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Mario Draghi

 

 

di Mattia Spanò

 

Mario Draghi incarna la sugosa prefigurazione di un processo terminale che ha visto la democrazia trasformarsi in gradimento, e il gradimento in reputazione. Il principio aureo che regola la cosa è: nelle istituzioni non ha nessuna importanza che un tizio sia un sonoro ignorante per giunta vagamente ottuso, purché goda di buona reputazione. Al vaglio del voto, rischierebbe l’apoteosi come una mortificante débâcle. Meglio campare dell’aria fritta reputazionale, evitandogli l’ordalia delle urne come la peste. Hai visto mai che il popolaccio bolso e illetterato lo castighi.

Siamo passati dal consenso – e alla formazione del consenso informato, un processo che richiede anni e un sostrato culturale netto e solido nei suoi principi fondanti – al gradimento, cioè alla misurazione di un personaggio pubblico in termini quantitativi: piace o non piace sulla base di quanti lo guardano o lo seguono, dando per scontato che chi segue o guarda qualcuno lo apprezzi. È la “democrazia della demoscopia”, o se preferite del sondaggio.

Dal momento che anche questo processo di selezione della classe dominante – smettiamola di chiamarla “dirigente”: non sanno dirigere nemmeno il traffico, il loro è il dominio della violenza distillata – mostra diverse pecche, si è ritenuto conveniente fabbricare a tavolino certi fenomeni come, giusto per fare un esempio, Letizia Maria Brichetto Arnaboldi – breviter: Letizia Moratti – e appunto Mario Draghi. Due casi da manuale dei miracoli che possa fare un buon ufficio stampa e qualche sponsor autorevole (mica tanti).

Nel silenzio ovattato dell’opinione pubblica, si è proceduto ad applicare alla prima l’etichetta di “grande manager” e al secondo lo stigma di eccezionale tecno-statista, l’Atlante che da solo ha sorretto l’Italia caduta in disgrazia davanti al mondo, riportandola a fasti antichi. Il punto non è che uno come Draghi, eccezionale demiurgo di élites finanziarie, sia uno capace o incapace quanto piuttosto se sia un incapace relativo.

Invece poiché non esiste nulla di più gassoso, a saldo per incendio nonché ornamentale della reputazione, più si sale la scala del potere e meno il processo democratico – dispendioso, fanno notare i soliti Arpagone intenti a contare i soldi degli altri – è rilevante, per non dire odiato. La democrazia è “divisiva”, carine e carini cari…

Il motivo è che si suppone esista una technè oggettiva e autenticante, soprattutto imparziale, capace di realizzare il bene del popolo nonostante il popolo stesso, il quale com’è noto non capisce una mazza e non è in grado di badare a sé stesso. Draghi possiede questa technè, quindi è l’uomo della Provvidenza, o meglio dell’Assistenza al Cliente. Peccato che il cliente non siamo noi.

Ai cantori del processo democratico inutilmente dispendioso: quanto è costato all’Italia il tecnicismo “non ti vaccini, ti ammali, muori”? Draghi è stato spacciato come uno dei maggiori architetti delle sanzioni alla Russia, sanzioni che avrebbero dovuta ridurla sul lastrico e invece, ohibò, sul lastrico ci siamo noi. Quanto ci è costata la sapiente guida draconiana nella crisi russo-ucraina?

Quanto ci costerà la sesquipedale tipografia monetaria inaugurata con il QE dal signor “Whatever it takes” che ha inondato le banche di denari, voci contabili prive di sostanza che madame Lagarde sta provvedendo a dotare di back-up coi nostri soldi – gli unici reali – a suon di tassi stellari e stagflazione galoppante? A proposito di debito pubblico: è fuori controllo perché si sono stampate masse gigantesche di banconote garantite dal nulla – al massimo, qualche trucco contabile in stile non-performing loans – non certo perché il ciabattino evade le tasse o perché lo Stato sperpera in scuola, sanità e infrastrutture.

Sicuri che votare ci costi più dei danni che questi Soloni per auto-acclamazione sono in grado di provocare, specie considerato che non basteranno cinque anni a ripararli? Nonostante tutto, la verità reputazionale è che Draghi è persona seria, competente, stimata nel mondo: non si può umiliarlo con le miserabili conseguenze dei suoi tecnicismi. Nel discorso di La Hulpe ha perfino fatto ammenda: contrordine compagni, l’austerità ha distrutto la domanda interna, il mondo è cambiato, sbiella la sonda, cazza la randa e sdruma il pappafico. Non ce ne eravamo accorti.

Draghi è quello che, nel suo rapporto al G30 del 2020, lamentava i sussidi alle cosiddette imprese zombi, con un accenno nemmeno troppo velato alla “distruzione creativa” di imprese poco performanti o drogate da bonus e sussidi. Ciò che Draghi dimenticò di dire è che tali imprese si creano per politiche monetarie e creditizie dissennate, alimentando il sospetto che le “imprese zombi” siano quelle che non si trovano sulla traiettoria dei capitali di ventura.

Meno notizia del discorso di La Hulpe ha fatto il suo intervento al Nabe di Washington, del febbraio di quest’anno, dove nella tecno-lingua di balsa Draghi ammette il sostanziale fallimento della globalizzazione, facendo riferimento ad un’economia dei sussidi che dovrebbe assorbire il tremendo shock produttivo. Campa cavallo, ma abbastanza per avanzare l’ipotesi che Draghi potrebbe essere il becchino della UE e, complice l’aria vagamente funebre, uno degli psicopompi dell’Occidente in disarmo, che sta perdendo clamorosamente la partita con il resto del mondo.

D’altra parte, se a stimarlo sono Macron, Von der Leyen e personaggi di analoga caratura, oltre a giornali in caduta libera che egli stesso, il Frugale per antonomasia, ha provveduto ad ingrassare coi nostri soldi (di qui le standing-ovation che gli tributavano i giornalisti nelle conferenze stampa del green-pass) possiamo star tranquilli che il giudizio sul Migliore sia libero, puro e scevro da interessi. Il che è anche vero: dei nostri interessi, al Migliore nulla cale.

Draghi, estremo difensore molto parco di uscite dai pali, ha dalla sua un’invidiabile chiarezza espositiva che centellina accuratamente. Una, massimo due uscite che anticipano il programma dell’istituzione che si appresta ad occupare a furor di élite, e poi via col vento. Non sono sicuro che questa volta l’operazione riesca. Olandesi e tedeschi non lo amano come non lo ama il Club di Visegrad. Lo stesso Macron, pur definendolo un grande amico, lo ha mezzo sotterrato dicendo che certe decisioni si prendono dopo le elezioni.

Von der Leyen fu eletta per una manciata di voti – fra i quali quelli dei grillini apritori di scatolette di tonno: risultato, Di Maio è il delegato UE per un Medioriente incendiato. Von der Leyen stessa ha applaudito la figura di Draghi, dicendosi in trepida attesa del suo documento sulla competitività ma, a parte questo, complice qualche problema con la campagna vaccinale in merito alle forniture dei vaccini e diversi altri sfondoni qua e là, non sembra la migliore degli sponsor.

Ancora. Lo scenario internazionale – è lo stesso Draghi a riconoscerlo – è rapidamente e profondamente mutato. Di fronte a questa considerazione, e all’incertezza che porta con sé, serve ben altro che una prolusione sulla “competitività” per uscire dalle secche.

Così tutto si risolverà in un festino lisergico. Ti vaccini, vedi i Draghi e poi muori o fai morire.

 


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