Rilanciamo l’interessante recensione del libro di Mark Regnerus, The Future of Christian Marriage, fatta dalla professoressa Marianna Orlandi, Ph.D., Associate Director of Academic Programs, Austin Institute for the Study of Family & Culture. La’articolo è stato pubblicato sul sito del Centro Studi Rosario Livatino.

 

Matrimonio di giovane coppia

 

Un invito alla lettura di The Future of Christian Marriage, di Mark Regnerus, Oxford University Press, 2020

 

1. Autore di decine di articoli accademici e di più volumi pubblicati dalla Oxford University Press, Mark Regnerus, professore alla University of Texas, Austin, è da molti anni un punto di riferimento negli studi sociologici su comportamenti e relazioni sessuali, matrimonio, famiglia e religione, e pioniere nell’analisi delle loro correlazioni. La sua ultima pubblicazione, The Future of Christian Marriage, è il coraggioso tentativo di rispondere alla più scomoda tra le domande che un ricercatore cristiano — tanto saldo nella fede quanto scientifico nelle analisi — è chiamato a oggi porsi sul tema: perché i cristiani non si sposano più?

Le indagini statistiche rivelano che non sono solo i dichiaratamente ostili al matrimonio “tradizionale” e religioso a farne a meno. Anche i giovani cristiani non sembrano avere fretta di “mettere su famiglia”, e poi ugualmente divorziano. Nemmeno coloro che del matrimonio difendono la natura sacramentale, sembrano prioritario il solenne assunzione dell’impegno davanti a Dio e all’intera comunità; nemmeno su di loro la reciproca fedeltà “finché morte non ci separi” sembra esercitare il fascino d’un tempo. Anche i giovani cristiani optano per prolungate coabitazioni; e seppur “a malincuore”, ritengono spesso la castità prematrimoniale uno standard inarrivabile, un retaggio del passato, sul quale la Chiesa si dovrebbe aggiornare. Mediante l’analisi di dati statistici e attraverso le centinaia di interviste che animano il libro, Regnerus mette a nudo questa realtà e soprattutto tenta, brillantemente, di comprenderne le ragioni.

Le osservazioni contenute in The Future of Christian Marriage sono frutto dello studio combinato di dati statistici globali e dei risultati di 190 interviste condotte da Regnerus e dal suo team in sette diversi Paesi, tra il settembre 2016 e l’ottobre 2017, tutte rivolte a soggetti tra i venti e i trent’anni, qualificabili, per l’appunto, come cristiani praticanti. La scelta dei Paesi — Stati Uniti, Messico, Spagna, Polonia, Russia, Libano e Nigeria — consentirebbe, secondo l’autore, di ritenere rappresentate le maggiori denominazioni cristiane e di analizzare i trend di ciascuno dei menzionati Paesi.

2. Prima di scendere nei dettagli del lavoro, mi si conceda una personale riflessione. Benché il valore scientifico di un libro non si riduce al fatto che chi lo recensisce vi riconosca delle verità più volte riscontrate nella propria vita, o che casualmente ne condivida le conclusioni, resta il fatto che le analisi di Regnerus si avvicinano molto all’esperienza concretamente vissuta. Gli stralci delle interviste riportati nel libro sono il più realistico equivalente di conversazioni realmente avute, di riflessioni condivise con coetanei di diverse nazionalità, tutti uniti dal medesimo credo. Tutti desiderosi — almeno a parole — di sposarsi e tutti, ciò nonostante, single. Per questa sua adesione alla realtà — anche dovuta al fatto che Regnerus lascia che a parlare siano i diretti interessati — The Future of Christian Marriage potrà aiutare un pubblico più maturo a comprendere perché quei (pochissimi) giovani che ancora frequentano le loro parrocchie non intendono sposarsi. Ai più giovani, inclusi ventenni e trentenni che si iscrivono a qualche servizio cristiano di online dating nella speranza di incontrare l’anima gemella, il libro potrà forse servire a rileggere le proprie esperienze, e magari a comprendere che la frustrazione del desiderio di famiglia cristiana è frutto, se pure in parte, dei loro stessi comportamenti, o di sogni mal plasmati.

3. Tornando al libro, due sembrano i dati salienti: da un lato, una credibile sistematizzazione delle cause del declino del matrimonio cristiano; dall’altro, la timida eppur ragionevole formulazione di consigli che potrebbero aiutarci a uscire dall’odierna impasse.  

Quanto al primo aspetto, l’autore americano ritiene che causa prima e fondamentale della “recessione” e dell’attuale instabilità del matrimonio cristiano (particolarmente soggetto al fallimento in quei Paesi in cui l’età media degli sposi è più bassa e il numero dei matrimoni è maggiore) sia la radicale trasformazione di ciò che esso rappresenta, tanto per i credenti quanto per i non credenti. “From foundation to capstone”, scrive l’autore: ovvero, da fondamento a coronamento.

Regnerus evidenzia come i giovani parlino di matrimonio come “punto d’arrivo” e non come “inizio” del nuovo progetto da intraprendere con il coniuge. Non si fraintenda: gli intervistati hanno generalmente ben chiaro il significato del matrimonio cristiano. Dalle loro risposte emerge — l’autore lo sottolinea spesso —una corretta comprensione della totalità del dono reciproco che esso implica per gli sposi, e del sacrificio che esso richiede, che gli intervistati non mettono in discussione. I cristiani non vogliono modificare quel che il matrimonio è. Quel che però anche i cristiani sembrano avere assorbito dalla società secolarizzata, e acriticamente adottato come propria, è l’idea che ci si sposi solamente al termine della propria formazione e non già per poter divenire insieme uomini e donne. In merito a quando risalga questo cambiamento, Regnerus scrive: “Il mutamento è andato inosservato nel corso degli ultimi cinquant’anni. I genitori consigliano ai propri figli di completare prima la propria formazione, di intraprendere le proprie carriere e diventare indipendenti economicamente, perché la dipendenza è debolezza”[1](p. 38)E continua: “Oggi ci prepariamo al matrimonio, anziché sposarci per essere pronti a raggiungere comuni obiettivi (…) il matrimonio è divenuto esso stesso uno di questi obiettivi”. Esito di un percorso individuale, il matrimonio diviene l’incontro di due “adulti che non hanno bisogno l’uno dell’altro. Ma vogliono l’un l’altro” (p. 38).

4. Il tema del successivo capitolo, Men and Women, si collega in qualche modo a questa autosufficienza.  Pur non negando che ci possano essere unioni di ogni tipo, l’autore sottolinea, infatti, che la natura pre-legale del matrimonio — natura che resisterà nel tempo anche se i matrimoni non si celebrassero più — risiede nello scambio e nel mutuo accrescimento che è frutto della diversità e dell’incompletezza di uomo e donna. “Al cuore del matrimonio vi è l’interdipendenza—la produzione ed il trasferimento tra marito e moglie di risorse di valore e necessarie. Una sana relazione sessuale esemplifica questo scambio per la sua stessa natura di dono reciproco” (p. 76).Oggi, tuttavia, alla scelta del partner si arriva soltanto per consumare assieme. Ci si arriva, uomini e donne, ugualmente capaci di arrangiarsi in tutto da soli e con l’idea di aggiungere una ciliegina, possibilmente la più buona, a una torta già completa. Non ci si sposa più, nemmeno tra cristiani, per godere entrambi di quei quattro fondamentali caratteri del matrimonio che consistono nella totalità dell’unione, nella sua permanenza, nell’apertura alla riproduzione enella promessa di reciproca fedeltà. Ma se lo scambio manca, e se le aspettative sono alte, il naturale limite umano non mancherà di deludere gli aspiranti fidanzati, e ancor più i novelli sposi, avverte Regnerus. Nessuna sorpresa, dunque, se si divorzierà, incluso tra cristiani praticanti.

Quanto all’ipotesi che questa idea di matrimonio come scambio ed incontro di diversità sia soltanto una costruzione sociale, Regnerus risponde chiaramente che “il nucleo centrale del matrimonio e i suoi quattro supporti chiave possono essere rafforzati dalla società, ma non sono arbitrari. La ri-definizione del matrimonio non è a nostra disposizione” (p. 80). E ancora, “O il matrimonio funziona alle proprie condizioni, o declina. Visioni alternative del matrimonio possono essere difese per un certo periodo — anche per decenni — ma l’energia e le risorse che servono per sostenere l’opinione pubblica (che il matrimonio sia qualcosa di diverso da ciò che è) a un certo punto caleranno” (p. 83). 

5. Nel successivo capitolo, Sex, l’autore riassume e rielabora molti temi ampiamente sviluppati nel suo precedente Cheap Sex (letteralmente “Sesso a buon prezzo”), pubblicato nel 2017. Qui Regnerus illustrava l’estrema facilità con cui il desiderio sessuale può oggi essere soddisfatto, grazie alla capillare contraccezione, alla facilità di nuovi incontri e al vasto ricorso alla pornografia: ciò tuttavia influisce negativamente sul “mercato matrimoniale”, posto che l’unione sessuale ne è indubbiamente, e da sempre, una delle principali componenti. L’economicità del sesso, che a parere di Regnerus neutralizza uno dei principali impulsi maschili al matrimonio, rende al contempo “caro” (expensive) il matrimonio. E il fenomeno si rivela poi particolarmente problematico per le donne. Nel matrimonio, infatti, le donne cercherebbero altro, soprattutto quella stabilità dell’unione che, successivamente all’introduzione del divorzio non consensuale, è divenuta una chimera. Quel che quest’ultimo libro rivela e aggiunge alle precedenti ricerche è che il problema si proporrebbe identico, se non anche più grave, tra i giovani cristiani. Regnerus lascia che siano gli intervistati stessi a raccontare in prima persona la loro difficoltà, il dover scegliere tra la propria fede e quello che sembra un passaggio obbligato. Alcuni contestano la posizione della Chiesa in merito ai rapporti prematrimoniali, ma molti altri sembrano rassegnati al “così fan tutti”. Anche per i giovani cristiani, del resto, maternità e paternità sono divenute decisioni programmate, delle “planned parenthood” che non implicano apertura al dono imprevedibile di Dio.

Da Cracovia a Beirut gli intervistati parlano anche e spesso dei costi del matrimonio. La cerimonia, la casa, i figli… preoccupazioni unite alla consapevolezza di come i loro genitori e i loro nonni si sposassero con molto meno. Tali riflessioni confermano quella visione del matrimonio come “coronamento” e come “aggiunta” di cui Regnerus parla spesso. E rivelano come tale visione significhi che non solo non si sceglie, ma tantomeno non si può essere scelti ove non si possa offrire il meglio.

6. Nel trattare dell’incertezza, e di come essa valga freni i giovani cristiani e il loro desiderio di famiglia, Regnerus non si limita a quella strettamente economica: egli ricorda che una vita in comune, e una famiglia stabile e duratura, sono la più facile via d’uscita dall’incertezza e dalla povertà. Al tempo stesso, e citando letteralmente G.K. Chersterton, Regnerus punta il dito contro l’odierno affidamento a un capitalismo sfrenato, che non è mai stato amico della famiglia. Lungi dall’invocare l’abolizione della proprietà privata, o qualche forma di socialismo, l’autore evoca quel che la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di predicare: “trasformate in merci, le relazioni vengono più facilmente considerate disponibili, un’idea che per il matrimonio è tossica, posto che esso richiede costanti sacrifici e impegni maggiori di quanto si possa in alcun tempo sperare” (p. 137).

Guardando oltre alla moneta, Regnerus evidenzia quell’incertezza che è forse la vera forza paralizzante: “Nuove opzioni. Più scelte. Maggiori tentazioni. Alte aspettative. Costante ansia…  sono stati tutti riferiti dai cristiani intervistati in ogni Paese” (p. 130). Come sottolinea in una delle pochissime (forse due) volte in cui parla di sé stesso “Quando mi sono sposato, io non stavo dicendo “no” ad altre, semplicemente sì a una donna in particolare. Non ce n’era nessun’altra in lista. Con i servizi di online dating, invece, fare sul serio richiede un più serio rifiuto di altre possibilità (per quanto remote esse siano)” (p. 157)Potendo incontrare nuove persone nel giro di pochi minuti, perché mai superare anche le minime difficoltà di un terzo appuntamento? Perché mai fermarsi al primo (o quinto) pretendente?

E vi è poi la più grande incertezza, quella già menzionata: il divorzio. Non tanto il proprio, quanto quello dei propri genitori, e degli amici. Regnerus confessa che poche conclusioni sono altrettanto chiare: “Il divorzio è la voce di un regalo che continua ad esigere,[2] la cui eco risuona per generazioni. Capisco che il divorzio possa giovare a una situazione disperata, ma mai senza dolore e conseguenze negative. Nemmeno alle più giudiziose decisioni di andarsene conseguono soltanto frutti positivi. C’è un po’ di tutto. Il recentemente scomparso collega e sociologo della famiglia Norval Glenn lo riteneva vero anche nel caso dei cosiddetti buoni divorzi. I divorzi amichevoli, rilevava, comportano smarrimento nei figli, che si ritrovano nell’incapacità di spiegare quel che hanno vissuto, e ancor più incapaci di far meglio essi stessi in un futuro. Tali divorzi, concludeva, sono peggio che il mantenere un matrimonio mediocre. Un concetto che oggi raggiunge orecchie sorde, anche tra i cristiani” (p. 151).

7. Regnerus, tuttavia, non ci lascia senza speranze. I consigli su come uscire dall’attuale crisi del matrimonio cristiano sono misurati, come è tipico di chi sia solito studiare dati. Ma sono validi e non tutti difficili da seguire. Si possono raccontare storie esemplari, o creare i giusti “miti”: perché è difficile avere voglia di sposarsi ove d’altro non si parli che di matrimoni falliti o di facciata. Ci si può impegnare a rendere la propria casa un porto sicuro, in un mondo senza cuore; o aiutare le coppie in difficoltà a resistere, anziché separarsi. Ma il consiglio che più resta impresso è quello che si rifà all’esempio dell’ultimo Papa Santo, Giovanni Paolo II, e al suo Šrodowisko. Il termine, che si traduce nell’italiano “ambiente”, indicava una rete di studenti, e di persone che, assieme al giovane sacerdote, godevano della reciproca amicizia. Insieme arricchivano la propria fede e conoscenza di Cristo, organizzando anche gite all’aperto ed eventi culturali che ne potessero arricchire la vita spirituale. Questo “ambiente” consentiva la fuga dalle ideologie staliniste allora diffuse in Polonia. E potrebbe oggi fornire riparo dalle ideologie che vedono nel matrimonio un problema da risolvere, o un inutile accessorio. 

Le 220 pagine che compongono il libro terminano con delle ipotesi su quale possa essere il futuro effettivo del matrimonio cristiano. Se da un lato Regnerus non crede che l’attuale declino possa presto arrestarsi, dall’altro saldamente ribadisce che il matrimonio non può cambiare natura. Benché le leggi, variabili, influenzino i comportamenti umani, esse possono solamente modificare la definizione di matrimonio contenuta nei codici, valida per le corti e nel diritto di famiglia. Le leggi, tuttavia, non possono modificare quel che il matrimonio è. Se riguardo a tutto questo mi sto sbagliando, il trascorrere del tempo — seguito da moltissimi critici —basterà a rivelare il mio errore” (p. 213).

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[1] Le traduzioni in italiano sono tutte opera di chi ha recensito il libro, per ora disponibile soltanto in lingua inglese. Ove non letterali, hanno cercato di trasmetterne fedelmente il senso.

[2] Letteralmente, il divorzio sarebbe “a gift that keeps on taking”. Nella versione inglese, il gioco di parole è la variazione del modo di dire “a gift that keeps on giving”, ovvero, un regalo che si moltiplica, continuando ad elargire. 

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