Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Senza Dio (il Dio creatore della Bibbia, perché l’altro, il Dio dei filosofi, non serve a niente), la vita dell’uomo non sarebbe altro che una continua morte, perché vivere è divenire, ed essere e divenire sono incompatibili (come aveva capito benissimo un filosofo, Parmenide, il cui ‘parricidio’ non è così facile da consumare). E l’infanzia, che, di tutta la nostra esistenza, è l’età più intensamente protesa al vivere futuro e più immemore del proprio presente, segnala in modo peculiare tale contraddizione col suo presentarsi, alla coscienza di ogni uomo, come ‘vita morta’ per eccellenza: ecce infantia mea olim mortua est et ego vivo. La riflessione sull’infanzia ci rammemora che il nostro vivere, in quanto divenire, non è che un continuo morire.
O meglio, lo sarebbe senza il Dio Creatore, per il quale, come dice Agostino, «essere e vivere non sono cose diverse, perché il sommo essere e il sommo vivere sono la stessa cosa (cui esse et vivere non aliud atque aliud, quia summe esse ac summe vivere id ipsum est)». Rivolgendosi al suo Signore, così prosegue l’Ipponate: «Sommo tu sei, infatti, e non muti (Summus enim es et non mutaris), e il giorno di oggi in te non trascorre, e tuttavia in te trascorre (neque peragitur in te hodiernus dies, et tamen in te peragitur), poiché in te sono anche tutte queste cose (quia in te sunt et ista omnia): non avrebbero infatti vie in cui passare se tu non le contenessi (non enim haberent vias transeundi, nisi contineres ea). E poiché “i tuoi anni sono senza fine”, i tuoi anni sono il giorno di oggi (Et quoniam anni tui non deficiunt, anni tui hodiernus dies): e quanti giorni nostri e [quanti giorni] dei nostri padri sono già passati per il tuo oggi e hanno ricevuto da quello la misura e comnque il modo della loro esistenza (et quam multi iam dies nostri et patrum nostrorum per hodiernum tuum traniserunt et ex illo acceperunt modos et utcumque existerunt), e altri ancora ne passeranno e riceveranno [la stessa misura] e comunque il modo di esistere (et transibunt adhuc alii et accipient et utcumque existent). Ma tu sei sempre lo stesso e tutte le cose di domani e quelle successive e tutte le cose di ieri e quelle precedenti le farai oggi, le hai fatte oggi (Tu autem idem ipse es et omnia crastina atque ultra omniaque hesterna et retro hodie facies, hodie fecisti)». (Conf. I 6,10)
Signore del tempo, libero dal tempo, dai suoi inganni e dalle sue trappole, Dio è, e vive, tutto ora, e in Lui tutto è ora. Tutto succede oggi. Quell’oggi che per il bambino, nella sua ancestrale, inconsapevole, ingenua eppure infallibile sapienza, è l’unico tempo che conta. Provate a dire a un bambino “domani”, o “mercoledì prossimo” o “quest’estate”… non gli dite nulla, non significa nulla: il tempo di soddisfazione del suo desiderio o del suo bisogno è “oggi”. Il principio di realtà, che impone la frustrazione, e il principio del piacere, che esige l’appagamento immediato, in Dio non si oppongono, anzi non esistono come tali. Quando Dio crea il mondo? Oggi. Quando Adamo ed Eva fanno la cazzata? Oggi. Quando Dio chiama Abramo e Abramo risponde? Proprio oggi. Quando Mosé, quando tutti gli altri profeti e tutta la storia d’Israele? In Dio, oggi. Quando il Figlio offre se stesso per noi? Succede oggi, letteralmente, in ogni messa che si celebra in ogni angolo del mondo. Quando la mia misteriosa chiamata all’essere? Oggi. Quando la mia morte e il giudizio su di me? Oggi. Quando la fine del mondo e il giudizio finale? Oggi.
Se non intuiamo, almeno confusamente, la meraviglia di questo ‘presente divino’ traboccante di vita, se non sentiamo il fascino della sua drammaticità (perché quel che succede oggi non si sa mica come è andato a finire, non è archiviato nei registri a beneficio degli storici: è dramma che si svolge sotto ai nostri occhi), siamo condannati a scambiare l’eternità con l’immobilità. E quindi a non amare il paradiso, anzi a rifuggire, in fondo in fondo, dalla sua presunta quiete parmenidea. Ad una “vita eterna” che ci sembra troppo simile alla morte, preferiamo, nonostante tutto la «vita mortale», la vita divorata continuamente dalla morte, che sperimentiamo quaggiù, nel carcere del tempo.
Leonardo Lugaresi
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