continua evoluzione. 

 

Giusy D’Amico, Presidente della Associazione Non si Tocca la Famiglia

 

 

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